Tails

E’ un sistema operativo portatile
che protegge da sorveglianza e censura.

Evita la sorveglianza, la censura, la pubblicità e i virus
Tails usa la rete Tor per proteggere la privacy online e aiuta a evitare la censura. Questo è Internet come dovrebbe essere. Tor Browser (che può essere installato anche su tutti i sistemi operativi) è un browser basato su Mozilla Firefox ma configurato per proteggere la tua privacy.

Il computer sicuro, ovunque.
Spegnere il computer e avviarlo dalla chiavetta USB Tails al posto di Windows, macOS o Linux. Dopo l’arresto del sistema, sul computer non rimane traccia di Tails.

Attrezzatura per la sicurezza digitale
Tails include una selezione di applicazioni per lavorare su documenti sensibili e per comunicare senza rischi. In Tails, tutto è pronto per l’uso e le impostazioni predefinite sono sicure.

Software libero
si può scaricare Tails liberamente. Tails è basato su Debian GNU/Linux.

Sito di Tails

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Tor Browser

Sopravvivenza urbana: le basi e l’organizzazione

Niente di più sbagliato se si pensa che qualcuno possa risolvere i nostri problemi. Anche se a volte ci si spera o ci vengono date false speranze, nessuno può risolvere i nostri problemi. La soluzione alla fine si deve trovarla da soli, con tanto impegno. Si potrebbe fare (ma non è detto perché non è sempre così) affidamento solo sui familiari (genitori, fratelli o sorelle), che sono gli unici ai quali chiedere aiuto, perché, anche se non potessero aiutare, almeno è sicuro che non sono ne falsi ne ipocriti. Siamo soli in mezzo al nulla, ma siamo soli ovunque, anche in una grande città. E’ vero che ci sono organizzazioni o associazioni che esistono proprio per dare sollievo e aiuto agli altri, i miracoli però non li fa nessuno.

Il perché ci si può trovare in una situazione di sopravvivenza urbana sono vari: si possono verificare eventi atmosferici e terrestri violenti come terremoti, alluvioni, inondazioni, uragani, frane e altro, oppure eventi causati dall’uomo come guerre, pandemie, recessioni, persecuzioni e altro, oppure ancora eventi causati da noi stessi (compresi quelli non voluti) come improvvisi cambiamenti economici e sociali, frutto di cattive valutazioni o errori commessi in buona fede, con perdita di abitazione e tutto quanto si è posseduto fino a quel momento, con conseguente ripartenza da zero, magari in età che non se ne avrebbe più voglia e perdita di un’agiatezza che sembrava consolidata.

Conosco abbastanza bene il significato pratico di sopravvivenza urbana, tanti anni fa, ho dovuto fronteggiare una situazione improvvisa di emergenza, legata in particolar modo alla mia vita di tutti i giorni in ambienti urbani, durata molti mesi… . Purtroppo non cercata e voluta, dove, le mie conoscenze mi sono state di grande aiuto e sono riuscito a superare questa situazione in modo abbastanza accettabile. In questo periodo mi sono trovato all’improvviso senza più nulla o quasi, giusto qualche effetto personale, una vecchia auto che a malapena riusciva a fare piccoli spostamenti e nemmeno tanto comoda come dormitorio. Tutto quello che ho potuto fare è stato mettere in pratica quello che avevo imparato fino a quel momento, vivendo giorno dopo giorno con grandi difficoltà e pochissime risorse. Non serve descrivere passo passo come ci si possa trovare in simili situazioni, a seconda del motivo ci sarà una reazione e una richiesta di aiuto in modo diverso, inoltre non siamo tutti uguali, viviamo in ambienti diversi, affrontiamo a modo nostro le varie situazioni, ci muoviamo, chiediamo e riceviamo aiuto in modi completamente diversi. E’ importante conoscere le basi, in che modo andare avanti ognuno poi lo deciderà a modo suo.

La prima cosa negativa che si affronta è che i giorni… sono tutti uguali, la vita improvvisamente diventa piatta e senza senso, non ci sono giornate lavorative, non ci sono feste o riposi, non ci sono incontri e vita di società, non ci sono soddisfazioni da prendersi. All’improvviso non c’è più niente di quello che eravamo abituati a vedere e toccare con mano.
Inizia un giorno e si deve capire come arrivare vivi con meno danni possibili alla sera. Inizia la notte e si deve capire come passarla e arrivare vivi al giorno dopo. Questa è sopravvivenza urbana, Questa è una situazione in cui ci si può trovare senza aver avuto il tempo di organizzare questo evento, o meglio ancora, senza aver previsto che ci potesse accadere qualcosa e organizzarci preventivamente per una più facile risoluzione. E’ importante essere preparati a gestire gli imprevisti, qualsiasi essi siano, piccoli o grandi. Al di là di un piano B (che lascia il tempo che trova) è bene considerare una via di uscita diversa semplice da intraprendere, se quanto abbiamo adottato non dovesse essere efficace e risolutore,
Si sta parlando di sopravvivenza urbana e non di sopravvivenza nella natura, i due scenari sono completamente diversi, ci sono però gli stessi bisogni primari da soddisfare, anche se il modo di affrontare le situazioni ovviamente non è lo stesso:
– aria
– acqua
– cibo
– riparo e cura del corpo e, in contesti urbani, riuscire a mantenere in qualche modo un aspetto dignitoso, che non attiri troppo l’attenzione e porti conclusioni fuorvianti.
Quando si riesce a soddisfare più o meno bene questi bisogni si può vivere, anche se in condizioni avverse, in qualsiasi parte della terra.

Da non dimenticare ovviamente, lo sviluppo di un’attitudine mentale idonea, con studi teorici ad applicazioni pratiche. Un resistenza e una resilienza adeguate sono fondamentali.

Ogni bisogno primario può essere soddisfatto più o meno facilmente, se è stato studiato un percorso da seguire efficace e soprattutto, se c’è stata l’accortezza di mettere insieme tutta una serie di materiali e attrezzature difficilmente reperibili nel momento in cui si verifica un’emergenza.

Qualsiasi essere umano, di qualsiasi parte del mondo, adotta tutta una serie di accortezze e azioni conseguenti per vivere nel modo migliore possibile:
– stare bene e non avere nessun tipo di dolore
– soddisfare le principali priorità come respirare, bere, mangiare, dormire,
– difendersi dal freddo o dal caldo
– faticare meno possibile e ridurre al minimo i consumi energetici quando si cerca di soddisfare al meglio queste necessità in qualsiasi situazione di emergenza ci si possa trovare.

Cercare sempre una soluzione, tutte le volte che si trova una soluzione ad un problema si sta meglio e più tranquilli.

Prevenire è meglio che curare, quindi, quando ancora non è iniziata nessuna situazione di emergenza, è necessario organizzarsi in modo efficace, proprio nel senso della prevenzione:

– cura del corpo: situazione medica con controllo della salute, visite, eventuali cure, successivi controlli

– stabilire di cosa si potrebbe avere bisogno e cosa imparare, se già non si conosce, tutto quello che facilita il dover affrontare improvvisi cambiamenti

– apprendere e sviluppare tutte quelle abilità che possono aiutare a soddisfare i bisogni primari elencati sopra.

– non acquistare attrezzature e materiali in modo compulsivo per allestire chissà quali kit fantascientifici, fare un inventario di quello che già si possiede. Ci si accorgerà che alla fine abbiamo già tanto e ci mancherà poco o niente. Tenere sempre presente l’effettiva necessità di un oggetto, evitare ridondanze, tenere sotto controllo il peso e la dimensione totali di quello che si andrà a trasportare perché il peso e il volume sono molto importanti.

– organizzare le attrezzature e i materiali in luoghi idonei, in modo ordinato e che possano essere recuperati nel minor tempo possibile.

– organizzare copie dei propri documenti e quanto potrebbe risultare utile dal punto di vista burocratico, segnare numeri di telefono e altre informazioni fondamentali su un foglietto da tenere dentro il portafogli. Non fare troppo affidamento sugli eventuali archivi elettronici esistenti.

– Senza elettricità o in situazioni di disagio, potrebbe essere necessaria una piccola scorta di denaro contante (quantità in base alle proprie possibilità) perché non si potrebbe essere in grado di prelevare dai bancomat o utilizzare gli altri servizi digitali.

– Il serbatoio della propria auto non deve mai arrivare ad essere in riserva, fare il pieno e poi considerare la metà serbatoio come se fosse la riserva e fare di nuovo rifornimento per avere sempre il pieno. Sarebbe infine utile disporre di una scorta di carburante (tanica 20/30 lt. facilmente trasportabile), da tenere a casa o in luogo facilmente accessibile, che permetta di muoversi e allontanarsi più facilmente con il proprio automezzo. Il carburante deve essere conservato in un luogo fresco e asciutto, lontano da fonti di calore e tenuto in taniche di colore nero o scuro, con il tappo ben chiuso.

Poi si deve preparare l’attrezzatura vera e propria, in aggiunta al EDC e al kit (o i kit) di sopravvivenza e pronto soccorso che si da per scontato già si possiede preparati e ben posizionati. Si tratta di un peso aggiuntivo importante, di conseguenza preparare il tutto dentro una borsa adatta la trasporto, preferibilmente impermeabile, da conservare in luogo sicuro e facilmente accessibile.

Attrezzatura aggiuntiva al EDC consigliata:

– caricabatterie pannello solare pieghevole (piegato circa 20×30 cm.) 30/60 W (o maggiore) che si possa attaccare ad un powerbank o direttamente ad un dispositivo con uscite usb A, micro, C e uscita 18V DC.

– powerbank 20000/25000 mAh con almeno: 2 porte usb (micro e type C) per ricaricarlo e 2 porte usb A per uscita verso il dispositivo da ricaricare.

– cavo di ricarica da usb A a usb micro

– cavo di ricarica da usb A a usb C

– cavo di prolunga usb maschio-maschio

– cavo di prolunga usb maschio-femmina

– chiavetta o pendrive 32/64 gb, una o due.

– cavo OTG (usb On-The-Go) per far comunicare un dispositivo con altre periferiche usb come Hard Disk esterni, chiavette o pendrive, se mai ci fosse la necessità di trasferire dati da un dispositivo all’altro.

– torcia a led ricaricabile tramite cavo usb, preferibilmente con attacco alla testa.

– lanterna/torcia a led ricaricabile tramite cavo usb.

– radio con torcia ricaricabile, ricarica a manovella e usb.

– cellulare (smartphone) preferibilmente con ricarica usb C, con scheda aggiuntiva di memoria precaricata con manuali e istruzioni varie di utilità in emergenza. Se possibile anche un tablet.

– fornello multi combustibile a compresse

– fornello a gas (da campeggio) con cartucce di ricambio (gas butano).

– contenitori per l’acqua di diverse dimensioni aggiuntivi, anche in plastica pieghevole per conservare e raccogliere l’acqua.

– mappe e cartine dettagliate, una bussola se già non inclusa in altri kit già pronti.

– una minima scorta di acqua (almeno 2 lt. al giorno per persona) e una minima scorta alimentare (barrette e alimenti che non richiedono cottura, perché non ci potrebbe essere il tempo) per tirare avanti almeno 3 o 4 giorni.

E’ buona regola fare pratica e utilizzare anche solo per prova tutto quanto contenuto nei vari kit , in modo da essere sicuri che si sa come utilizzarli e che funzionano.

E’ importante conservare i numeri di telefono delle diverse organizzazioni di protezione civile, umanitarie e di aiuto, da contattare in caso di necessità. E’ importante ragionare preventivamente (perché durante una crisi vera e propria si ragiona male) a chi rivolgersi in caso di… per chiedere un aiuto iniziale breve o lungo che sia, individuare anche il modo di raggiungere senza mezzi ospedali, comunità civili e religiose, militari, ecc… insomma, compilare una specie di scaletta con l’ordine delle cose da fare. Infine: se si intravede una possibile soluzione momentanea o definitiva che sia, ma questa non è proprio vicino a casa, non esitare a muoversi e intraprendere in qualche modo il viaggio, anche se lungo, verso quella destinazione.

Per finire: una situazione improvvisa di sopravvivenza urbana è più difficile da affrontare, anche mentalmente, di una situazione di sopravvivenza in natura. Anche se non si direbbe i pericoli sono maggiori e le possibilità di prendere strade sbagliate sono numerose.

Sopravvivenza urbana: eventi catastrofici

Essere preparati a muoversi quando si rimane vivi.

Oggi il nostro mondo, per la prima volta, dopo migliaia e migliaia di anni è stato profondamente modificato e alterato dalla mano dell’uomo. Negli ultimi 40 anni del 1900 e dall’inizio del 2000 è successo di tutto e di più, come mai era stato prima (strano che in passato non ci siano state menti così “brillanti” come quelle del periodo contemporaneo), con conseguenze disastrose per il pianeta terra.
Molti eventi disastrosi e distruttivi, a causa di questi cambiamenti, oggi hanno un’alta probabilità di verificarsi in ogni luogo.
Le guerre rappresentano una situazione emergenziale sicuramente preoccupante (non si tratta più di guerre con arco e frecce o al massimo un fucile) e anche le pandemie sono emergenze primarie, che potrebbero essere volute, secondo alcune teorie, da qualcuno molto potente, come forma di guerra. L’uomo ha provocato danni incalcolabili al clima e al pianeta in generale, questi danni oggi contribuiscono a scatenare una serie di eventi distruttivi che, se nei secoli scorsi erano rari e occasionali (a parte le zone del pianeta dove si verificano fenomeni atmosferici devastanti certi e periodici), oggi sono molto frequenti e colpiscono anche zone mai precedentemente toccate.
Questo significa anche che moltissimi popoli della terra non erano abituati e sopratutto non erano preparati materialmente e psicologicamente, a fare i conti con questi fenomeni. Ci sono, è vero, eventi distruttivi naturali che si sono da sempre verificati, come terremoti e eruzioni vulcaniche, ma niente di così grande e vasto come quanto potrebbe accadere oggi…
Conoscere i temi “emergenza e successiva ricostruzione” (ammesso che di “ricostruzione” si possa parlare) ed avere una preparazione di base, diventa fondamentale per affrontare un fenomeno “anomalo” nel momento in cui improvvisamente si verifica e, se si rimane in vita, provare a risolvere questi disastri in modo più facile e sereno.
Non tanto un piano “B” ma proprio una preparazione specifica mentale e organizzativa, pianificando e predisponendo tutte quelle risorse di cui siamo capaci. Per fare questo bisogna prima di tutto capire i tipi di catastrofi che potrebbero verificarsi e poi organizzare al meglio le evenienze tenendo conto proprio delle tipologie di questi grandi fenomeni, senza palare del numero dei morti che questi possono causare e delle conseguenze che possono portare.
Non so quanto si possa preparare a livello di scorte o materiali da prendere in caso di evenienza, perchè certe situazioni sono imprevedibili e accadono in pochi attimi. Se qualcosa di tangibile può essere accantonato e preparato, non deve stare sicuramente nelle vicinanze, ma deve essere al sicuro da una qualche parte per essere recuperato dopo i primi momenti di sbandamento.
Genericamente si possono dividere i fenomeni catastrofici in:

  • guerre ed altre situazioni disastrose provocate dall’uomo (crisi economiche, sociali, …)
  • climatici e naturali di forte intensità che sempre più spesso si verificano e, anche se sono di breve durata, provocano disastri le cui conseguenze potranno essere superate dopo un tempo lunghissimo, anche anni, con sacrifici, privazioni, danni economici, personali e morali.
  • tecnologici, comprendendo in questa categoria il momentaneo fallimento di tutte le moderne tecnologie sviluppate sopratutto negli ultimi 30/50 anni, ma anche incidenti nucleari, chimici ed errori umani in genere. Non dimenticare mai che, oggi, se viene a mancare l’elettricità e non ci sono valide alternative senza, si ferma tutto e non si può andare più avanti.
  • sanitari dovuti ad epidemie, malattie e infezioni dovute a cause differenti. Le emergenze sanitarie , oltre agli evidenti effetti che hanno sugli individui, fino a causarne la morte nelle situazioni più devastanti, provocano anche grossi danni economici, psicologici, sociali e lavorativi, con effetti dolorosi anche negli anni successivi all’evento.

L’uomo da quando esiste e forse per la prima volta, ha il potere di distruggere velocemente tutto quanto è stato costruito in migliaia di anni.
Correggo la frase sopra scritta: un pugno di uomini potenti ha il potere di distruggere velocemente tutto quanto è stato costruito in migliaia di anni. Gli altri uomini stanno a guardare, a leccarsi le ferite e a piangere i disastri.

Chi è potente economicamente (i ricchi), una scappatoia non è detto che la trovi, ma è molto più avvantaggiato nel trovarla (perché ha avuto la forza economica di preparare prima varie soluzioni e vie di fuga) di chi non ha i mezzi (i poveri e i meno abbienti) per scampare ai più elementari pericoli e incombenze.

Sono povero e per questo cerco di capire dove posso avere benefici e speranze di vita che non derivino strettamente dal potere dei soldi, dalla tecnologia e da tutto quanto potrebbe non essere più disponibile in pochi attimi. Non mi posso permettere bunker o andare su Marte o comprare isole sperdute, devo per forza di cose trarre il massimo vantaggio da quello che “più umanamente” mi circonda. Se poi questo non dovesse bastare, pazienza… sarà per la prossima volta (se avremo un’altra occasione di vita).

Anche in questo caso, come in molti altri, l’informazione e la conoscenza costituiscono un valido aiuto iniziale (più sai e meno porti con te…).

Il survivalismo urbano è completamente diverso dal survivalismo nella natura. Non ci vuole molto per capirlo.
Con il termine di sopravvivenza urbana si intendono molte cose. Cercherò ora di descrivere meglio i casi in cui vengono a mancare le cose e i servizi ai quali siamo abituati ogni giorno , a seguito di un evento eccezionale o disastroso.
Come già scritto sopra, questi eventi potrebbero essere naturali (anche se spesso causati da una cattiva amministrazione del territorio da parte dell’uomo), come terremoti, allagamenti, inondazioni, uragani, vulcani, siccità, carestie, sconvolgimenti, cataclismi vari. Potrebbero essere però anche artificiali, cioè voluti dall’uomo a seguito di decisioni o azioni sbagliate o ancora cattive applicazioni tecnologiche. In questo genere di eventi inserirei guerre, indirettamente sfollati e rifugiati, tecnologie fuori controllo (chimiche, nucleari e radioattive), esplosioni industriali, inquinamento, epidemie e pandemie, …

E’ sicuramente giusto, quando si parla di disastri, mettere in primo piano le persone rimaste uccise. Però si deve parlare anche dei superstiti e di chi si trova ad affrontare una situazione di sopravvivenza dopo che si è verificato un disastro. Sopratutto della stragrande maggioranza delle persone che prima del fatidico “giorno dopo”, non hanno avuto le possibilità economiche e strategiche per organizzare una seppur minima azione di prevenzione e si trovano improvisamente di fronte ad un qualsiasi collasso della civiltà.
Al di là di tutto c’è da chiedersi: quanta tecnologia servirà ancora per portarci sull’orlo della distruzione? Se la risposta è preoccupante, è necessario parlare proprio di azioni di tutela futura, utili a farci stare più tranquilli e se anche non servissero a niente… tentare non nuoce.

Se dovessero verificarsi condizioni particolari, bisognerebbe avere acquisito un minimo di competenze e conoscenze specifiche per rimanere vivi negli agglomerati urbani grandi e piccoli e non diventare vittime dei nostri simili o degli eventi.

Si potrebbe vivere in grandi città come in piccoli paesi, il risultato non cambierebbe molto.
Le tecniche e le abilità da imparare per padroneggiare una condizione di sopravvivenza urbana (se si rimane vivi e, almeno nei primi giorni dopo il disastro) sono tante. Si parte dalle cose più ovvie e necessarie.

Nei centri abitati il luogo dove viviamo e abbiamo tutto il necessario per vivere è la casa (alcuni più sfortunati non ce l’hanno, ma questa è un’altra storia).
E’ naturale che ogni cosa, all’interno della casa abbia un luogo dove viene riposta e conservata.
In una delle situazioni particolari come quelle che descrivo si deve poter fare affidamento scorte di emergenza basilari e di aiuto: cibo, attrezzi utili nelle operazioni da eseguire, un minimo di abbigliamento e prodotti di igiene e comodità.

I disastri e i cataclismi non sono sempre prevedibili a possono accadere improvvisamente. Se siamo a casa e abbiamo un minimo di tempo a disposizione, si può accedere a quanto predisposto e poi scappare altrove, se la casa non è un posto sicuro. Però, potremmo trovarci fuori casa e addirittura distanti da essa. Tutte le scorte e le attrezzature preparate potrebbero non essere immediatamente disponibili. In questo caso, la prima cosa da fare è tornare a casa appena possibile per prendere il necessario. La casa sarà accessibile? Dipende da cosa è successo. Se non ci si potesse più accedere bisogna cercare altre soluzioni.

Si deve cercare di arrivare comunque a casa per vedere se c’è sempre e in che condizioni è. E’ utile nell’immediato e durante il tragitto una piccola borsa di sopravvivenza (tenuta nel bagagliaio dell’auto) che insieme all’EDC aiuta in questi primi momenti di difficoltà. La borsa dovrebbe contenere qualche minimo attrezzo di base come una pinza, un po’ di filo di ferro, delle fascette stringenti in plastica, nastro adesivo, bussola, torcia elettrica, accendino e qualche altro piccolo accessorio che si ritiene possa essere utile (nell’EDC che abbiamo con noi c’è comunque un multi-tools e altri oggetti utili). Dovrebbe inoltre contenere un minimo di kit di pronto soccorso, contenente anche un disinfettante come iodopovidone o a base di ipoclorito di sodio, utile anche per disinfettare fonti di acqua che non sono chiaramente e immediatamente potabili e qualche alimento energetico a lunga conservazione per dare nutrimento. Oltre uno o due litri d’acqua se questa non dovesse essere disponibile altrove.

Probabilmente non sarà possibile utilizzare telefoni o altri mezzi di comunicazione e soprattutto è molto probabile che manchi l’elettricità e il gas. Al giorno d’oggi senza energia elettrica si ferma praticamente tutto. E’ necessario stabilire in anticipo con i familiari (che potrebbero non essere con noi) un piano di ricongiungimento e un punto di incontro che tutti devono fare in modo di raggiungere. Questo luogo potrebbe essere proprio quello dove si trova la casa. E’ inoltre necessario accordarsi in anticipo anche per un secondo luogo di ritrovo più periferico, se il luogo dove si trova la casa non potesse essere accessibile per vari motivi.

Se la casa è accessibile, dopo aver recuperato tutto quanto il possibile per la sopravvivenza, non ha senso secondo me rimanere in questo posto a lungo. I sopravvissuti, nel tentativo di accaparrarsi tutto il possibile possono diventare un pericolo e aggredire o fare del male. Aggirarsi in un centro abitato diventerebbe molto pericoloso. Il personale medico e quello che può garantire soccorso, i vigili del fuoco e le forze dell’ordine, potrebbero a loro volta non essere disponibili. Forse è meglio allontanarsi dal centro abitato e cercare boschi o spazi più adatti che si trovano in natura (la sopravvivenza urbana diventa sopravvivenza nella natura). Per allontanarsi dai centri abitati, è probabile l’utilizzo di un’auto, per questo tenere un buon kit di sopravvivenza, poco ingombrante, in auto, è sempre una buona pratica (ricordarsi di sostituire e rinnovare i prodotti deperibili che hanno una scadenza vicina. Però, le strade saranno percorribili? Non si può sapere… Il metodo di allontanamento a piedi è in pratica quello più concreto e che permette di nascondersi meglio in caso di necessità. A piedi si possono percorrere anche lunghe distanze, passo dopo passo e con soste intermedie. La conoscenza della zona o il possesso di una mappa dettagliata aiutano molto.

Non potendo però allontanarsi da casa (o non volendo), si deve trovare il modo di valutare gli eventi che tenga conto di ogni possibile risvolto. In primo luogo evitare possibilmente le altre persone, rimanendo nascosti e il più possibile invisibili. C’è però da procurare le risorse essenziali (cibo e acqua prima di tutto).
Avere in casa scorte sufficienti di cibo e acqua per un primo periodo (più difficile e confusionario) facilita molto la nostra organizzazione. Se si deve uscire per qualche ragione, stare attenti ai pericoli in generale, percorrere strade secondarie e scarsamente importanti strategicamente, in orari insoliti e, non dire a nessuno (quando non si può o non si vuole condividere) che si dispone di cibo e risorse utili. La conoscenza della zona e dei quartieri, anche in notturno è fondamentale per muoversi bene. Si deve capire dove andare e perché andarci, se ci sono risorse e se il rischio vale la pena. Lasciare perdere negozi e supermercati che sono i luoghi più probabili e frequentati da tanti, piuttosto prendere in considerazione posti meno ovvi dove ci può essere cibo (mense, scuole, ristranti, alberghi, punti di ristoro, centri di produzione e distribuzione alimentare… e così via). Non sempre però nascondersi dagli altri o mentenere le distanze potrebbe essere la migliore soluzione. Ci sono gruppi di persone che si riuniscono proprio per aiutarsi a vicenda e soccorrere i più bisognosi proprio in casi come questi, condividendo cose e valori e sacrificandosi per gli altri. I contatti umani in certi casi possono essere molto validi.

Per concludere: non ha molto senso essere forti o bene armati. Sono le giuste decisioni prese che fanno raggiungere ottimi o pessimi risultati. Quali saranno “le giuste decisioni”? Nessuno ce lo può dire. Solo l’esperienza acquisita, l’attenta osservazione del territorio e tutto quanto fatto in precedenza, ci possono dare un piccolo aiuto nel prendere una strada piuttosto che un’altra.

La protezione civile è il primo centro di informazioni e consultazione per prepararsi a varie evenienze. Fate visita alla sede locale della vostra zona per raccogliere materiale informativo e divulgativo. Su Wikipedia, alla pagina
https://it.wikipedia.org/wiki/Protezione_civile
si legge:
La protezione civile è un sistema di enti e soggetti, pubblici o privati, che svolgono attività assimilabili alla difesa civile o comunque finalizzate alla tutela dell’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni o dal pericolo di danni che persone o cose potrebbero potenzialmente soffrirne in determinate situazioni causate da disastri o incidenti di varia natura.

Ho scritto un articolo sulla protezione civile:
https://www.sopravvivere.org/protezione-civile-in-italia/

I link utili per avere le prime informazioni sono:
https://www.protezionecivile.gov.it/it/
https://www.iononrischio.gov.it/it/

A seguire, un manualetto che elenca le principali emergenze di protezione civile in Italia con lo sguardo sul ruolo del volontariato:
Principali emergenze di protezione civile nell’Italia dal 1908 ad oggi

-La Croce Rossa Italiana contribuisce a risolvere anche queste problematiche:
https://cri.it/cosa-facciamo/preparazione-e-risposta-ai-disastri/risposta-emergenze/

Riciclo, riuso e controllo degli sprechi

Riuso e riciclo: La differenza tra i termini ‘riuso’ e ‘riciclo’ è sostanziale: si riutilizza un bene che non è ancora diventato un rifiuto ma ha delle ottime caratteristiche di utilizzo, insomma che è diventato superfluo o inutile per il proprietario, ma necessario e utile per un’altra persona; si ricicla quello che invece è già un rifiuto e non è più funzionale per lo scopo per il quale è stato prodotto..

in costruzione…

L’hacker della porta accanto

la copertina del mio libro stampato nel 2010

Eh sì, anche questa è sopravvivenza urbana… Ingegneria sociale e hacker non tecnologici senza computer.

L’hacker della porta accanto (violare sistemi di sicurezza senza l’uso di computer) è un vecchio libro scritto da Johnny Long (coadiuvato da Kevin Mitnick). L’ho acquistato tanti anni fa e la sua lettura mi ha veramente appassionato. L’ho ritrovato poco tempo fa tra i miei libri e rileggendolo mi sono appassionato di nuovo, ecco perché ne voglio parlare. conosco molto bene le tecniche descritte in questo libro, ma nonostante questa conoscenza, a volte mi dimentico di stare attento a certe procedure che qualcuno mette in pratica. L’editore italiano è Apogeo e il libro si può trovare qui (non lo so se le edizioni più nuove contengono aggiornamenti o integrazioni rispetto alla copia che ho io): https://www.apogeonline.com/libri/hacker-della-porta-accanto-johnny-long/

ma anche in molte librerie.

ecco il sommario:

– Osservare e studiare il bersaglio
– Intrusioni e inganni con l’ingegneria sociale. La definizione di Wikipedia è: L’ingegneria sociale (dall’inglese social engineering), nel campo della sicurezza informatica, consiste nell’utilizzo, da parte degli hacker, di metodi che hanno come scopo quello di ottenere informazioni personali tramite l’inganno.
– Shoulder Surfing: alle spalle del bersaglio. Il shoulder surfing è una tecnica di ingegneria sociale che viene utilizzata per avere informazioni (codici PIN di una carta, password ed altri dati) stando alle spalle della vittima e osservandola.
– Dumpster Diving: la minaccia viene dal cestino della spazzatura. Tecnica di ricerca nei cassonetti di immondizia (sopratutto carta) di documenti e informazioni riservate che sbadatamente sono state buttate lasciando il foglio intero senza distruggerlo.
– Tailgating: l’arte di “imbucarsi”. In questo contesto il termine indica una persona che cerca di entrare in uno spazio privato per lei inaccessibile.
– Sicurezza fisica, lucchetti e serrature: quando il topo batte l’elefante
– Chiedere a Google quello che, di solito, non dice. In pratica l’utilizzo dei motori di ricerca, facendo interrogazioni mirate e utilizzando parole specifiche di database più pertinenti. La query impostata dall’utente serve per trovare informazioni, non accessibili con le comune ricerche.
– Reti P2P: scaricare audio e video può costare più del previsto. Nelle reti P2P non ci sono client e server, tutti i computer della rete distribuiscono i dati in modo paritario.
– Attenti al badge. Il badge è una tessera di plastica che contiene i dati personali di una persona e le autorizzazioni agli accessi o altro che quella persona può avere (se la persona è autorizzata appoggia il badge a lettori e si aprono serrature, sbarre, cancelli, …)
– 10 regole d’oro per sfuggire all’hacker della porta accanto.

Infine la descrizione presa dal sito dell’editore:

Un libro sull’hacking che non parla di tecnologia. Chi controlla l’informazione detiene il potere. E l’informazione è archiviata e custodita da sistemi fisici ed elettronici, piccoli o grandi che siano. Questo libro spiega come possono essere violati, per insegnare a proteggerli meglio. E lo fa in maniera non convenzionale, che tocca i computer solo di sfuggita. Niente programmi e codici incomprensibili quindi, ma tecniche che chiunque può mettere in pratica nella vita di tutti i giorni, per strada, in ufficio, al telefono, semplicemente con qualche ricerca su Google o attraverso una rete di file sharing. Queste tecniche fanno parte della conoscenza non scritta dell’underground hacker e l’autore le porta allo scoperto coadiuvato da Kevin Mitnick, l’hacker più famoso del mondo, e da altri hacker ed esperti di sicurezza “non tecnologici”.

Leggere questo libro è una maniera veloce ed economica per imparare a muoversi (e a difendersi) meglio in contesti urbani.

Johnny Long Google_hacking

Segnalo infine il Google Hacking Database, consultabile su questo sito: https://www.exploit-db.com/google-hacking-database

Non ci vuole molto a capire a cosa serve…

Debian GNU/Linux 12 live

Aggiornamento: nel mese di agosto 2025 è stata rilasciata una nuova versione stable: Debian GNU/Linux 13 Trixie.

Debian 12 live – d.e. XFCE

come Tails, anche Debian può essere installata su una chiave usb per essere avviata all’accensione su qualsiasi computer desktop o notebook. Una volta avviata e caricata, permette di accedere ad un ambiente desktop Debian perfettamente funzionante e con la quale si può fare tutto quello che serve all’occorrenza. Il tutto senza intaccare il sistema operativo presente nella macchina e… volendo, con la possibilità di installazione diretta, in dual boot o in sostituzione del sistema operativo già presente. In questo caso non è proprio così semplice come si può scrivere in due righe, è necessario conoscere bene quello che si sta facendo o tentando di fare. Poi va detto anche che le famigerate partizioni EFI, chiamate anche ESP (EFI system partition), che contengono il boot loader per il caricamento del sistema operativo installato (o dei sistemi operativi installati), non agevolano certo le installazioni.

Le immagini installabili live di debian 12 (la LTS più recente alla data della scrittura di questo articolo) si trovano disponibili per il download sulla pagina del sito di Debian:

https://www.debian.org/CD/live/index.it.html


Per mia abitudine utilizzo il D.E. (Desktop environment) XFCE, ma sono disponibili immagini con Gnome, KDE o altro.

Ovviamente la macchina dove si vuole avviare o installare Debian Live deve avere una connessione internet funzionante. In assenza di internet la live è perfettamente utilizzabile anche se… è fine a se stessa.

Una volta scaricato il file ISO (che occupa più o meno 3 gb) bisogna renderlo avviabile da chiavetta usb. Per fare questo utilizzo (e mi trovo molto bene) il software Balena Etcher:

https://etcher.balena.io


si scarica ed è già pronto all’uso in una directory, senza necessità di installazione e quindi è completamente portabile.
Inutile dire che nel mio EDC non manca mai una chiavetta con Debian 12 live.

Pecore e capre: Le caprette di Monica – ediz. RAI

Monica, benché le sue origini siano livornesi, non ha mai sentito l’attrazione per le terre di mare. Monica oggi vive a Valgiano nel comune di Capannori, sulle colline lucchesi e si occupa, assieme a Marcello di circa duecento tra capre e pecore. Ma è Monica che, lavorando il latte crudo appena munto, riesce a produrre un formaggio pregiato che, mantenendo i sapori del territorio, può profumare di erba fresca o di fioriture stagionali, fino a odorare di erba asciutta o di fieno.

di ROBERTO GIOVANNINI documentarista – Anno 2019 – Durata 25’38” –

https://www.youtube.com/watch?v=mc1FEKrQrqw

Pane dei poveri – Ediz. RAI

Primo, 87 anni, è nato, cresciuto e vive tra i castagni delle selve delle colline lucchesi.Tutti i giorni fa una camminata nelle selve ormai spoglie e pensa ai tempi passati dove intere famiglie, numerose e affamate, si nutrivano quasi esclusivamente di polenta di castagne e di castagne bollite o arrostite.Quello che un tempo era il suo mondo oggi è quasi irriconoscibile e pensa ad un passato che era fatto di cose semplici e genuine ma anche di duro lavoro ma non per questo rinnegato, era fatto da usi, costumi, cadenze mai frenetiche dove il lavoro governava il tempo e non viceversa.Era un mondo dove la gente usava testa e braccia, ma soprattutto il cuore.

di ROBERTO GIOVANNINI documentarista Anno 2013 – Durata 25′

ERA IL PANE DEI POVERI (castagne) – Ediz. RAI -:

https://www.youtube.com/watch?v=4soEH-Fg_Qc 

Nomadi della Mongolia

 I nomadi della Mongolia sono un popolo eccezionale.

Mi riferisco ai veri nomadi, non quelli che si dicono tali solo per attrarre i turisti. Mi riferisco a quelli che sono nati e cresciuti in zone dove solo il nomadismo e un certo stile di vita permettono di vivere anche se in modo duro e apparentemente inaccettabile.
I nomadi della Mongolia sono degli autentici professionisti della sopravvivenza, come lo sono del resto, tanti altri popoli nativi sparsi per il pianeta.
Non scrivo però questo articolo per esaltare un popolo, non ce n’è bisogno. Scrivo perché ho letto in rete in un blog, la descrizione di un’avventura tra i nomadi della Mongolia e, quell’articolo mi ha talmente disgustato per molti aspetti che ne voglio proprio parlare.
Cito qualche passo (riassumendo) e lo commento:
“vivere questa vita non è facile”… non è facile per chi? Non certo per quel popolo che la vive tutti i giorni da secoli in modo sereno e tranquillo. Si vorrebbe fare un paragone con la vita occidentale alla quale siamo abituati dicendo che la nostra è una buona vita e la loro una cattiva vita? Chi lo ha detto? siamo proprio sicuri di questo?
“mangiano di tutto e quello che mangiano è orribile” Tutti i popoli hanno le loro tradizioni, il loro modo di cucinare e di mangiare. Bisogna capire cosa si intende per cibi orribili. I nomadi della Mongolia mangiano, per tradizione, le marmotte o le capre ripiene della loro stessa carne (boodog). I pasti principali sono spesso a base di carne e poche verdure (se non si praticasse l’allevamento, poche speranze ci sarebbero di riuscire in agricoltura), si consumano latte, yogurt, formaggi secchi e bevande a base di latte fermentato. Degli animali non si butta niente perché ogni parte è indispensabile, ma non sono stranezze, sono necessità. Cosa dovrebbero mangiare per tenersi in vita in mezzo al nulla come sono loro? Si legge ancora: Il latte genuino è definito di sapore disgustoso solo perché non contiene additivi chimici e correttori, il te’ è salato… (è la bevanda principale e lo definirei tipico di quella zona e non zuccherato, piuttosto che salato). La poca acqua per bere è presa da un pozzo (non tutti hanno la fortuna di avere un pozzo), si utilizza solo una pentola per cucinare (è un male non avere tante stoviglie?) e le ciotole si lavano con poca acqua, insomma sembra che l’igiene come lo intendiamo noi sia totalmente assente e tutto sia fatto per terrorizzare piuttosto che per vivere nel modo migliore possibile in un posto difficile della terra.

Non ho mai sentito dire che un nomade della Mongolia sia morto per colpa della sua “strana” cucina o del “suo modo di vivere”. Non serve proprio a niente e a nessuno scrivere che i pasti sono orribili e spesso il cibo cucinato finisce ai cani perché non si può mangiare. Non serve a niente e a nessuno scrivere che durante il giorno si potrebbe assistere a situazioni di vita strane se non assurde o raccapriccianti. Forse le aspettative di vita non saranno le stesse dei popoli occidentali, ma in tutto questo non ci vedo niente di strano e non avrei nessuna difficoltà a condurre questo stile di vita, ci sarà magari da abituarsi a certe pratiche ma niente di più.
Non esiste il bello o il brutto, il buono o il cattivo, esiste solamente un modo di vivere diverso, ne migliore ne peggiore di quello al quale siamo abituati.

Per finire alcune informazioni serie e sensate su questo popolo:

si adeguano perfettamente al territorio che li circonda e di conseguenza l’attività principale è l’allevamento: cavalli (che diventano anche il mezzo di trasporto), bovini, caprini, ovini, cammelli (utilizzati anche durante gli spostamenti per il trasporto delle gher e di tutto quanto fa parte della casa e degli effetti personali).

la Iurta (o gher come si dice in mongolo), è l’abitazione dei nomadi mongoli, con una struttura in pali di legno che sorregge la copertura di teli o pelli, il pavimento è formato da tappeti di lana di pecora. L’arredamento è minimale normalmente composto da un mobiletto porta cibo e altro, da un tavolo e dai letti. C’è anche una stufa.
Ci sono alcune regole da rispettare quando si entra nella gher:

  • si entra con il piede destro
  • appena entrati ci si deve sedere, le donne che cucinano stanno al centro, vicino alla stufa.
  • i due pilastri centrali sono la congiunzione tra cielo e terra e non si devono attraversare
  • gli uomini devono portare un copricapo

nella cucina mongola il cibo è sacro. I mongoli si nutrono quasi esclusivamente di carne, che proviene dagli animali che allevano: bovini, capre, pecore e agnelli, montoni, cavalli e cammelli. Si utilizzano anche farina, latte e derivati, zucchero. Il pesce è quasi sconosciuto…

Il cibo si divide principalmente in grigio (la carne) e bianco (latte e prodotti del latte).
La carne si cucina prevalentemente per bollitura, utilizzando tutte le parti dell’animale e poi si consuma insieme al brodo prodotto. In inverno si consumano più grassi e carni, in estate più latticini.

Il piatto più famoso della cucina mongola è il boodog, fatto con capra o marmotta. Si svuotano gli animali dal collo e si tolgono ossa e frattaglie, poi si riempe la carcassa con altre carni, spezie e pietre roventi in modo da cuocere sia all’esterno che all’interno.

Le budella delle pecore vengono pulite e utilizzate per fare salsicce.

La carne viene conservata quasi esclusivamente utilizzando il metodo dell’essiccazione (si fanno strisce e si essiccano all’ombra) e poi si rimette a bagno in acqua bollente per ammorbidirla quando si utilizza.

Leggendo storie e documenti su questi popoli, mi sto accorgendo che alla fine non ci sono tante differenze tra i nomadi della Mongolia e i nativi americani… sarà colpa dello stretto di bering?

Indiani d’America, Chi sono i nativi americani


articolo sugli indiani d’america realizzato da focusjunior.it e autorizzato alla pubblicazione su questo sito:
https://www.focusjunior.it/scuola/storia/chi-sono-gli-indiani-damerica-i-nativi-americani/

di Guido da Rozze (caporedattore di Focus Junior) 21 ottobre 2021


Chi sono, da dove vengono e quali tradizioni hanno i nativi americani, ossia le popolazioni che, per secoli, abbiamo chiamato “pellerossa”.

Tantissimi secoli fa, in un’altra era geologica , il continente americano e quello asiatico non erano separati dal mare, come lo sono oggi tra l’Alaska e la Siberia . Erano invece uniti da una striscia di terra chiamata Beringia.

Oggi la Beringia non esiste più, è una terra sommersa, e il tratto di mare che separa America e Asia si chiama stretto di Bering  Lungo quella terra gli antenati degli indiani, partiti dalla Mongolia 20mila anni fa, hanno raggiunto l’America, dando origine alle popolazioni pellerossa.

Un indiano d’America Immagine restaurata di un nativo americano intento a pescare credits: Ipa-agency

IL VERO NOME DEGLI INDIANI

Chiamare questi popoli indiani d’America , non è giusto e l’errore fu di Cristoforo Colombo: quando, nel 1492, toccò le coste del continente americano, Colombo era convinto di aver raggiunto le Indie , vera meta del suo viaggio. Di conseguenza chiamò le popolazioni di quei luoghi “indiani” . Quando fu chiaro che, invece delle Indie, aveva scoperto un nuovo continente, l’America, ormai l’errore era fatto.

Il nome corretto delle popolazioni che abitavano il continente prima dell’arrivo di Colombo e dei conquistatori europei è nativi americani . “Pellerossa” fa invece riferimento al colore della loro carnagione ed è un termine sbagliato tanto quanto “indiani”.

IL FURTO DELLE TERRE

Quando capirono che era stato scoperto un continente sconosciuto e nuovo, gli europei si mossero alla sua conquista. credits: Ipa-agency

Quando capirono che era stato scoperto un continente sconosciuto e nuovo, gli europei si mossero alla sua conquista. Inglesi e francesi fecero di tutto per impossessarsi dei territori rubandoli ai nativi e, dopo anni di aspre lotte, massacri e guerre sanguinose ci riuscirono, costringendo i nativi americani a vivere in territori pensati apposta per loro e chiamati “riserve indiane”.

FU UNO STERMINIO?

Nonostante i film Western abbiano nel tempo dipinto un quadro idealizzato e romantico delle imprese di cowboy e coloni contro i “selvaggi” delle praterie, quello che gli europei riservarono agli indiani d’America fu un vero e proprio massacro, tanto che molti studiosi parlano (non a torto) di “genocidio dei nativi d’America”.

Nel corso di poco più di due secoli infatti, oltre l’80% della popolazione nativa venne spazzata via, con una perdita di vite umane che si calcola intorno ai 100 milioni di individui.

Una delegazione d’indiani d’America insieme al Presidente Americano Calvin Coolidge (1923-1929) credits: Ipa-agency

LE RISERVE INDIANE E LE BATTAGLIE

Le riserve indiane erano zone destinate ad accogliere le tribù indiane , che l’avanzata dei bianchi scacciava, mano a mano, dai territori d’origine. Erano i territori che ai bianchi non interessavano, sia perché non possedevano ricchezze minerarie da sfruttare sia perché erano troppo aridi o freddi per consentire agli europei l’agricoltura o l’allevamento. Le popolazioni native, fiere e coraggiose , combatterono a lungo contro l’invasore bianco.

Tra le battaglie più importanti che hanno segnato la storia di questo popolo ne ricordiamo due:

– la battaglia di Sand Creek (nello stato del Colorado), del 1864, in cui l’esercito americano compì una strage sterminando un intero villaggio, donne e bambini compresi.

– la battaglia di Little Big Horn (nello stato del Montana), del 25 giugno 1876, in cui i nativi americani riportarono un’importantissima vittoria contro il Settimo reggimento di cavalleria dell’esercito americano, riuscendo anche a uccidere il loro comandante, il generale George Armstrong Custer.

Oggi i discendenti dei nativi americani rimasti sono appena qualche migliaio, stanziati in diverse zone degli Stati Uniti.

LA SOCIETÀ

La popolazione dei nativi americani era divisa in circa 250 tribù , distribuite in tutto il continente nordamericano, da sud a nord. Le più famose erano quelle degli Apaches, dei Sioux, dei Navajo, degli Cheyenne e dei Mohicani.

Ogni tribù aveva un capo , con il compito di stabilire le regole della vita della comunità. Tutti gli appartenenti alla tribù avevano un compito da svolgere.

Uomini, donne, anziani e bambini, ciascuno dava il suo contributo alla vita comune: le donne cucinavano e costruivano il tepee (la tipica tenda dove abitava tutto il nucleo famigliare), mentre gli uomini cacciavano e proteggevano la tribù in caso di guerre. Agli anziani invece spettava il compito di educare i più giovani e tramandare loro valori e tradizioni.

Al contrario dei bianchi, gli indiani non combattevano mai per il possesso delle terre perché, secondo la loro concezione, la terra era di tutti.

I VILLAGGI

L’abitazione tradizionale indiana è il tepee , ed è la classica tenda a forma di cono che tutti conosciamo. Era comoda, perché si poteva smontare e spostare quando si voleva.

Spesso, infatti, gli indiani svolgevano una vita nomade, sempre alla ricerca del territorio che dava più frutto. Oppure seguivano gli spostamenti delle mandrie di bisonti per dare loro la caccia, poterne mangiare le carni e ricavare vestiti e tepee dalle loro pelli.

LE TRADIZIONI E LA RELIGIONE

I grandi protagonisti della religione dei nativi americani erano gli “spiriti”. Dominavano ogni cosa, dagli uomini alle piante e il più importante era il Grande Spirito o Manitù.

I sacerdoti si chiamavano sciamani (Wichasha Wakan,”colui che conosce le cose sacre” in lingua Sioux) e avevano il potere di comunicare con gli spiriti e di guarire gli uomini dalle malattie.

Totem indiani credits: Ipa-agency

Ogni tribù aveva il suo totem, un palo di legno sul quale erano rappresentate le insegne della tribù o del suo capo. Ogni totem aveva due ali, perché gli indiani pensavano di essere “angeli che hanno un corpo.

Inoltre, vi erano sempre incise le fattezze di alcuni animali, per esempio la farfalla, l’aquila o il bisonte. Ognuno di questi animali rappresentava una “qualità” che la tribù desiderava possedere. Il cavallo, per esempio, rappresentava la libertà, l’aquila il potere spirituale, il lupo la lealtà, il bisonte l’abbondanza.

Il celebre capo Sioux Toro Seduto credits: nativi americani

Molti capi indiani sono famosi. Tra i più importanti ricordiamo:

Toro Seduto: il suo vero nome era “Bisonte Seduto” e fu il capo dei Sioux Hunkpapa che
vinsero la battaglia di Little Big Horn contro il generale Custer.

Cavallo Pazzo: capo dei Sioux Lakota, prese anche lui parte alla vittoriosa battaglia di Little Big Horn. Famoso il suo grido d’incitamento “Hoka Hey”, che si può tradurre con “Andiamo uomini”.

Geronimo: il soprannome gli fu dato dai nemici messicani (il vero nome era “Colui che sbadiglia”) che storpiarono lo spagnolo “Girolamo”. Fu il capo dell’ultima grande resistenza nativa ai coloni europei.

Fabbro: La ferriera, a ferro e fuoco – ediz. RAI

In provincia di Lucca, a Piè Lucese (Piegaio di Pescaglia), in fondo ad una valle, è ancora in attività una antica ferriera. Il fabbro, Carlo Galgani, è l’ultimo discendente di una famiglia che da oltre cinque secoli si tramanda questo lavoro. Per realizzare vanghe, zappe coltelli e altri arnesi, Carlo impiega rottami di scarto non più utilizzati. Qui il lavoro fatto di piccoli gesti, di solide tradizioni, ma anche di grande saggezza e di silenziosa fantasia, diventa arte e stile di vita.

di ROBERTO GIOVANNINI documentarista – anno 2015 – durata 27’46” –

I fabbri di una volta, distendini e ferriere:
https://www.youtube.com/watch?v=JfTaHP5hw-g

Carbonaio: nero come il carbone – Ediz. HomeVideo

Luigi, 83 anni, è forse l’ultimo carbonaio ancora in attività; vive sulle colline lucchesi nel comune di Pescaglia. Aiutato dal figlio e dal nipote, continua una tradizione che si perde nel tempo.
Questo è un lavoro difficile che richiede tanta esperienza, tanto sacrificio, tante nottate, tanto sudore, tante fatiche.
Dice che presto smetterà ma non trova il coraggio di farlo anche perché nel respiro di questa polvere, lui ha costruito la sua vita.

di ROBERTO GIOVANNINI documentarista – anno 2016 – durata 31′ 13″

NERO COME IL CARBONE (vita del carbonaio) – Ediz. HomeVideo:
https://www.youtube.com/watch?v=hK8FDY10T10