Corde e materiali per legare (cordage)

In una situazione di emergenza qualsiasi cosa che possa legare va bene. Non c’è da andare troppo per il sottile. Potendo però scegliere ci si può orientare verso corde versatili, che magari conosciamo bene e abbiamo utilizzato varie volte. Di seguito le mie scelte in ordine si “simpatia” e “buone prestazioni” nell’utilizzo. Secondo alcuni testi, “le fibre sintetiche tendono a rompersi dopo un po negli ambienti selvaggi. Il cordame naturale è molto più facile da usare in natura e dura molto più a lungo”. Se devo essere sincero non ho nessuna lamentela da fare verso le corde sintetiche (ma nemmeno verso le corde naturali).


Il paracord probabilmente è la migliore corda che si possa avere in una situazione d’emergenza. Non a caso è citato in praticamente tutti i manuali e guide di sopravvivenza e in qualsiasi posto dove si parla di survival. È un cordino in nylon, composto da uno strato tubolare intrecciato esterno che racchiude 7 o 9 fili intrecciati (per il kit di sopravvivenza probabilmente è migliore quello a 9 fili). Ogni filo interno è formato da 3 fili intrecciati. I fili interni possono essere utilizzati per legature, cucire e rammendare, lenza per pescare, corda per arco auto-costruito, … . Il tubolare esterno del paracord, senza fili interni (che dovrebbero essere sfilati) è eccezionale per tutti i tipi di legature.


La rafia sintetica è un altro tipo di corda che apprezzo molto. Leggera a portare, molto robusta e adatta praticamente ad ogni tipo di legatura. Deve essere in polipropilene stabilizzato ai raggi UV per una lunga durata. Normalmente è confezionata in pratici conetti che permettono la svolgitura completa senza attorcigliamento. Si trova in vari colori. È utilizzata principalmente per legature ed innesti in agricoltura, orticoltura e giardinaggio. E’ inoltre indicata per la realizzazione artigianale di borse, cappelli, scarpe, stuoie. La confezione più comoda è il rotolo da 100 grammi che contiene circa 200 metri di rafia. La rafia sintetica per legature agricole in orti e giardini normalmente ha il seguente rapporto peso/lunghezza: una unità di peso = due unità di lunghezza.

conetti di rafia sintetica da 100 grammi ognuno (circa 200 metri ogni 100 grammi)

Corda o treccia per palàmito o sagola (cavetto costituito da elementi torti o intrecciati) in poliestere di media o alta tenacità. Lavorazione semi-rigida, a fili accoppiati, con buon carico di rottura, affondante. Destinata ad essere utilizzata prevalentemente per la pesca con palàmito, si usa anche nel settore edile, agricolo e industriale per legature che richiedono forza di carico e attrito. Normalmente è confezionata in rotoli da 1 kg. equivalente, secondo lo spessore a: 1 mm.

corda o treccia per palamito da 1 e 2 mm.

Il filo di ferro zingato può avere moltissimi utilizzi. Quello della foto è il filo che utilizzo, ha uno spessore di 0,8 mm., una lunghezza di 50 metri e un peso di 100 grammi (valori per ogni bobina). Viene utilizzato principalmente nel giardinaggio, nella florovivaistica, in agricoltura. Lo utilizzo per esempio per fare il manico al mio pentolino, per legature vicino al fuoco… Ha un’ottima resistenza allo strappo. Per lo stesso utilizzo è ottimo anche il filo di rame con spessore da 1 a 2 mm.. Il rame è più sensibile alle alte temperature.

filo zingato del tipo utilizzato in agricoltura o giardinaggio, in rotoli da 50 mt. del peso di circa 100 grammi.


vari tipi di materiale per legareAltre corde e materiali sicuramente utili per legare e da provare.

Ho trovato molto utile in alcuni casi utilizzare per legature le fascette di cablaggio elettrico, quelle in plastica che si introduce la fascetta nella fessura della testa e si stringono tirandole. Sono confezionate di solito in buste da 100 pz. e dovrebbero essere almeno lunghe 30/35 cm. e 2,5/3 mm. di larghezza. Nei negozi di campeggio e alpinismo/arrampicata ci sono corde che partono da 2/3 mm. di diametro, buone anche per legare (normalmente sono a taglio e vengono vendute al metro). Non hanno la struttura del paracord ma sono ugualmente molto resistenti. Nel settore edile si trovano corde in poliestere per muratori e imbianchini confezionate spesso in bobine da 50 metri, con spessore 1 mm. e che hanno una resistenza allo strappo di 10/12 kg. Sono utili anche i vari tipi di nastri adesivi, telati, isolanti o di tipo americano.


Altri tipi di corde

Corde sintetiche:

Fettucce varie sintetiche, tipo per alzare e abbassare le tapparelle (non sono molto pratiche nelle legature)
Bank Line
spago di nylon
corda o cordoncino per veneziane
Corda a treccia in polipropilene da 2-3 mm.
Corda a treccia in polietilene da 4-5 mm
Corda ritorta in polipropilene da 4-5 mm.

Corde naturali:

ginestra
edera
salice
vimini (salice viminale)
varie cortecce
erba
cotone
canapa
lino
iuta
rafia naturale
fibra di banana
fibra di abaca
fibra di eucalipto
fibra di bambù
lanital
fibra di alghe
kenaf o fibra di ibisco
lenpur
sisal

Tendine: uso presso i nativi americani

Il tendine presso i nativi americani è usato come filo per cucire oppure come corda per confezionare armi (fissaggio delle punte, delle alette delle frecce e per fare le corde all’arco). Il tendine veniva ricavato da cervi, bufali, alci. Può essere considerato come il tessuto fibroso che collega il muscolo all’osso. I tendini della parte inferiore delle gambe sono probabilmente i più utili e i più semplici da estrarre. Devono essere tagliati, raschiati della eventuale carne che è rimasta attaccata, separati in strisce ed essiccati in modo che possano perdere tutta l’acqua. sono pronti quando sono duri e secchi. E’ importante osservare che presso i nativi americani, le parti di animali utilizzate oltre al tendine come ossa, piume, ecc. provengono da animali che non sono considerati in via di estinzione.

Esiste anche il tendine artificiale, confezionato in rotoli e si può utilizzare esattamente come si usa il tendine naturale.

Il survivalista Richard Lonewolf (nativo americano) consiglia di inserire in un kit di sopravvivenza un rotolo di tendine artificiale utile in moltissime situazioni di emergenza. Purtroppo non è facile trovare il tendine artificiale di buona qualità. Ho provato ad acquistarlo via internet in Italia, ma purtroppo quello acquistato da me era assolutamente inadeguato (scarsa qualità) per un utilizzo in situazioni di emergenza. Ho trovato un buon sostituto del tendine artificiale nella rafia sintetica che descrivo nell’articolo
https://www.sopravvivere.org/corde-e-materiali-per-legare-cordage/

Zaino: riparazione e rammendi

Il mio zaino (trk alpax 30) è abbastanza vecchio, dovrei averlo acquistato nei primi anni 2000. E’ ancora buono e valido, ma ogni tanto deve essere aggiustato con piccole riparazioni o rammendi. Questa volta ho dovuto rifare la cinghia che stringe gli spallacci sul torace (che avevo fatto io perché in origine non c’era) e la cinghia che tiene lo zaino in vita. Poi aveva due elastici sul lato verticale destro (porta attrezzi) che con il tempo si sono rotti e hanno rovinato la cucitura della striscia di tela bianca sulla tela blu. Ora ho rammendato i due pezzi dove era l’elastico e dovrebbe essere a posto. Per fermare le cuciture utilizzo normalmente il nodo del chirurgo e poi ritorno con il filo due o tre punti indietro. E’ uno zaino 30 lt. nominali, quando ero più giovane 30 lt. potevano andare bene e questo zaino, anche se abbastanza riempito con un peso che arrivava anche a 12-15 kg., lo portavo bene anche per molti km., ma oggi, con l’avanzare dell’età devo ridurre i pesi di molto e sembra un po’ vuoto.Con questo mi ci trovo bene ed è ancora in ottimo stato d’uso. E’ un modello trekking/escursionismo, molto comodo per il trasporto in percorsi medi/impegnativi e se caricato bene, quasi non si sente sulla schiena e sulle spalle. Questo modello è veramente molto leggero e nonostante qualche modifica e adattamento che ho fatto, è rimasto un peso piuma. Nella schiena in alcune occasioni si sente il sudore che ristagna, ma tutto sommato l’areazione non è male… ho avuto anche di peggio.

Riparo: Super shelter

L’idea di Mors Kochanski si basava su quanto un rifugio dovrebbe fornire a una persona nell’ambiente freddo della foresta boreale. Lui è espertissimo di sopravvivenza nel suo ambiente: la foresta boreale, i concetti però si possono applicare a qualsiasi luogo dove c’è necessità di ripararci dal freddo e dalle intemperie. Il super shelter da lui ideato richiede l’utilizzo di materiali che potrebbero non essere disponibili in una situazione di emergenza, l’idea è comunque valida e si può anche adattare a quello che c’è disponibile per la costruzione. Il rifugio di Mors Kochanski fornisce calore (perché davanti, esternamente ad esso c’è un fuoco), comfort (perchè è sollevato dal terreno e non c’è trasferimento di umidità) e ci si può asciugare scarpe e vestiti. In breve. E’ necessario ovviamente un fuoco, perché è la fonte di calore esterna che riscalda il foglio di plastica e il mylar. Per costruire questo rifugio serve avere: Coperte in mylar, Telo. Foglio di plastica trasparente, Corda- paracord o spago, ascia e preferibilmente anche sega. Nel libro del super shelter, Kochanski consiglia di portare anche nastro adesivo e spille da balia da utilizzare per fissare.


Nella rete si trovano vari video che spiegano bene la tecnica del super shelter ideato da Mors Kochanski, sopratutto sul sito Karamat Wilderness Ways

Anche nel suo libro: Canadian Wilderness Survival, Bruce Zawalsky dedica una parte al super shelter. in allegato, in formato .pdf, la pagina estratta da questo libro.

Super-Shelter-Material-Required


Infine la copertina del manualetto di Mors:

Riparo: Lean-to o a tettoia

Riparo, rifugio, ricovero Lean-to o a tettoia

Lean-to, il riparo più semplice e veloce da costruire

Immagine presa da internet, non ho più i riferimenti per l’attribuzione

Letteralmente il termine può essere tradotto con l’italiano tettoia. In pratica si tratta di una struttura di legni o pali disposti obliquamente e appoggiati ad un tronchetto superiore orizzontale che fa da trave, tenuto da due pali piantati per terra oppure da una biforcazione presente in un albero. Si inizia con il fissare bene il palo superiore orizzontale, che deve essere sicuramente robusto perché alla fine deve tenere in piedi tutta la struttura, copertura (di qualsiasi cosa sia fatta) compresa. Si stabilisce poi l’obliquità dei pali appoggiati (l’obliquità determina lo spazio interno per l’alloggiamento principale). quando ho deciso a che distanza dalla trave orizzontale posizionare la base dei pali obliqui, non appoggio direttamente i pali a terra, ma scavo un solco leggero in modo che i pali si interrano per 5-10 cm. Si completa infine la struttura con l’inserimento orizzontale di rami fini flessibili, intrecciandoli con i pali obliqui (alternativamente passano fuori e dentro i pali, come se si facesse un canestro). Se si decide per la tecnica dell’intreccio, i pali obliqui vanno fissati sulla trave posteriore orizzontale dopo che sono stati inseriti rami flessibili orizzontali, perché farli entrare dall’alto è relativamente semplice, infilarli da un lato è molto più difficile. Ovviamente i rami flessibili orizzontali possono anche non essere intrecciati, ma legati semplicemente. Quella descritta è la struttura di base, si può considerare finita, ma può essere anche migliorata in molti modi. Sicuramente i lati triangolari dovrebbero essere chiusi, in modo che il riparo risulti chiuso su tre lati e aperto solo davanti. Sul davanti, ad una distanza variabile (personalmente lo posiziono a circa 1 metro), si realizza il focolare e dietro si costruisce una barriera, in modo che il calore venga spinto verso il rifugio. Così semplicemente però, se dovesse piovere, il fuoco si spegnerebbe. Va da se che bisogna ripararlo dalla pioggia con una tettoia. Una volta costruito il ricovero Lean-to, ci si può sbizzarrire proseguendo come meglio si crede, con l’aggiunta di cose utili per proteggere il corpo dalle avversità climatiche e dai pericoli che ci potrebbero essere intorno. Come scritto in un altro articolo, preferisco sempre circondare un rifugio con un recinto, per avere più protezione e sicurezza.

Vari ripari semplici e veloci da allestire

Riparo: El Chozuelo

Rifugio, capanna portatile dei pastori nomadi spagnoli: il Chozuelo.

Una delle attività dei pastori nomadi della Sierra de la Demanda (è una regione “comarca” della Spagna, situata nella provincia di Burgos, nella comunità autonoma di Castiglia e León), quando sorvegliavano le loro greggi mentre pascolavano nelle montagne della loro terra o nelle grandi pianure dell’Estremadura dove stanziavano, era la costruzione delle capanne mobili temporanee che venivano costruite per necessità abitativa.

“chozuelo portátil” conservato nel Museo di Torre de Babia. Foto Guiarte.com Copyright.

Eugenio Monesma – Documentales, ha pubblicato un video, dove si spiega molto bene la tecnica costruttiva di questi rifugi. La foto sotto tratta dalla copertina del video di Monesma.

Foto tratta dal video di Eugenio Monesma.

Pigmei Baka

Il nome Pigmei è probabilmente di origine greca e indicava popoli di bassa statura della zona egiziana o indiana che erano in guerra con alcune specie di uccelli che distruggevano i loro raccolti. Questo popolo si divide in sottogrupi indipendenti gli uni dagli altri: i Twa, gli Aka, i Baka, i Bambuti.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Baka_Drf_Dja.JPG?uselang=it

I Baka sono un popolo di raccoglitori e cacciatori e vivono nelle foreste dell’Africa centrale, vicino all’equatore, negli stati del Congo, del Gabon, del Camerun, …
Le foreste citate sopra appartenevano a questo popolo, che ci vivevano in completa autonomia vivendo delle risorse del territorio, seguendo il ritmo delle stagioni. Oggi le cose, come da tante parti della terra sono cambiate e, alcuni uomini di potere, stanno trasformando le abitudini e il territorio dei popoli nativi. La sopravvivenza di queste comunità e la salvaguardia delle loro tradizioni è messa in pericolo dalla deforestazione e dalla difficoltà che hanno nell’integrarsi con gli stili di vita africani di oggi. I baka, nomadi, cacciatori, raccoglitori, che si accontentano del poco che il loro ambiente può offrire, non saprebbero vivere in modo diverso da come hanno sempre fatto. La foresta pluviale intorno al fiume Dja (chiamato anche Ngoko, è lungo circa 720 km), conosciuta come riserva faunistica di Dja, è stata iscritta nei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco ed è praticamente incontaminata.
Gli uomini Baka conoscono benissimo l’ambiente che li circonda, dalle piante ricavano medicinali, cibo e veleno per le frecce che utilizzano nella caccia. Le donne si dedicano alla pesca e al mantenimento dei villaggi, costruendo nuovi rifugi se necessari. Praticano (sopratutto per necessità) scambi di prodotti con i popoli vicini.
Come già scritto sono nomadi, e riuniti in piccoli gruppi di famiglie, si spostano da un punto all’altro della foresta, naturalmente per esigenze di sopravvivenza.
I loro accampamenti sono costituiti da capanne circolari (che apprezzo moltissimo) chiamate mongulu, costruite con rami o alberelli conficcati nel terreno ed intrecciati insieme in modo fa formare una semi-sfera. La copertura viene fatta con larghe e grandi foglie reperibili facilmente in quella foresta chiamate maranta.
La famiglia è la base della loro organizzazione. Famiglia in senso stretto, quasi in senso patriarcale, che si allarga poi ai parenti stretti.

Riparo: a mezza cupola o a cupola

Riparo, rifugio, ricovero costruito a mezza cupola o a cupola (Half Dome Survival Shelter), Wickiup.

Beard, Daniel Carter – shelter, shacks and shanties

È il tipo di riparo che preferisco costruire, normalmente utilizzo questa tecnica per costruire ripari intorno ai 3×2 metri e se proprio rotondi non superiori a 3 metri di diametro, con l’aggiunta possibilmente di un camino a filo di una parete, perché accendere il fuoco all’interno può essere pericoloso per il troppo fumo e per gli incendi. Costruisco poi fuori se necessario, qualche piccola tettoia inclinata attaccata e/o staccata per le attività giornaliere. utilizzo coperture naturali, ottenute con materiali di fortuna reperiti sul posto oppure se ho a disposizione teli di nylon, li utilizzo sopratutto per la parte alta. Per la parte in basso chiudo con sassi se ci sono oppure con legni e tronchetti più spessi, magari inframezzati da muschio o erbe con terra che possono legare. I legni utilizzati dovrebbero essere sufficientemente lunghi e di un legno elastico, in modo che si possono piegare e intrecciare agevolmente. Per la parte portante spessore del legno più grande, per i rami di intreccio e di tenuta lo spessore può essere anche più piccolo. per piantare i legni in terra procedo in questo modo: con un legno appuntito e un mazzuolo auto costruiti sul posto pratico delle buche nel terreno (diametro sufficiente ad infilarci i legni, poi prendo il palo/ramo che devo piantare, lo appuntisco e lo ficco con forza nel buco fatto in modo che si interri per almeno 30 cm., mettendo tutt’intorno per chiudere bene il buco terra pressata e sassolini. Quando i pali sono ben fissi al terreno inizio a piegare e intrecciare (più facile a fare che a dire). Il rifugio non deve essere troppo alto per non disperdere il calore, va bene 10/15 cm. in più della nostra altezza in modo che si possa stare comodi in piedi. I rami orizzontali incastrati a griglia possono essere anche più fini perché hanno il solo scopo di collegamento e tenuta. A volte durante la costruzione del rifugio ho trovato utile intrecciare qualche ramo orizzontale più basso prima di piegare quelli verticali, perché se aperti in alto, favoriscono l’entrata del ramo orizzontale che deve passare una volta dentro e una fuori. Per l’interno mi organizzo come posso, un letto rialzato da terra (bastano 20/30 cm.) nel punto più lontano dall’entrata, da utilizzare anche come sedia e, se possibile, una qualche specie di tavolo per appoggiare le cose, fare piccoli lavoretti necessari e per mangiare quando fuori piove (ammesso che ci sia qualcosa da mangiare).

Sotto, due disegni esplicativi presi dai manuali indicati in didascalia.


The book of Camp-Lore And Woodcraft by Dan Beard (Founder of the First Boy Scouts Society)

Wickiup (wigwam o wetu): una variante del rifugio a mezza cupola potrebbe essere considerato il wickiup che è un tipo di capanna temporanea tradizionalmente realizzata dai nativi americani nel sud-ovest degli Stati Uniti, che ha una struttura ovale in legno ricoperta di erba, foglie, rami, pelli di animali o stoffa. Può essere realizzato quasi ovunque con il minimo della difficoltà. La disposizione dei legni principali, l’intreccio dei rami e la copertura, può ovviamente essere adattato secondo le esigenze del momento e ai materiali disponibili. Anche se a prima vista non sembrerebbe, questo tipo di rifugio è molto resistente alle sollecitazioni esterne come venti, piogge o temporali e può essere sicuramente consigliato anche come rifugio per lunghi periodi. Il wickiup può essere costruito anche a cupola o mezza cupola, come facevano gli Apache e altri nativi americani che ne facevano uso.

disegno preso dal volume: Michael Pewtherer, Wilderness Survival Handbook (2010)
Wickiup paiute Hillers, John K., 1843-1925. – http://digital.denverlibrary.org/cdm/ref/collection/p15330coll22/id/25644

Approfondimenti:

reperire informazioni su come costruiscono il loro rifugio i Baka che vivono nelle foreste del Camerun. La loro capanna tradizionale, il mongulu, è una mezza cupola formata da sottili rami e ricoperta di foglie di maranta. I materiali disponibili sono diversi da quelli che si trovano nei boschi europei e del nord, l’idea di base e il sistema costruttivo però non cambiano. Vedere anche: https://www.sopravvivere.org/pigmei-baka/

Rete in corda: costruzione

Una rete può essere utile in molte occasioni. costruirla è semplice e, a seconda dello spessore della corda e dell’ampiezza delle maglie, si può utilizzare per molti usi. La figura sotto (presa dal manuale: Search and Rescue SURVIVAL TRAINING (AF REGULATION 64-4 VOLUME I, 15 July 1985), mostra il metodo di costruzione della rete (abbastanza facile). Gli utilizzi più comuni sono: zaino o sacca per il trasporto di varie attrezzature (legna per il fuoco, pietre e materiali vari), rete da pesca o nassa, se si tengono più strette le maglie si può fare un’amaca o rete per il letto.
Normalmente per fare un retino da pesca utilizzo i fili interni del paracord o altre cordicelle. Per reti più robuste utilizzo la calza esterna del paracord. Molto buona per la costruzione di una rete è anche la rafia sintetica. Si possono utilizzare anche fibre naturali.

come si vede nel disegno sopra per iniziare la costruzione si può partire anche dal nodo di prusik:

Immagine di: https://thebearessentials.com/blogs/knot-tying

Pelli e pellicce, trattamento per conservazione

Le pelli e le pellicce degli animali catturati per procurarsi il cibo in sopravvivenza, hanno un’indubbia utilità ma devono essere trattate e preparate per essere conservate nel tempo. Non si può parlare di concia vera e propria ma solo di ottima conservazione nel tempo. La pelle deve essere lavata e ben pulita, la parte interna deve essere raschiata e pulita di tutti i residui di grasso e carne che sono rimasti attaccati. I residui poi saranno cotti per essere mangiati. Quando la pelle è pulita si mette ad asciugare (se si vuole anche affumicata) in un telaio autocostruito, legandola al telaio in modo che stia ben tesa. Si deve però trattare con qualche sostanza idonea in modo che si mantenga e non imputridisca. Anche normalmente, sebbene vengano utilizzate sostanze chimiche e non metodi naturali,  è necessario conservare la pelle, perché i pellami dal momento della macellazione devono attendere lunghi periodi prima di essere conciati e se non vengono trattati in modo idoneo possono marcire.
In sopravvivenza, le sostanze per conservare la pelle si trovano in natura e i metodi sono facilmente accessibili:

– Tannino: tutti i vegetali contengono una sostanza che serve loro per proteggersi da funghi e batteri: il tannino. Il tannino fin dall’antichità è utilizzato nella conservazione delle pelli. La corteccia, il legno,le foglie e i frutti di piante come quercia, castagno, betulla, robina, vengono sminuzzate e messe a bagno in acqua preferibilmente calda per una macerazione lenta ma efficace. Il liquido scuro che ne deriva viene utilizzato per bagnarci (il tempo è variabile e può essere anche un mese) la pelle e il suo effetto deve essere costantemente controllato durante tutta la bagnatura.

– Urina: l’urina, ma anche gli escrementi di animali in generale e meglio canidi e uccelli, risolvono il problema della formazione di batteri e microrganismi responsabili della putrefazione.

– Cervello: anche il cervello dell’animale ucciso, se non mangiato, può essere spalmato nel retro della pelle e risulta molto efficace come trattamento.

– Tuorlo di uova: il tuorlo d’uovo se si disponesse di uova è indicato per la conservazione della pelle.

– Salatura: la salatura, anche se meno efficace, ma comunque idonea, è un altro ottimo metodo. Si deve disporre del sale, quindi acqua di mare soprattutto. 

Orientamento senza strumenti o carte

Orientarsi: rivolgersi verso est, oriente.

Quando ci si perde in un bosco o in una zona isolata, a meno di non caderci dall’alto, all’origine c’è sempre un errore organizzativo dovuto ad una scarsa conoscenza dei metodi di orientamento e di organizzazione e all’aver preso troppo alla leggera lo spostamento in zone difficili e sconosciute. Se solo si lasciassero alcuni segni al passaggio o se si osservassero bene punti che attraggono l’attenzione, sarebbe più facile ritrovare la strada del ritorno. Imparare le basi dell’orientamento, senza l’aiuto di strumenti come la bussola, il GPS o carte, diventa un’abilità essenziale che può salvare la vita. Può succedere però che ci si perda e non si sappia più come fare per ritrovare il punto iniziale o comunque un punto noto.
Nel momento in cui si capisce che ci siamo persi, si devono attuare tutta una serie di procedure di seguito descritte: fermarsi immediatamente e non continuare a girovagare inutilmente e senza senso solo perché presi dalla paura e dal panico. Trovare un posto comodo dove fermarsi, calmarsi, riposarsi e poi iniziare a riflettere su alcuni punti fondamentali: da dove sono venuto? quando ho iniziato il percorso verso quale punto cardinale mi sono diretto rispetto al punto iniziale? ho fatto un tragitto lineare oppure no? Per tragitto lineare si intende un tragitto cosciente, deviazioni e percorsi circolari o tortuosi fatti senza rendersi conto non si possono ovviamente valutare.
Nei territori a nord dell’equatore il sole sorge ad est, percorre da est ad ovest un arco che coincide con il sud nella massima altezza (il mezzogiorno) e poi tramonta ad ovest. Se non ci si trova in boschi o vegetazioni fitte che non permettono di vedere il sole o se il cielo non è troppo nuvoloso, la prima cosa da fare è individuare i 4 punti cardinali con l’aiuto del sole di giorno e con l’aiuto delle stelle di notte.

il disegno che avevo fatto qualche anno fa, mostra la posizione della stella polare rispetto alle costellazioni più grandi e più facilmente individuabili. Nella stagione estiva l’Orsa Maggiore è abbastanza bassa nel cielo e in alcuni casi è più difficile individuarla. Anche le stelle, come il sole, sorgono ad est e tramontano ad ovest. La luna, se sorge prima del tramonto ha il lato illuminato verso ovest, se sorge dopo la mezzanotte è il contrario, il lato illuminato è ad est.

Non si dovrebbe però camminare al buio, anzi è fortemente consigliato di fermarsi, improvvisare un riparo e prepararsi per la notte. Una volta individuata la stella polare si dovrebbe creare una mappa, anche mentale, da utilizzare quando fa giorno. Nei territori a sud dell’equatore i poli si invertono e il nord è rappresentato dal sole alto nel cielo a mezzogiorno, che sorge ad ovest e tramonta ad est. Di notte si prende come riferimento la costellazione chiamata Croce del sud.

si riescono a vedere il sole e le stelle, si può osservare il bosco al suo interno per individuare tracce di orientamento. Per esempio il muschio si forma prevalentemente sul lato nord o nord-est degli alberi. Le ragnatele vengono costruite verso la maggiore luce, cioè a sud. Nelle piante, quando sono rotte e si possono vedere gli anelli, più stretti e più corti nella parte di tronco rivolto verso nord. Il fogliame degli alberi generalmente è più rigoglioso verso sud. Se ci sono pietre con il muschio attaccato, questo indica quasi sempre il nord, verso nord si trova terreno e fogliame più umido e verso sud le pietre e il sottobosco più asciutti e puliti.

Se si riesce a capire la planimetria del punto di partenza rispetto al punto in cui ci siamo persi, considerare anche che: i fiumi e i corsi d’acqua scorrono in discesa e prima o poi portano verso luoghi abitati e verso il mare. A volte non è semplice seguire un fiume ma questo può essere seguito anche a distanza e non necessariamente si deve stargli accanto. Per salire di quota il percorso deve presentare boschi che sono disposti su pendii e pareti ripide. Mi è successo a volte che sebbene conoscessi la direzione da seguire davanti a me, non potevo seguirla per via di un sottobosco impenetrabile o altri ostacoli difficili da superare. quando si deve andare a destra o sinistra e poi a zig zag ritornare nella giusta direzione, si deve prestare molta attenzione a come ci si muove e valutare tutti gli spostamenti nei minimi particolari segnando con scrupolo il percorso, in modo da capire se ci si trova alla fine sulla giusta direzione iniziale che è stata aggirata.
La Luna:
La luna crescente prima del tramonto: ha il lato luminoso verso ovest. La luna a metà nottata: ha il lato luminoso verso est. La luna piena: a sud a metà nottata, a nord a metà giornata. La luna nuova: a nord a metà nottata, a sud a metà giornata. Quando si conoscono le tecniche di orientamento sopra descritte, sin dall’inizio del percorso ci si organizza in modo da ritrovare la strada, ovviamente sarà tutto più semplice. Non si cammina solo con la testa bassa e con lo sguardo a 4-5 metri dai piedi, si alza frequentemente la testa e si osserva il paesaggio e la sua conformazione, si individuano i punti di riferimento che in qualche modo sono ben visibili e facili da ritrovare e ci si muove per settori, verso punti noti e certi. Si lasciano dietro di noi dei segni evidenti che aiutano a ritrovare il percorso al ritorno.

mmagini prese dal manuale: Tecniche di sopravvivenza di Brian Hildreth

Orientamento con la bussola, con e senza carte

Orientarsi: rivolgersi verso est, oriente.

Ho una piccola bussola, ha solo il minimo indispensabile però funziona bene e mi basta e avanza. L’ho presa trasparente perché se ho una carta l’appoggio sopra e continuo a vedere sotto. Non serve molto spiegare le parti di una bussola, è tutto abbastanza intuitivo. Ci sono delle scale di riferimento in km., un righello in mm., una ghiera (la mia è di colore azzurro) che può essere ruotata tramite un’impugnatura circolare in gomma nera, nella parte centrale trasparente dove sono incisi la freccia rossa e il proseguimento della freccia nera sono indicati in rosso le declinazioni ovest e est. L’ago di colore rosso è calamitato, è ad immersione e punta sempre verso nord se si lavora in piano e può ruotare liberamente. Il nord magnetico (quello indicato dalla bussola) non coincide con il nord terrestre (Polo Nord) o il nord cartografico (quello che viene indicato dal reticolo della carta geografica). L’errore però è trascurabile se si parla di orientamento generico e si può fare sicuramente affidamento sulla bussola per trovare una direzione. In qualsiasi modo si utilizza la bussola, questa deve lavorare sempre in orizzontale e la punta dell’ago non deve puntare ne verso il basso ne verso l’alto del liquido e deve girare liberamente. Quando l’ago si stabilizza e ha trovato il nord, si ruota la ghiera fino a far collimare la punta della freccia del nord con la parte rossa dell’ago.

– Utilizzo senza carta geografica e rilevando l’azimuth:
ci si deve rivolgere verso il punto preso per riferimento (può essere un grosso albero, la punta di una collina, uno sperone di roccia molto evidente. Infine sulla ghiera (nelle ghiere di qualsiasi bussola sono sempre indicati i gradi) si rileva l’angolo fra il riferimento preso e il nord. Si continua a procedere così di punto in punto, di azimuth (angolo) in azimuth, avendo l’accortezza di segnare i gradi e i riferimenti. Per ritornare al punto di partenza basta fare il ragionamento inverso.

disegno preso da un mio quaderno di appunti

– Orientare una carta geografica (il testo e disegni che seguono sono presi presi dal foglio istruzioni della bussola Silva):

Per convenzione nelle carte geografiche la parte alta è rivolta verso nord se non diversamente indicato.

Orientarsi con la carta o una mappa non dotata di meridiani, paralleli o di altro tipo di reticolo:
prendete le bussola, girate la ghiera sino a far coincidere lo “0” con la linea di riferimento incisa sulla base, allineate il bordo della bussola con il bordo della carta, ruotate la carta sino a far sovrapporre la punta della freccia di orientamento con la parte ROSSA dell’ago della bussola ed avrete orientato al nord magnetico la vostra carta geografica.
Carta con meridiani e paralleli o con reticolo U.T.M. (Universal Trasversal Mercator):
queste carte sono generalmente dotate di un rapportatore per facilitare l’esatto orientamento, che, per
essere usato correttamente, prevede una conoscenza delle regole basilari della topografia, in particolare della declinazione magnetica che esulano da questa introduzione. In ogni caso per un orientamento di massima si consiglia di sovrapporre la bussola azzerata, secondo il sistema già indicato sopra, su un meridiano o sul reticolo U.T.M. e di ruotare la carta sino alla coincidenza della freccia con la parte rossa dell’ago.
Come rilevare un angolo di rotta sulla carta geografica
:
camminando capita spesso di sapere qual è la destinazione ma di ignorarne la direzione. Con la bussola e
una carta geografica è possibile risolvere il problema in modo semplice. Dopo aver orientato la carta
geografica verso il nord con i sistemi sopra descritti, avendo ben cura di non muoverla, si cerca il luogo di
destinazione, lo si congiunge con una retta al punto in cui siete, quindi allineate la bussola alla retta
tracciata e ruotate la ghiera graduata sino a far coincidere la punta della freccia di orientamento con la
parte rossa dell’ago, potrete leggere cosi l’angolo di rotta da seguire.
Girare la ghiera fino quando l’ago di orientamento è parallelo al meridiano. Sulla ghiera si legge l’angolo.

Come procedere nella giusta direzione:
Dopo aver rilevato l’angolo di rotta con il sistema indicato, si mantiene la posizione della ghiera graduata e alzando la bussola sino all’altezza dell’occhio e, ponendo attenzione alla sovrapposizione della freccia inferiore con l’ago magnetico, si mira un punto del terreno abbastanza distante e facilmente individuabile e lo si tiene come primo traguardo. Una volta raggiunto il punto di traguardo si ripete l’operazione con un altro e cosi via sino al raggiungimento della vostra destinazione.

Sotto: le istruzioni complete in formato pdf

PICCOLA INTRODUZIONE ALL’ USO DELLA BUSSOLA Manuale in dotazione alla bussola Silva

Altro manuale della bussola Silva, in inglese ma un po’ più completo