Fuoco: come accendere un fuoco con l’archetto

Accendere un fuoco con l’archetto è probabilmente uno dei metodi più utilizzati ma non è uno scherzo: risente dell’ambiente che c’è intorno, è faticoso.Con l’utilizzo di questo sistema mi sono quasi sempre trovato bene, a parte situazioni particolari, come per esempio la difficoltà di trovare legni asciutti e sufficientemente secchi. La caratteristica del legno utilizzato, ancora prima di imparare il metodo è fondamentale per una buona riuscita. Si possono distinguere fondamentalmente due tipi di legno: legni morbidi o teneri e legni duri. I principali legni teneri sono quelli delle conifere, abete, pino, larice, che sono anche resinosi. Le conifere crescono velocemente, quindi hanno una struttura semplice e abbastanza regolare. Sono legni teneri anche pioppo, betulla, nocciolo, salice, yucca, sambuco, carpino, canna. Sono invece legni duri la quercia, il castagno, il faggio, il bosso. Per il trapano serve un legno non troppo morbido e per l’asse di base dove si fa la scanalatura ci vorrebbe un legno molto morbido (l’ideale è utilizzare due legni teneri, più tenero per la base e meno tenero per il trapano o asta), facilmente attaccabile con lo sfregamento. Inoltre il legno non deve essere marcio e deve essere molto secco e asciutto. E’ facile individuare il legno morbido e secco, può essere difficile trovare legno asciutto dopo piogge scroscianti e in presenza di percentuali di umidità molto alte.

Immagini prese dal manuale: Tecniche di sopravvivenza di Brian Hildreth

Il trapano si tiene bloccato sull’asse di base con l’aiuto della capsula, che deve avere una parte comoda dove appoggiare la mano e l’altra parte scavata per incastrarsi sul trapano. La capsula può essere fatta anche con materiali diversi dal legno come sassi o ossa e, sopratutto deve essere comoda e deve tenere l’asta in posizione verticale rispetto alla tavola e sopratutto ben premuta su di essa. Alcune scuole consigliano di utilizzare un’asta lunga almeno 30 cm. e con un diametro di 2 cm. con i lati ottagonali, anziché rotondi, per creare attrito durante la rotazione. Nell’asse di base si pratica una scanalatura a “V” rovesciata e quando si formerà la brace, questa andrà a cadere su un supporto predisposto, alla base della scanalatura (può essere un pezzetto di corteccia o una foglia secca). Se il legno è buono per formare la brace lo si vede anche dal colore della polvere che non è carbonizzata ma è compatta a formare un “batuffolo” o “pallina” durante lo sfregamento e sarà di colore tendente al marrone e non nero carbonizzato. Quando si forma una polvere nera e non compatta, significa che il legno è troppo duro e il fatto che sia nera vuol dire che è già bruciata. Quando si riesce ad ottenere una brace, diventa importante l’esca che si è preparata vicino all’archetto. La forma dell’esca è bene che sia “avvolgente”, quasi come fosse un nido, fatta di trucioli, pagliuzze e materiali simili, molto secchi e asciutti. Si mette la brace dentro il mucchio di esca avvolgente e si comincia a soffiarci sopra fino che non parte la fiamma.

Per accendere il fuoco con il metodo dell’archetto serviranno i seguenti componenti: l’archetto, fatto al meglio che si può con la corda non troppo stretta, dove ci si incastra il trapano con un giro di corda su di esso. la capsula superiore da appoggiare al trapano per tenerlo fermo, il trapano che è in pratica un’asta di legno appuntita (ma non troppo) sia sul lato della capsula che su quello che ruota a contatto con l’asse di base, l’asse di base spessa 1 cm./1,5 cm. Per preparare l’asse di base, si crea un buco poco profondo (l’impronta per il trapano) dove si appoggia il trapano, accanto al buco impronta si fa la scanalatura che arriva fino alla base dell’asse. Quando si inizia a far roteare velocemente il trapano con l’archetto, lo sfregamento di questo sull’asse inizia a generare fumo, l’impronta sull’asse produce un batuffolo di materiale bruciato e se il legno è buono la polvere bruciata cade attraverso la scanalatura a “V” sul supporto che abbiamo sistemato e… la brace si è formata. Se la brace non si è formata e si deve iniziare da capo, non si utilizza più l’impronta ormai carbonizzata ma si fa una nuova accanto… e si riparte. Il successo dipende quasi sempre da un buon legno tenero, secco e asciutto utilizzato per la tavola inferiore che deve produrre la brace. Bisogna fare attenzione a non schiacciare l’esca sotto il focolare. Si deve creare uno spazio da terra che può essere ottenuto utilizzando un bastoncino piccolo di circa 1 cm. di diametro per staccare la tavola inferiore dal terreno. Ciò consente all’aria di entrare nell’esca dove viene raccolta la polvere incandescente.

Secondo Andrea Mercanti autore di: il manuale del trapper, questa è la giusta posizione della corda.

Fuoco: char cloth (cotone carbonizzato)

E’ simile alla storia dell’uovo e della gallina su chi sia nato prima… il char cloth o cotone carbonizzato è un’ottima esca (innesco) per il fuoco. Si forma facilmente la brace sul tessuto carbonizzato quando una minima scintilla lo colpisce e con il pezzetto di tessuto incandescente ci si può accendere un mucchietto di erba secca o simile. Però per carbonizzare il tessuto serve il fuoco… quindi il char cloth si deve preparare prima e tenerlo con le esche pronte insieme alle pietre focaie, agli acciarini o altro che può generare scintille.
Il miglior tessuto da carbonizzare è sicuramente il cotone, tipo quello delle t-shirt, con grammatura di 120/180 gr./mq.. Si mette il cotone tagliato in pezzetti dentro un contenitore metallico tipo scatoletta di caramelle. La scatoletta deve essere ben chiusa e sul coperchio si deve fare un buchino piccolo da dove ci esce il gas di combustione. Il buco non deve essere grande altrimenti se entra troppa aria il tessuto si incendia. Si mette poi la scatoletta, con il cotone dentro, sopra una fiamma (va bene anche un fornellino della cucina domestica) e dal buchino dopo un po’ si vedrà il fumo che esce. Quando non esce più fumo il cotone all’interno è carbonizzato. Si continua con il fornello acceso per un minuto poi si spegne il fornello, si mette qualcosa sul foro per tapparlo e si lascia freddare il tutto. Quando la scatoletta è fredda per essere presa in mano si apre e si estrae il tessuto (delicatamente perché abbastanza friabile) diventato nero e si predispone dentro un sacchetto impermeabile, conservandolo per quando servirà.

Lancia in legno per caccia-pesca e lance varie

Come realizzare le lance in legno per la caccia e la pesca

Si deve utilizzare legno duro (quercia, castagno, bosso, ….) con una circonferenza di almeno 4-5 cm., perché se poi si deve sezionare in due, tre o 4 punte risulta difficile con diametri inferiori.

Fare le spaccature che servono su una cima del bastone, a seconda del numero di punte il legno va sempre sezionato in parti uguali e alla base dei tagli che devono essere di 15/20 cm. si deve legare una corda a stringere, in modo che il legno non continui a rompersi. Le sezioni ricavate devono essere allargate posizionando due piccoli bastoncini alla base dei tagli fatti che le faranno tenere divaricate. Appuntire le estremità superiori delle sezioni agendo con il coltello sui lati interni, così si aumenta la distanza tra le punte. La parte appuntita deve essere affilata per perforare ma ancora robusta che non si rompa. Se si passano poi le punte nel fuoco, si induriscono e aumentano la resistenza. Anche i bastoncini precedentemente inseriti devono essere legati con della corda. Per le lance delle figure A e B, si può utilizzare anche bastoni di legno con diametro non troppo grande (max. 2 cm.) fatte con legno abbastanza flessibile. La punta si indurisce al fuoco come le altre.

Premettendo che prima di tagliare una pianta o un ramo è sempre necessario e doveroso cercare un equivalente nei rami secchi e nelle piante secche (un bosco ne è sempre pieno), quando ci si trova nei boschi, se si osservano bene le attaccature dei rami negli alberelli, la stessa conformazione si potrebbe trovare già pronta in natura (rami da tagliare e appuntire, alberelli con diramazioni in punta, rami secchi spezzati, …) o comunque si potrebbero trovare molte diramazioni pronte. Si può infine intagliare la punta in vari modi che meglio si adattano all’utilizzo che se ne deve fare. Per esempio, una punta biforcuta con rebbi non tanto lunghi è molto utile anche come blocca-serpenti.

Immagine tratta dal manuale di sopravvivenza di Peter Darman

Cucire: cuoio, pelle e tessuti

Ci sono diversi modi per cucire il cuoio, la pelle e i tessuti. Si possono usare due aghi oppure un singolo ago.

Con un singolo ago si può cucire in molti modi. In questo articolo si parlerà di tre modi:

  • sola andata del filo e un solo passaggio di cucitura, fermando con un nodo il filo alla partenza e all’arrivo e cercando di non distanziare troppo i punti. Questo modo è quello più utilizzato nel rammendo, nell’imbastitura e nella cucitura di tessuti leggeri. E’ anche quello più veloce. foto numero 1 e foto numero 2 con piattina.
  • andata e ritorno, si arriva alla fine con il primo passaggio e si ritorna al punto di partenza utilizzando gli stessi fori. Per fermarli, si annodano i capi del filo a fine lavoro quando si incontrano di nuovo e ovviamente la cucitura è più robusta. E’ un pò come cucire a due aghi, e per robustezza è la cucitura che preferisco. foto numero 3
  • a spirale per unire due parti o riparare un bordo sfilacciato. foto numero 4

Nota importante: evitare di cucire con il sistema macchina da cucire perché la cucitura è debole e se si rompe uno dei due fili si scuce tutta la linea di cucitura. La figura sotto mostra come funziona la cucitura a macchina. Se non si dispone di aghi e si utilizza una lesina con l’asola per il filo sulla punta (come un ago da macchina), quando si infila nel tessuto si deve sfilare il filo, poi si toglie la lesina senza filo, successivamente si infila di nuovo accanto al buco precedente, quando l’asola è sotto ci si rinfila il filo e si tira per farlo uscire sopra. Il metodo finale dovrà essere uguale al nr. 2 andata e ritorno descritto sopra (foto nr. 3).

https://zibalsc.blogspot.com/2011/01/28-come-funziona-la-macchina-per-cucire.html

Si può cucire anche con 2 aghi contemporaneamente. Questo metodo si spiega meglio con un video, come quello del Ranch Margherita proposto a seguire. In pratica si infilano i due aghi alle estremità del filo bloccandolo sulla cruna. Un ago cuce dal basso verso l’alto e l’altro ago cuce dall’alto verso il basso. i fili non si annodano come la cucitura simile alla macchina da cucire, ma si intrecciano.

Infine: per fermare i fili di una cucitura: ho parlato di nodi ai capi del filo. Un nodino è sicuramente robusto e fa sì che il filo rimanga in posizione. Io preferisco fermare il filo con il nodo del chirurgo e poi tornare indietro inserendo il filo per un tratto nei punti già dati e intrecciandolo con questi. Ogni metodo può essere valido… qui si parla di cucire in sopravvivenza e non siamo in una scuola di cucito

Al Ranch Margherita di Cristiana e Roberto (Toscana, Valdarno) si imparano sempre cose utili e indispensabili per vivere nella natura e con la natura. In questo video viene mostrata una tecnica di cucitura del cuoio a mano con due aghi. Non è certamente l’unica tecnica, ma è sicuramente una delle migliori. Si parla di cuoio, ma il materiale di base potrebbe essere anche sintetico (nylon, polietilene, ….) o di origine vegetale (cotone, canapa, lino). 

come cucire il cuoio a mano – https://www.youtube.com/watch?v=SrJmitRZZ84

Corde fatte con cortecce e fibre naturali

Realizzare corde con materiali che si trovano in natura

i materiali utilizzabili sono:

  • radici di alberi, private della corteccia esterna e se troppo grandi sezionate in strisce sottili
  • corteccia presa da piccoli rami verdi di alberi o cespugli con proprietà elastiche buone come salice, faggio, olmo, betulla, pioppo, yucca, ortica, piante e arbusti sempreverdi, erica scoparia e erica arborea (l’erica scoparia è detta anche scopa femmina, quella arborea è detta scopa maschio), edere, liane, rampicanti, erbe e arbusti lunghi e flessibili. Si possono utilizzare anche tendini di animali.

Il materiale utilizzato deve essere ridotto sempre in strisce sottili (le radici possono essere battute con un sasso o un tronchetto per essere separate dalla corteccia) e lavorato bagnato perchè più flessibile. Normalmente si usa la tecnica dell’intreccio a tre fili (perchè più veloce e abbastanza solida) e si intreccia come si vede nei disegni sotto

È più conveniente lasciare l’intreccio non troppo stretto e più morbido (le spire poco strette) in modo che rimanga più flessibile. I tre capi possono essere anche attorcigliati e poi alla fine fermati con un nodo in modo che le spire non si riaprono. I metodi per intrecciare se ben utilizzati, sono comunque tutti validi. Un mio anziano vicino di casa di tanti anni fa (oggi avrebbe circa 120 anni), dopo aver tenuto le fibre a bagno per tutta la notte, le univa tre o quattro con un nodo e poi sempre bagnate le faceva roteare sulla gamba con il palmo della mano, poi legava la parte terminale con un altro nodo e otteneva ottimi spezzoni, le spire asciutte non si muovevano più. Per ottenere corde più lunghe si uniscono infine gli spezzoni (qualsiasi sia l’intreccio utilizzato) tra loro con un nodo adatto come quello dell’immagine sotto, chiamato nodo del pescatore o nodo inglese (funziona meglio se i diametri sono simili).

Contenitori: corteccia e altro legno

Contenitori di legno in generale.
La corteccia potrebbe essere di pino bianco, pioppo, betulla o qualsiasi corteccia non troppo spessa e abbastanza morbida e lavorabile.
Preferibilmente cercare la corteccia di alberi caduti. Metterla a bagno per un po di tempo in modo che diventi flessibile e facilmente lavorabile.
Altri materiali per realizzare i contenitori potrebbero essere: canna di bambu o canna normale, tronchi scavati con il fuoco.
Per scavare con il fuoco: trovare il legno adatto, leggero e possibilmente secco, intagliare al centro, bruciare al centro, raschiare il legno bruciato, bruciare e raschiare finché lo spazio contenitore non è abbastanza grande
Aggiungere pietre, riscaldate al fuoco, all’acqua che ci si mette dentro per farla scaldare e bollire e continuare ad aggiungere rocce calde fino a quando non bolle.

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Ho trovato tra i miei appunti un manualetto molto interessante che metto a disposizione (da utilizzare nel rispetto dell’eventuale copyright):

Birch and Birch Bark di John Zasada, USDA Forest Service

dove si spiega l’utilizzo della corteccia per realizzare contenitori di fortuna. Il manualetto è abbastanza completo e si trovano altre informazioni riguardanti le abilità nel costruire dei nativi americani.

Cesti, panieri, canestri

La tecnica del graticcio è utile in sopravvivenza per tante applicazioni: oltre ai contenitori serve nella costruzione di trappole per pesci, per le pareti di ripari e dei rifugi, per contenimento di un terreno… e così via.

Si devono utilizzare legni flessibili adatti come vimini, salice, ginestre, vitabbie (vitalba), liane, strisce di canne verdi, tifa, giunco. La mia spiegazione è sicuramente più superficiale del manuale citato, perché io questi contenitori li ho costruiti e li costruisco sopratutto perché mi devono essere utili in determinate situazioni e devono essere robusti. Poi, se esteticamente sono validi tanto meglio, altrimenti l’importante è che siano utilizzabili. Il tipo di legno utilizzato deve sempre essere immerso in acqua e lasciato a bagno per qualche ora, perché deve diventare morbido e flessibile, non si deve spezzare quando viene intrecciato e durante l’utilizzo e deve mantenere questa “morbidezza”, rimettendolo a bagno se si va lentamente e il legno si asciuga. Le estremità devono essere tagliate diagonalmente in modo che sia facile infilare il legno per formare il graticcio.

Per costruire un cesto (esempi di figura 1), come nella figura 2, si parte più o meno sempre dalla base con 6 bacchette di spessore più grande di quelle usate per l’intreccio, vengono tagliate a formare un’asola dove, a croce ci si infilano le altre 3.

Poi si comincia ad intrecciare i legni più fini e si costruisce la base che sarà della dimensione che ci serve.
Spiego di seguito come lavoro io:
cerco di prendere le 6 bacchette della base abbastanza lunghe, quando ho intrecciato la base, ripiego verso l’alto la parte in eccesso delle bacchette e continuo ad intrecciare le pareti (la figura 5 aiuta a capire); se la lunghezza della bacchetta risvoltata in alto non bastasse per avere la profondità desiderata, inserisco verticalmente altre bacchette creando un proseguimento di quelle piegate e facendole toccare possibilmente sulla base. Nella figura 5 di andrea Mercanti, queste bacchette vengono inserite invece nella base e poi ripiegate, forse questo metodo crea in effetti intrecci più robusti.
Non c’è molto altro da dire, guardare i disegni a fare pratica. La pratica spesso è molto più utile che leggere fiumi di parole…

Nel survival i libri, gli articoli e i consigli servono solo a prendere un’idea. Quando ci si trova faccia a faccia con le necessità ci si guarda intorno e si valutano i materiali disponibili. Se c’è l’idea un sistema per fare qualcosa lo si trova sempre…

Gli ottimi disegni presi da: Il manuale del trapper di Andrea Mercanti (prima edizione 1976 circa), spiegano in maniera chiara i passi da seguire per costruire cesti, panieri, canestri, gerle e contenitori vari.

immagini di: Il manuale del trapper di Andrea Mercanti
immagini di: Il manuale del trapper di Andrea Mercanti
immagini di: Il manuale del trapper di Andrea Mercanti

Campo e rifugio: scelta del luogo e allestimento

Scegliere il luogo dove fare il campo e il riparo, sia per brevi che per lunghi periodi.

E’ di fondamentale importanza costruire un riparo (o rifugio) idoneo alla protezione del corpo e per dare tranquillità e sicurezza. Prima ancora però è di fondamentale importanza scegliere bene il luogo dove costruire il riparo. Con il termine “allestire il campo” si indica la scelta e la preparazione del luogo dove si decide di costruire il riparo e anche come organizzare l’ambiente per avere intorno quante più comodità possibili. Il luogo dovrebbe avere caratteristiche idonee per l’abitabilità nel breve e, se dovesse essere necessario, nel lungo periodo. Quelle che seguono sono le linee guida per la scelta di quello che secondo me è un luogo ideale. Non sempre il territorio circostante sarà ospitale e adatto. Si cercherà ovviamente di trarre, come sempre, il massimo da quello che si ha a disposizione.

  • il luogo deve essere posizionato in un contesto dove sono abbastanza facili da reperire acqua, cibo, legna e altri materiali da costruzione. Il posto dovrebbe essere vicino ad un bosco o immediatamente all’interno di questo. Gli alberi potrebbero attirare fulmini… ma in natura non si può avere tutto perfetto.
  • è molto importante trovarsi in prossimità di una fonte d’acqua, ma non troppo vicino a questa, in modo da evitare insetti, umidità e ogni altra attività fastidiosa che si può trovare vicino all’acqua o a zone paludose o acquitrinose. Non deve essere fastidioso il rumore che fanno i fiumi e i torrenti quando scorrono, perché questo rumore potrebbe coprire altri rumori che è importante sentire per evitare pericoli (animali che si aggirano intorno al campo, rettili che si muovono sul terreno o nell’erba, frane, alberi morti che cadono, …).
  • il luogo dovrebbe essere abbastanza protetto dai fenomeni naturali sfavorevoli come smottamenti del terreno, piene e allagamenti, lontano da costoni dove possono cadere sassi, protetto dal vento e da situazioni climatiche avverse, ecc…
  • dovrebbe essere anche abbastanza protetto da animali, rettili, piante velenose, insetti. Gli insetti sono molto fastidiosi e non è facile creare un isolamento idoneo, a meno che non si dispone di tessuti/zanzariere e simili o si crea un ambiente fumoso esternamente al riparo (il fumo allontana gli insetti).
  • Se si spera nell’aiuto dei soccorsi, posizionarsi in posti abbastanza visibili sia dall’alto che da lontano (se si riesce ad accendere un fuoco, il fumo di questo è comunque ben visibile e sufficiente a farsi individuare).
  • si deve poi tenere conto della posizione geografica, della stagione (ogni stagione porta problemi diversi) e del clima.
  • Il terreno dove si costruisce il riparo dovrebbe essere abbastanza piano e asciutto, se possibile però il luogo scelto dovrebbe essere un posto rialzato per permettere un buon drenaggio in caso di piogge o maltempo.

Trovato il posto si pensa al riparo (rifugio, ricovero, …).

Un rifugio può aiutare a tenere alta la volontà di sopravvivere. Il tempo di permanenza nel luogo è fattore importante per decidere il grado di accuratezza dell’organizzazione. Se non si conosce o non si riesce a capire quanto si potrebbe rimanere, conviene partire subito con un buon riparo fatto per durare.
Bisogna, comunque, tenere presente lo scopo principale per cui viene costruito un ricovero:
conservare il più possibile il calore del corpo, proteggendolo dagli elementi naturali e dare tranquillità e confort a chi lo abita. Sarà quindi necessario costruire ricoveri grandi abbastanza da garantire facilità nei movimenti e rendono liberi, ma non tanto grandi da disperdere il calore provocato dall’accensione di un fuoco. Altra esigenza irrinunciabile è quella di garantire una continua ventilazione che impedisca l’accumulo di ossido di carbonio prodotto dalla combustione della legna (ci sono alcuni metodi pratici e risolutori per accendere un fuoco dentro un riparo, questo argomento sarà trattato in altri articoli specifici) per avere il fuoco all’interno di un rifugio.

Considero parte integrante del riparo, un recinto che circonda il campo per proteggere dall’esterno e che può essere fatto in vari modi, con rami spinosi, con canne o legni flessibili intrecciati, con rami incastrati e così via. Il recinto deve contenere al suo interno il riparo e altre piccole costruzioni di servizio da utilizzate durante il giorno. Se si predispone un posto per conservare il cibo, questo sarà ancora più riparato. Anche la zona latrina dovrebbe avere un recinto se non si trova all’interno di quello del riparo.

Brunitura: aceto caldo e acciaio al carbonio

un mio coltello companion heavy duty con la lama immersa in aceto di vino caldo

Una lama in acciaio al carbonio prende la ruggine (si ossida) abbastanza facilmente.

La cosa non è poi così tanto fastidiosa, ma è richiesta più attenzione e manutenzione di una lama in acciaio inox.

Senza cercare soluzioni strane, per ridurre il fenomeno, è sufficiente immergere la lama in aceto caldo e lasciarla lì per un’oretta (in verticale, il manico lasciatelo fuori). La brunitura che si ottiene è efficace e dura nel tempo.

Quando si procede ad un’affilatura o anche solo a ravvivare il filo, questo risente del’asportazione superficiale e potrebbe ricominciare con qualche punta di ruggine.

Se possibile utilizzare aceto caldo perché agisce più velocemente, ma anche l’aceto freddo, aumentando il tempo di ammollo, porta allo stesso risultato. Per aceto freddo servono due o tre ore. Utilizzo aceto di vino ma credo vadano bene anche altri tipi di aceto.

Boma (recinto, enclosure)

Un boma realizzato con rami spinosi di acacia in un villaggio rurale della contea di Isiolo, in Kenya. Foto scattata durante una campagna di immunizzazione contro la poliomielite nell’ottobre 2018. Autore Matthew Groenewold.

L’idea del boma o kraal (recinto) mi è sempre piaciuta. Non tanto come recinto per gli animali, che è l’utilizzo che ne fanno alcune popolazioni africane, quanto come idea di recinto intorno al rifugio che protegga e dia sicurezza. Non so quanto sia utile o efficace come protezione (probabilmente lo è). So solo che tutte le volte che ho costruito un boma intorno al rifugio, mi sono sentito più sicuro e protetto, più a casa e, ho vissuto lo spazio dentro al boma proprio come un cortile, per farci mille cose.
Dopo la costruzione di un rifugio solido e possibilmente comodo, dopo l’individuazione e l’organizzazione dell’approvvigionamento di acqua, dopo il fuoco e dopo qualche tentativo di procurarci il cibo,
cos’altro si può fare per passare la giornata, per non pensare troppo alla condizione in cui ci troviamo, per provare a stare bene nonostante tutto?
Ci vogliono i passatempi e uno di questi è proprio il miglioramento del posto in cui ci troviamo.
Il boma, in questo senso è un ottimo passatempo, il risultato finale ci gratifica in tutti i sensi e ci da una sensazione di benessere che ci fa proprio comodo.

Foto: https://experiment.com/u/sdfUzw

Ecco perchè, se e quando posso, costruisco sempre un boma intorno al rifugio.
Il boma, come nelle foto, può essere costruito con rami spinosi, con materiali legnosi di scarto come frasche, rovi, pruni e altra vegetazione.
può essere però costruito anche in modo più elegante, con pali piantati per terra e tutta una serie di rami o canne intrecciate che formano un muro. La fantasia in questi casi non è mai troppa.

Affilatura dei coltelli e degli strumenti da taglio

Pietra naturale a grana fine (sotto) e pietra cote tradizionale a grana media per attrezzi agricoli (sopra).

La scala di Mohs classifica le pietre e i minerali in base alla loro scalfittura. il principio è semplice, un minerale è più duro di un altro se riesce a graffiarlo. A seguire i 10 valori di questa scala:
1 Talco Molto tenero, usato in polveri cosmetiche
2 Gesso Usato per intonaci e gessetti scolastici
3 Calcite Componente del marmo, reagisce agli acidi
4 Fluorite Minerale fluorescente, usato in ottica
5 Apatite Presente nei denti e nelle ossa
6 Ortoclasio Un feldspato presente nel granito
7 Quarzo Molto comune, graffia il vetro
8 Topazio Pietra preziosa, resistente all’usura
9 Corindone Comprende rubino e zaffiro
10 Diamante Minerale più duro, ma anche fragile
In questa scala la durezza dell’acciaio temprato (e più o meno il vetro) è di circa 6,5. Tutto quello che ha durezza superiore a 6,5 può essere utilizzato per affilare. Le pietre cote, ma anche altre pietre idonee per l’affilatura, devono contenere molti minerali con durezza maggiore di 6,5, anche se questi possono essere parte (tenuti insieme o cementati) di pietre composte. Stesse considerazioni anche per i composti affilanti artificiali.

Definizione di affilatura:
– Dare o ridare il filo alle lame; arrotare.
– rendere tagliente una lama
– rendere tagliente una lama facendola passare sopra strumenti più o meno abrasivi come pietre naturali, mole naturali o sintetiche, carta vetrata, affilatoi al carburo di tungsteno, affilatoi in ceramica, affilatoi diamantati, …

Forse la parte più difficile nell’affilatura manuale è quella di mantenere il giusto angolo per tutta la durata del passaggio della lama sulla pietra.

Gli angoli di affilatura variano da 10°/15° (filo più fragile ma più tagliente, come quello di un rasoio) a 35°/40° (filo più robusto ma meno tagliente, come quello di scuri, asce, accette, roncole, manaressi).

Anche se nell’affilatura a mano non c’è necessità di dissipare il calore prodotto, è sempre buona norma bagnare le pietre naturali con acqua, per facilitare lo scorrimento e di conseguenza l’affilatura stessa, o con olio se le pietre sono ad olio.

Il video seguente mostra l’utilizzo pratico delle pietre per affilare i coltelli.

Title: Recreated historical knife sharpening with natural grindstone.webm
Author: Bjornfalkevik – Date: 12 August 2016

Recreated historical knife sharpening with natural grindstone

Articolo  seguente tratto da:

https://en.wikipedia.org/wiki/Knife_sharpening

Le pietre per affilare possono essere di origine naturale oppure sintetica, come nel caso delle pietre ceramiche e diamantate. Le pietre possono essere lubrificate con acqua od olio, prendendo il nome rispettivamente di pietre ad acqua e pietre ad olio, nel caso in cui sia necessario dissipare facilmente il calore prodotto durante l’azione di affilatura per via dell’attrito.

Le pietre che vengono impiegate per l’affilatura a mano non necessitano di lubrificazione, se non per facilitare lo scorrimento, in quanto la velocità con cui la lama viene mossa su di esse non consente di produrre grandi quantità di calore.

L’affilatura è il processo per rendere tagliente una lama sfregandola contro una superficie ruvida dura, come una pietra , oppure sfregandola contro una superficie flessibile con particelle dure, come carta vetrata . Inoltre, una coramella di rasoio in pelle , o coramella, viene spesso utilizzata per rifinire e pulire il tagliente.

Più piccolo è l’angolo tra la lama e la pietra, più affilato sarà il coltello, ma minore sarà la forza laterale necessaria per piegare il bordo o scheggiarlo (la lama è più vulnerabile). L’angolo tra la lama e la pietra è l’ angolo del bordo – l’angolo dalla verticale a uno dei bordi del coltello, ed è uguale all’angolo al quale viene tenuta la lama. Normalmente per usi comuni del coltello in situazioni d’emergenza si utilizzano angoli di circa 20°.

Coltelli diversi vengono affilati in modo diverso a seconda della molatura (geometria del tagliente) e dell’uso che se ne fa. Ad esempio, i bisturi chirurgici sono estremamente affilati ma fragili e vengono generalmente smaltiti, anziché riaffilati, dopo l’uso. I rasoi a mano libera utilizzati per la rasatura devono tagliare con una pressione minima, quindi devono essere molto affilati con un piccolo angolo e spesso una molatura concava . In genere questi vengono passati su una coramella spesso per tenere pulito e vivo il filo. I coltelli da cucina e per uso generico sono meno affilati. Un’ascia per tagliare la legna sarà ancora meno affilata perchè non deve tagliare ma spaccare quando si batte sopra il legno. Anche se non è sempre vero, in generale, più duro è il materiale da tagliare, maggiore sarà l’angolo del tagliente.

immagine presa da: https://www.bestsharpeningstones.com/

La composizione della pietra influisce sull’affilatura della lama (una grana più fine, di solito, anche se non sempre, produce lame più affilate), così come la composizione della lama (alcuni metalli prendono e mantengono un filo meglio di altri). Ad esempio, i coltelli da cucina occidentali sono generalmente realizzati in acciaio più morbido e hanno un angolo di taglio di 20–22 °, mentre i coltelli da cucina dell’Asia orientale sono tradizionalmente di acciaio più duro e hanno un angolo di taglio di 15–18 °. I coltelli per il survival o comunque operazioni di uso generico hanno generalmente una durezza di 54-58 HRC (scala Rockwell), in alcuni casi (ma io li sconsiglio perchè poi diventano difficilmente affilabili con mezzi di fortuna) possono arriva re anche a 60-61 HRC.

L’affilatura dei coltelli viene fatta in più fasi che sono: rimozione del metallo per formare un nuovo bordo; affilatura grossolana (utilizzando pietre ad acqua, pietre ad olio, carta vetrata o altro); affilatura fine (utilizzando gli stessi strumenti di cui sopra, ma in grane più fini); lucidatura e rimozione bavette.

Le lame vengono danneggiate principalmente dalla deformazione, dalla forza di compressione, dall’essere premute su un oggetto duro, dalla flessione , dalla pressione laterale.  Le lame possono anche essere danneggiate dall’acido (come quando si tagliano limoni o pomodori) o dalle alte temperature.

Si possono evitare danni alla lama utilizzando una lama appropriata per quello che si deve fare: una lama più sottile per lavori più delicati e una lama più spessa ogni volta che non è necessaria una lama più sottile (ad esempio una lama più sottile potrebbe essere utilizzata per tagliare filetti, spellare e in generale lavorare carni,  ma anche frutta e verdura, mentre una più spessa potrebbe essere usata per i tipici lavori da campo più robusti). Se le lame sono in acciaio al carbonio che potrebbe prendere ruggine, effettuare manutenzioni periodiche di pulizia e lubrificazione.

L’affilatura della lama può essere controllata in diversi modi:

Visivamente, controllando imperfezioni, scheggiature, piegature.
Al tatto, facendo scorrere un pollice sulla lama (perpendicolare al bordo), grattando sopra un’unghia, fare la prova del taglio di peli sulla pelle. Si può controllare se “morde”, cioè taglia scorrendo senza pressione su un oggetto morbido (verdura) e senza strappare.

Le pietre per affilare sono disponibili in grana grossa e fine e possono essere descritte come dure o morbide a seconda che la graniglia si stacchi dalla pietra con l’uso. Esistono molte fonti di pietre naturali in tutto il mondo.

Per una affilatura iniziale, su lame consumate o rovinate, si usano pietre dalla 120 alla 400, per una affilatura normale che rigenera o ripristina delicatamente senza consumare troppo acciaio, si usano pietre tra la 700 e la 1200, per rifinire eliminando graffi e bave (ma anche per lucidare) che si sono formate dopo un affilatura più pesante, si usano pietre dalla 2000 in su.

Anche le pietre ceramiche sono comuni, soprattutto per le granulometrie fini. Pietre all’acqua giapponesi (sia artificiali che naturali) sono disponibili in graniglie molto fini. Prima dell’uso, vengono immersi in acqua, quindi sciacquati con acqua di tanto in tanto per esporre nuovo materiale lapideo alla lama del coltello. La miscela di acqua e pietra abrasa e materiale del coltello è nota come liquame, che può aiutare con la lucidatura del bordo del coltello e aiutare ad affilare la lama.

Le pietre diamantate possono essere utili nel processo di affilatura. Il diamante è la sostanza naturale più dura conosciuta e come tale può essere utilizzata per affilare quasi tutti i materiali. Le pietre per affilare al diamante grosso possono essere utilizzate per appiattire le pietre ad acqua. Le pietre in carburo di tungsteno o in ceramica, possono essere utilizzate per l’affilatura dei coltelli.

Approfondimenti:

la Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Bergamo pubblica un opuscolo sulle pietre originali della bergamasca:

La pietra cote di Pradalunga

Acciai per coltelli e utensili

L’acciaio al carbonio è una lega di ferro e carbonio (ed eventualmente altri elementi) contenente una percentuale di carbonio non superiore al 2,1%.
Tempra in forgia a circa 850°C (il cosiddetto rosso ciliegia) oppure in forno a 790°/850°
Spegnimento in olio, è meno efficace lo spegnimento in acqua.
Rinvenimento in forno per una durata 60/90 min a 150°C fino a 230°C per avere una durezza di 54/61 HRC a seconda del tipo di acciaio.
Il taglio è morbido, la lama si riaffila velocemente e bene, richiede manutenzione e pulizia perchè ossida (arrugginisce) facilmente. Si lavora molto bene alla forgia e si tempra facilmente.

Gli acciai Inox o inossidabili sono caratterizzati (rispetto all’acciaio al carbonio) da una maggior resistenza all’ossidazione e alla corrosione, specie in aria umida o in acqua salata. Questa resistenza è dovuta principalmente alla presenza del cromo (che deve essere almeno del 10%), che è in grado di passivarsi, cioè di ricoprirsi di uno strato sottile e aderente di ossidi che protegge superficialmente il metallo o la lega sottostante dall’azione dell’ossigeno e degli agenti chimici esterni.
Tempra in forno da 1050° a 1070° per 5/15 minuti
Spegnimento in olio o acqua. Rinvenimento in forno per una durata 60/90 min a 230°C fino a 270°C per avere una durezza di 58/61 HRC a seconda del tipo di acciaio e del risultato che si vuole ottenere.

Spegnimento in olio caldo
Lo spegnimento in olio caldo (60/80°C ) favorisce un abbassamento della temperatura più dolce rispetto a quello in acqua, si creano tensioni migliori nell’acciaio e probabilmente si riducono di molto le cricche e le lame storte. Le cricche e le deformazioni della lama possono essere ulteriormente evitati eseguendo dopo la costruzione finale e prima della tempra finale una ricottura (temperatura superiore ad Ac3 che va da 700°C a 750°C) e poi un raffreddamento in modo molto lento a temperatura ambiente di 15-20°, in assenza di vento e altre intemperie.

Sugli acciai in generale:
se la percentuale di carbonio è superiore al 2,1%, la lega non è più acciaio ma si chiama ghisa con proprietà completamente diverse.
L’acciaio ha doti di resistenza, durezza ed elasticità molto maggiori di quelle del ferro puro e semplice per via dell’aggiunta del carbonio e altre sostanze.
La durezza dell’acciaio si misura in HRC (Hardness Rockwell Cone). Un diamante è 100 HRC.
Per quanto riguarda le lame da taglio, una durezza più bassa (esempio 45/54 HRC) indica un acciaio più morbido e più flessibile (si spezza più difficilmente), che tiene meno il filo ma si riaffila più facilmente; una durezza più alta (esempio 56/63 HRC) indica un acciaio più duro (si spezza più facilmente), che tiene per molto tempo il filo ma si riaffila più difficilmente e in alcuni casi (HRC molto alto) solo con strumenti diamantati appositi.
In sopravvivenza probabilmente la durezza ottimale è compresa tra 54 e 58 HRC.
Un acciaio al carbonio è meno resistente alla corrosione di un acciaio inox.
Coltelli costruiti con lo stesso acciaio possono risultare molto buoni oppure assolutamente scadenti, perché al di là del tipo di acciaio la differenza la fanno anche il trattamento termico e il rinvenimento che determinano la qualità finale del coltello.

Acciai per coltelleria

Acciai al carbonio:

C45 – C 0,42-0,50% (il numero della sigla indica il tenore di carbonio), viene utilizzato oltre che nella coltelleria anche nell’industria meccanica per la realizzazione di cuscinetti e parti di macchinari vari dove si rende necessaria un’ottima flessibilità del materiale. E’ utilizzato anche, insieme al C50 per la realizzazione di accette, roncole e manaressi.
C50 – C 0,47-0,55%
C60 – C 0,60%
C70 – C 0,70% acciaio di elevata temprabilità, adatto alla forgiatura e alla produzione di lame, parti soggette ad usura, molle. E’ probabilmente il tipo di acciao più utilizzato dai coltellinai italiani (e non solo) che impiegano acciaio al carbonio in determinate lame. Viene utilizzato anche per la realizzazione di machete.

k7201.2842, 90MnCrV8O2, le sigle indicano lo stesso acciaio con 0,90% di carbonio, non è propriamente adatto per lame da taglio anhe se utilizzato, è più adatto per punzoni e utensili vari per la lavorazione di legno e metallo.
k1001.2080DIN X210Cr12UNI X205CrKU12KUAisi D3, le sigle indicano lo stesso acciaio con 2,0% di carbonio, non è adatto per lame da taglio, è più adatto per coltelli circolari e lame da cesoia, lame per trance.

Acciai AISI serie 1000, la seconda cifra è zero (acciai al carbonio) la terza e quarta cifra indicano il tenore di carbonio (0,5-0,95,…)
1050 è un acciaio al carbonio con circa 0,50% di carbonio. E’ adatto per coltelli.
1055 è un acciaio al carbonio con circa 0,55%/0,60% di carbonio. E’ ottimo per lance, accette e coltelli.
1095 (c100) molto buono per coltelleria, resiste all’abrasione e all’usura ma è soggetto alla corrosione.
C 1,0%, Si 0,30%, Mn 0,45%. Viene trattato termicamente a 800°C. Il tempo del rinvenimento determina la durezza: 100°C HRC 67; 200°C HRC 63; 300°C HRC 57.

80CrV2 acciaio per molle o lame ad alto tenore di carbonio, utilizzato per lame sopratutto dall’azienda Varusteleka per i suoi Terävä Skrama. Come durezza viene portato a circa 58/59 HRC. È essenzialmente un acciaio 1080, C75, CS80.

SK5 acciaio lavorato a freddo, che genera il fenomeno dell’incrudimento (fenomeno metallurgico per cui un materiale metallico risulta rafforzato in seguito a una deformazione plastica, cioè permanente, a freddo) e fa sì che la lama abbia una resistenza maggiore alla forza di trazione e una buona resistenza all’abrasione e all’usura.
– SK5(JIS) – Nome standard JIS dell’acciaio AISI W108. Il nuovo nome JIS è SK85. Acciaio per utensili temprato in acqua, utilizzato in coltelli, molle e altri strumenti e utensili da taglio, percentuale di carbonio: 0,8-0,9%. La durezza va da 54 a 58 HRC.
– SK5(PN) – Acciaio per utensili rapido al tungsteno, percentuale di carbonio: 0,75-0,85%.

Della stessa famiglia si possono segnalare anche gli acciai ad alto tenore di carbonio SK2, SK4, SK7. La differenza è nel contenuto di carbonio, che può variare da 0,9 a 1,3 a seconda del tipo e del produttore. Vengono utilizzati principalmente per la fabbricazione di coltelli da cucina giapponesi e per lame di rasoio, di pialle e forbici da potatura.

A2 semi inossidabile, trattato termicamente raggiunge 50HRC
D2 semi inossidabile, altre designazioni sono DIN 12379, ASTM A681, UNS T30402, BD 2, è un acciaio per utensili auto-temprante ad alto contenuto di cromo e carbonio che può essere trattato termicamente per raggiungere caratteristiche di elevata durezza e resistenza, trattato termicamente raggiunge 55HRC

5160 acciaio al carbonio utilizzato per la fabbricazione di coltelli, facile da lavorare,buona resistenza, media durezza, ritenzione bordo di medio taglio. Tempra a 830°, raffreddamento in olio, 62 HRC. Composizione chimica ( % ): C:0.65, Si:1.80, Mn:0.80, Cr:0.35

acciai inox

W 1.4116 è praticamente il 420C
MA5MV è praticamente il 420C

420C oppure X20Cr13 o anche equivalente X50CrMoV15, largamente utilizzato nella coltelleria da cucina; la sigla indica: altamente legato (X), 0,5% di carbonio (50) , cromo (Cr), molibdeno (Mo) e vanadio (V). percentuale di cromo 15%. se le percentuali sono inferiori all’1% non si indicano, in questo caso non sono indicate percentuali per molibdeno e vanadio che appunto sono inferiori al 1%. Equivalenti al 420 sono anche gli acciai 1.4034 codificato anche con X46CR13 o MA4.

L’acciaio 440 è utilizzato nella produzione di cuscinetti, utensili da taglio. Le sigle si differenziano principalmente per il contenuto di carbonio e indicano una durezza e una tenacità maggiori:
440 A, C 0.65%, 54 HRC
440 B, C 0.75%, 56 HRC
440 C, C 0.95%, 58 HRC

Sandvik è un produttore di diversi tipi di acciaio inossidabile.
Sandvik 12C27, è facile da modificare e mantiene bene la sua affilatura, è di media durezza e si riaffila bene. Buona resistenza alla corrosione. Composizione: C 0,60%, Si o,40%, Mn 0,40%, Cr 13,5%
Sandvik 14C28N, buona l’affilatura, la stabilità e la resistenza alla corrosione. Per coltelli tascabili, coltelli da chef, coltelli da caccia e coltelli da pesca. HRC da 55 a 59 in base al rinvenimento effettuato. L’acciaio Sandvik 14C28N può essere paragonato all’acciaio 12C27, ma contiene azoto supplementare e una quantità leggermente superiore di carbonio. Per questo motivo il coltello è un po’ più robusto e resistente all’usura. In realtà questa differenza si nota appena.

7Cr17MoV acciaio inossidabile ad alto tenore di carbonio, è simile all’acciaio 440A, sono stati aggiunti più elementi di vanadio per conferirgli maggiore resistenza, aumentare la tenacità e la resistenza all’usura.

ATS 34RWL 34154CM, acciaio molto duro per lame e utensili, alta qualità, inossidabilità sicura, ottima tenuta dell’affilatura, tenace e resiliente, si tempra a 60/61 HRC con tempra classica oppure a 63/64 HRC con tempra criogenica

VG10 è un tipo di acciaio inossidabile con una percentuale di carbonio molto alta. Per essere un acciaio inossidabile. Il VG10 contiene l’1% di carbonio. In questo modo il VG10 è più duro rispetto alla maggior parte dei tipi di acciaio inossidabili. Le qualità di taglio sono molto buone ed è facile da affilare. HRC 61/62

N690CO, simile al 440C, elevata durezza e resistenza all’usura, buona resistenza alla corrosione. Composizione: C 1,08%, Si 0,40%, Mn 0,40, Cr 17,3%, Mo 1,10%, V 0,10%, Co 1,5%. 60 HRC