Scorte alimentari di emergenza e gestione delle provviste

Molti Governi attraverso i loro organi preposti, consigliano di organizzare una scorta alimentare, da tenere presso la propria abitazione, in caso di… . Anche l’Unione europea chiederà alle famiglie dei Paesi membri di organizzare scorte di emergenza per andare avanti almeno 72 ore senza aiuti esterni in caso di crisi. Una scorta alimentare (riserva alimentare) per far fronte alle emergenze deve innanzi tutto essere utile, con cibi normali, che si possono consumare tranquillamente durante i pasti di tutti i giorni. Questo anche perché le scorte vanno rinnovate secondo scadenze indicate e sicure, senza pericoli di far avariare i cibi. In una situazione di vita normale, quando si consumano i cibi delle riserve, per necessità o per rinnovo, si deve subito reintegrare quanto prelevato. Il luogo di conservazione, all’interno della propria abitazione, deve essere il più possibile fresco, asciutto e buio (ognuno si arrangerà con quello che ha a disposizione) . Un adulto necessita di un apporto assortito di carboidrati, proteine, grassi. I nutrienti da tenere in considerazione sono: cereali, zuccheri, grassi, proteine animali e vegetali, vitamine, minerali.

Nel programmare una riserva alimentare di emergenza, si devono tenere in considerazione alcuni punti fondamentali:

  • ci si potrebbe trovare in assenza di luce e gas e con poca acqua a disposizione
  • le scorte devono essere quindi utilizzabili anche se non ci fosse elettricità e gas
  • è superfluo dire che in caso di emergenza e in assenza di elettricità si consuma prima il cibo del frigo e del freezer che si ha a disposizione e si utilizza tutti i giorni
  • gli alimenti scatolati e a lunga conservazione sono la fonte ideale di approvvigionamento
  • considerare un fabbisogno a persona moltiplicato per il numero dei componenti il nucleo familiare, per gli eventuali animali domestici, predisporre una scorta personalizzata di alimenti secchi completi come le crocchette.
  • E’ vero che l’organismo ha necessità giornaliera di un determinato numero di calorie e di una adeguata quantità d’acqua, in una situazione di emergenza però, con i dovuti accorgimenti le quantità necessarie possono essere ridotte (tecnica del razionamento), anche in modo consistente.
  • si deve prevedere un periodo di tempo ragionevole (esempio: una settimana/dieci giorni), perché se una situazione di emergenza si protraesse per un lungo periodo… i problemi da risolvere sarebbero sicuramente più grandi
  • nelle scorte alimentari non devono mancare i liquidi (acqua, succhi, integratori liquidi, …) e pastiglie o prodotti per depurare l’acqua.
  • L’acqua deve essere calcolata almeno 4 litri al giorno per persona. Se si decide di stoccare le bottiglie di acqua minerale naturale (non gassata) normalmente in vendita, calcolare almeno 24 bottiglie da 2 litri per persona (4 confezioni 6x4x2lt.). Se il contenitore delle bottiglie è in plastica (PET), le scorte di acqua devono essere rinnovate ogni 12/18 mesi

Si possono elencare (per dare un’idea) varie tipologie di prodotti adatti ad essere stoccati e facilmente reperibili in negozi, supermercati e discount, che non necessitano di frigorifero, di congelatore o di cottura e possono essere conservate a temperatura ambiente in luoghi areati:

  • si trova in commercio, anche se non facilmente, il cosiddetto cibo di emergenza compatto, fornito sottovuoto in barrette pressate compatte, completo di tutti i nutrienti essenziali. Le marche più famose sono NRG-5, Seven Ocean, BP ER… ha un periodo di stoccaggio lunghissimo, anche di 10 anni e oltre.
  • qualche prodotto da forno dolce e salato a lunga conservazione (grissini, cracker, fette biscottate, biscotti secchi salati e dolci, taralli, …), gallette di riso e di cereali, cereali tipo quelli per colazione, perché si possono consumare sia bagnati che secchi.
  • in scatola, a lunga conservazione si trovano facilmente carni in gelatina e pressate, trippa, pesce vario, tonno soprattutto al naturale, sgombro, sardine
  • carne secca, pemmican auto prodotti…
  • zuppe di verdure e/o cereali, anche contenenti pasta, in scatola o barattolo, brodo di verdure e di carne utilissimo anche come assunzione di liquidi, pasta e fagioli in scatola, polenta pronta a lunga conservazione, condimenti (pochi) come olio, aceto, sale fino e grosso (scorta più abbondante degli altri condimenti, 3/5 kg.) , insaporitori, spezie, dadi da brodo
  • frutta, verdure e legumi in barattolo o cartone: fagiolini, zucchine, asparagi, crauti, piselli, funghi, olive, pomodori pelati e salsa di pomodoro, ceci, fagioli, lenticchie, mais, carote … questi prodotti si trovano conservati a bagno acqua di cottura, utilissima per assumere liquidi in caso di necessità
  • con moderazione (il liquido in cui si trovano non ha nessuna seconda utilità se non il riutilizzo per lo stesso scopo) , verdure e alimenti in agrodolce, sotto aceto, sottolio, sughi e salse
  • zucchero, marmellate, gelatine e confetture varie di frutta o verdura (marmellata di pomodori o zucchine o …), purea di frutta, mousse o polpa di frutta in vaschette sigillate, miele, crema di cioccolata e di nocciole, crema di arachidi, latte condensato in tubetto o in polvere ma anche latte a lunga conservazione (preferisco il latte intero), uova disidratate in polvere, frutta sciroppata, macedonie, frutta secca e disidratata. Infine tutte quelle barrette alimentari ed energetiche che si utilizzano soprattutto in ambienti sportivi, compresi gli sport estremi. Caffè, te e altri prodotti solubili in caso si riuscisse a scaldare l’acqua.
  • non inserisco nelle scorte alimentari tutti quei prodotti che necessitano di cottura per essere consumati.

leggere anche:
Scorte di emergenza per ogni evenienza

Piante: Typha (tifa, stiancia)

Typha latifolia e angustifolia (tifa, stiancia)

Caratteristiche della Tifa – Typha latifolia e angustifolia
La tifa, Typha latifolia (foglie più larga), Typha angustifolia (foglia più stretta) o stiancia è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Typhaceae originaria dell’America del Nord si trova anche in Asia, in Europa e in Italia, lungo gli argini dei fiumi, nelle paludi e negli stagni, nei laghi, ovunque in prossimità di acqua, compresa quella salina. E’ una pianta perenne cespugliosa, dal rizoma (radice) molto robusto partono gli steli di forma cilindrica, numerosi e alti anche 2/3 metri. In inverno gli steli seccano e rinascono nuovi a primavera dallo stesso rizoma.

Le foglie hanno la forma di una lama a doppio tagliente, le infiorescenze femminili e maschili si raggruppano a migliaia a formare un salsicciotto marrone. a fioritura è in estate, alcune specie fioriscono anche da maggio e il periodo di fioritura è fine settembre.
Si trova in luoghi soleggiati o semiombreggiati e sopporta bene sia il caldo che il freddo dell’inverno.

E’ un rimedio naturale per i calcoli renali, emorragie, mestruazioni dolorose, la tenia, la diarrea, dolori addominali, l’amenorrea e la cistite.
Le radici si usano impastate (cataplasma) per: ferite, tagli, foruncoli, piaghe, pustole, infiammazioni, ustioni e scottature.

Il rizoma (escrescenza o rigonfiamento del fusto, posto alla base, interrato, con sviluppo orizzontale e con funzione di riserva) è utilizzato a scopo alimentare per la sua ricchezza in amido. La farina che se ne ricava contiene 266 kcal per 100 gr. La base delle foglie, raccolte in primavera quando sono giovani e tenere, può essere mangiata sia cruda che cotta. Sono state trovate tracce di amido di thypa sopra delle macine in pietra risalenti a 30.000 anni a.C., quindi probabilmente la pianta era già ampiamente utilizzata come cibo fin dal Paleolitico Superiore.
Con le foglie si possono impagliare fiaschi, damigiane e confezionare stuoie. Un tempo si utilizzavano i frutti di questa pianta per imbottire i materassi e i cuscini. Il materiale più morbido era utilizzato dai Nativi americani per accendere il fuoco, per intrecciare i loro mocassini e anche per riempire pannolini, fare del borotalco vegetale e costruire dei marsupi (“papoose”) per trasportare i bebè. Infatti presso i Nativi americani la parola thypa significa proprio “frutto per fare i papoose”.
La Thypa può essere inzuppata in cera o grasso e poi accesa come una candela, usandone lo stelo come stoppino. Oppure può essere accesa senza l’uso di cera o grasso, e in questo caso brucia lentamente come incenso e serve a tenere lontani gli insetti.

Testo preso da vari articoli trovati in rete.

 

Piante: piantaggine

Della piantaggine si distinguono alcuni tipi: minore, media, maggiore, …

E’ molto diffusa e moderatamente infestante. Si trova principalmente nei campi incolti ma anche sui muri, nei centri abitati anche ai bordi delle strade e ai bordi dei marciapiedi e nelle aiuole.
Tutta la pianta è commestibile, normalmente si utilizzano le foglie più giovani e tenere crude in insalate e le foglie più dure e vecchie si possono lessare insieme alla cicoria, al tarassaco, ecc…

piantaggine minore
piantaggine minore
piantaggine maggiore

Piante: gramigna

Gramigna o pianta del diavolo.

Con il termine di gramigna, si raggruppano tutta una serie di piante che appartengono al genere Agropyrum e Cynodon.
come alimento non apporta molte calorie, però…
La gramigna è una pianta infestante, aggressiva e tende ad invadere tutto il terreno che ha a disposizione (detta anche erba del diavolo). Resiste molto bene al freddo e al caldo. Le sue radici penetrano nel terreno anche fino a due metri. In inverno, che è periodo di dormienza, assume un colore simile al marrone.
La gramigna è nemica di agricoltori, giardinieri e simili, è amica però di chiunque, in natura si trova in situazione di emergenza e di bisogno alimentare e curativo, perché ha sicuramente proprietà nutrizionali e curative.
Come pianta curativa è un antinfiammatorio utile per le vie urinarie, dei calcoli renali e delle cistiti. Fa bene al cuore, all’artrite, al diabete, è utile contro la diarrea.
Dal punto di vista nutrizionale contiene in varie misure: proteine, grassi, carboidrati, fibra, calcio, ferro, fosforo, potassio, vitamine, vitamina C, beta carotene. 100 grammi di gramigna hanno 20 kcal.

Piante: erbe e piante selvatiche commestibili

A volte non ricordo come si chiama una pianta quado la incontro in natura. Ci penso, mi sforzo… ma il nome non mi viene. Però… la riconosco quasi sempre e dentro la mia testa so cos’è, se è commestibile oppure no, se può avere proprietà curative oppure no e se sì, come sia meglio utilizzarla. Cammino per i boschi, per i campi o per per le strade di campagna, vedo un’erba o una pianta e penso: guarda, quella è… improvvisamente non mi viene il nome. Ma questo non mi importa. Le riconosco comunque, so se è buona o se è cattiva e se ho necessità so cosa prendere e cosa non prendere.
Imparare sempre una regola fondamentale: se non si conosce una pianta o se non si è sicuri che sia commestibile… non si deve prendere e sopratutto non si deve mangiare. Come regola generale, anche se non sempre valida, le piante che hanno: sapore amarognolo, odori strani, liquido interno lattiginoso, foglie lucide, semi o bacche di colore rosso (in alcuni casi anche viola scuro o nero), potrebbero essere pericolose e velenose.

Ecco alcune erbe di campo, arbusti, piante selvatiche commestibili:
acetosella, aglio orsino, asparago selvatico, amaranto, artemisia, assenzio, bardana, betulla, biancospino, borragine, calendula, cappero, cardo mariano, carota selvatica, chenopodio o farinello, cicerbita o lattuga selvatica, cicoria, crescione, elicriso, equiseto, eufrasia, farfaraccio, finocchio, fiordaliso, lampascione, malva, margheritina o pratolina comune, melissa, menta, ortica, papavero, piantaggine, portulaca, raperonzolo, tarassaco.
A seguire alcune foto delle piante più diffuse che non sono state trattate in singoli articoli.

Alliara – il nome deriva dall’odore di aglio che hanno le foglie stropicciate
Alliara
Amaranto
Bardana
Borràgine
Capsella o borsa del pastore
Carota selvatica
Carota selvatica
Cicerbita – crespigno – crespino
Cicerbita – crespigno – crespino
Malva
Ortica
Ruchetta
Rucola selvatica
Sambuco

Non serve elencare qui tutte le caratteristiche delle erbe e delle piante spontanee commestibili. Moltissimi siti di settore ne riportano elenchi e proprietà.

Segnalo in questo articolo alcuni opuscoli e libri in formato pdf che ho caricato sul server e che metto a disposizione per una migliore informazione, nel rispetto del diritto d’autore e del copyright:
https://www.sopravvivere.org/wp-content/uploads/2026/03/funghi-velenosi-ministero-salute.pdf

https://www.sopravvivere.org/wp-content/uploads/2026/03/Le-piante-selvatiche-e-commestibili.pdf

https://www.sopravvivere.org/wp-content/uploads/2026/03/schede_piante_velenose-orto-botanico-bergamo.pdf

https://www.sopravvivere.org/wp-content/uploads/2026/03/piante-velenose-schede-ambiente-sicuro.pdf

https://www.sopravvivere.org/wp-content/uploads/2026/03/vademecum-piante-spontanee.pdf

https://www.sopravvivere.org/wp-content/uploads/2026/03/erbe_di_casa_mia.pdf

Ragionamento inverso sulle erbe e piante commestibili:
Sicuramente il numero delle piante e delle erbe commestibili è molto più alto di quello delle erbe e piante tossiche, nocive e mortali. Se si impara a riconoscere bene le erbe e piante tossiche, nocive e mortali e si evitano, tutto quello che rimane… è probabilmente buono per l’alimentazione umana.
Il centro antiveleni di Milano ha diffuso una guida completa e utile sulle erbe e piante tossiche, nocive e mortali che si trovano nel territorio italiano (anche in questo caso nel rispetto del diritto d’autore e del copyright):

https://www.sopravvivere.org/wp-content/uploads/2026/03/piante-velenose-flora-italiana-centro-antiveleni.pdf

Pesca in sopravvivenza

Provare a pescare in caso di emergenza, catturare i pesci per mangiare quando ci troviamo in situazioni particolari

La pesca è vecchia come l’uomo e i pesci al pari della carne, contengono nutrienti fondamentali per l’alimentazione.

Dove c’è acqua (oceani, mari, laghi, fiumi, torrenti e piccoli specchi d’acqua) ci sono i pesci, anche se non tutti sono commestibili. Si stimano circa un migliaio di specie di pesci non commestibili e ovviamente non se ne può parlare in questo articolo. Per avere informazioni più dettagliate in proposito, consultare libri specifici o altre fonti. In linea di massima però nelle acque dolci europee quasi tutti i pesci sono commestibili, anche se a volte il sapore non è proprio gradevole.

Procurarsi il mangiare non dovrebbe rappresentare una necessità primaria, ma è comunque importante e prima o poi bisogna pensarci, meglio prima… . Quando si mangia, oltre a stare bene perché vengono assunti i nutrienti, si sta anche più tranquilli e siamo più ottimisti.

Procurarsi il cibo per mezzo della pesca è “abbastanza facile” e sopratutto, non costringe ad un consumo eccessivo di calorie e a spese energetiche inutili.

Come spesso succede nel survival, si deve purtroppo parlare anche di pratiche illegali e non consentite che, in situazioni normali, non si dovrebbero nemmeno prendere in considerazione e condannare immediatamente. Si deve fare però, di necessità virtù e il survivalismo è fatto anche di queste cose, bisogna per forza trattare alcuni argomenti “sconvenienti” per avere più elementi possibili che ci aiutino a non morire, l’arte dell’arrangiamento (come in quasi tutte le altre azioni) deve avere la precedenza su qualsiasi altra considerazione.

Catturare pesci in emergenza.

Il metodo più utilizzato e forse anche il migliore (perché c’è meno dispendio energetico) è quello della pesca passiva, si preparano cioè trappole o altre cose e poi si verifica dopo un po’ di tempo se ci sono risultati. Se la situazione di emergenza non è momentanea o breve, ma si prevede per forza di cose una sopravvivenza che definiremo “più a lungo termine” si potrebbe pensare a tenere in vita i pesci in posti idonei autocostruiti o conservarli al meglio una volta catturati e puliti delle interiora.

Alcuni modi per catturare i pesci

  • costruire una canna da pesca improvvisata. Non solo una canna ma diverse, in modo da creare più punti e aumentare le probabilità di raccolta. Se si dispone nel kit di filo (lenza), ami e qualche piombino, la cosa diventa molto facile, perchè la canna si costruisce con qualsiasi bastone robusto procurato sul posto. Anche l’esca in qualche modo si trova: frutta, aracnidi, insetti, vermi, lombrichi, scarti di cibo… . Si da per scontato che disponiamo di questi materiali nel nostro kit. Se non ci sono devono essere costruiti (la lenza con il filo interno del paracord oppure con striscette di rafia sintetica, gli ami con spine robuste o legnetti uncinati, …), si vedrà in un prossimo articolo di approfondire la costruzione di questi accessori. I bastoni devono essere piantati nel terreno in posizione obliqua verso lo specchio d’acqua o comunque devono essere fissati in modo che resistano allo “strappo” del pesce abboccato. Se ci sono rami di alberi che dall’alto vanno a finire sugli specchi d’acqua, utilizzarli al posto del bastone. In questo caso però si deve fare molta attenzione e ripeto quello che ho scritto altre volte: non compiere, se non strettamente necessario, manovre e azioni che possono rivelarsi pericolose e danneggiare il nostro corpo. Quando si parla di vera sopravvivenza, la rottura di ossa o le ferite gravi potrebbero rivelarsi anche fatali.
    Canna e filo sono un modo passivo per procurarsi il cibo e non richiedono attenzione o risorse energetiche particolari.
  • Un fiume o un torrente abbastanza piccolo, non troppo profondo e abbastanza “calmo” (facilmente attraversabile) è probabilmente l’ambiente ideale per il prossimo metodo. Si prende una corda (paracord o un filo di ferro per trappole o quello che c’è) e si predispone per essere legata a due estremità robuste da una riva all’altra, come trochi d’alberi, rami e simili. Lungo la corda si saranno legate alla distana di 50 o 100 cm. circa, spezzoni di lenza pronte con piombo, amo ed esca. Il muro di ami così creato potrebbe dare buoni frutti.
Immagine presa dal manuale: SAS Survival Handbook di JOHN ‘LOFTY’ WISEMAN
  • Con lo stesso metodo sopra si crea una piccola piattaforma galleggiante tipo zattera, rettangolare o quadrata (fatta anche solo di due o tre legni leggeri e galleggianti legati insieme) e ci si attaccano le lenze. si spinge verso le acque più profonde del centro e si tiene assicurata ad una corda, in modo che si può riportare a riva velocemente quando si notano “movimenti” che indicano la presenza di almeno un pesce catturato. Sopra può essere dotata anche di una piccola vela in modo che il vento la faccia “navigare” casualmente.
  • ami a gola: questi ami sono dritti, lunghi 2 o 3 cm. e appuntiti alle due estremità. Si possono costruire con legno duro o osso. Al centro si pratica una tacca dove si lega il filo. Questo tipo di amo, quando il pesce lo ingoia con l’esca, gli si gira di lato e si incastra nella gola. Tirare lentamente la lenza per portare fuori il pesce.
  • utilizzare una rete: in un altro articolo si spiega come costruire una rete:
    https://www.sopravvivere.org/rete-in-corda-costruzione/,
    ma la rete può essere predisposta in un kit o realizzata con un pezzo di zanzariera. Il metodo più semplice è quello di fissare la rete ad una corda ed aggiungerci qualche peso da un lato utilizzando piccole pietre. Lanciarla e imparare a farla atterrare aperta verso il centro del fiume. Attendere che la rete vada verso il fondo quasi disponendosi in verticale e poi tirare piano per raccoglierla e cercare di intrappolarci qualche preda.
  • Una rete può essere tesa tra due bastoni o pali piantati in acqua e tenuta verso il basso con pesi legati ad una estremità. Questa barriera può intrappolare i pesci che passano.
  • Se non si ha niente si può pescare anche con le mani oppure con lance appuntite (la punta si fa indurire con il fuoco e l’asta si lascia più flessibile senza indurirla) fatte con legno di piccolo diametro.
    Vedere anche:
    https://www.sopravvivere.org/lancia-in-legno-per-caccia-pesca-e-lance-varie/.
    Di notte i pesci dormono, se si riesce ad illuminarli con una fonte di luce e a vederli, si catturano abbastanza facilmente con questi metodi. La cattura è più facile se l’acqua è fangosa o sporca e il pesce non riesce a muoversi velocemente. Alcuni pesci (è famoso il pesce gatto) si nascondono in luoghi bui (tronchi cavi, pietre, …) vicino alla riva, in questo caso la pesca con le mani può essere veramente efficace. Il pesce si deve tirare fuori quando è afferrato per le branchie o la bocca (scorrere sul fianco finché non si trova il punto), se il pesce morde si sopporta e un morso vale un pasto ricco.
  • I pesci più grandi sono lenti e quindi più facilmente colpibili con bastoni o altro.
  • la classica trappola per pesci ha la forma di un cono e la parte più larga verso l’apertura contiene un altro piccolo contenitore ad imbuto. Il pesce entra dentro attraverso questa apertura a imbuto, ma poi una volta dentro non riesce più a ritrovare l’uscita. Questa trappola è costruita con legni più grandi (circa 1 cm. di diametro) che formano la struttura e rami piccoli e flessibile intrecciati tutt’intorno, il metodo è lo stesso di quando si fanno i cesti o i panieri. Nella pagina del sito del Museo dell’intreccio mediterraneo di Castelsardo in provincia di Sassari: 
    http://www.mimcastelsardo.it/it/museo/lacqua-e-lintreccio/nasse/
    si trovano idee per alcuni tipi di nasse intrecciate e molto altro.
  • Si possono costruire anche altre trappole, come per esempio una specie di “M” vicino alla sponda, lasciando una piccola apertura nel vertice del cono. Le pareti si fanno con rami foglie e altro simile. Il sistema è quello della trappola a cono: il pesce entra dalla piccola apertura e poi non riesce più a trovare l’uscita.

I pesci mangiano normalmente prima dell’alba e subito dopo il tramonto (in modo più abbondante). Queste ore sono le migliori per pescare in sopravvivenza. Anche le stagioni influiscono sulla pesca: in primavera i pesci che hanno passato l’inverno sono affamati e devono deporre le uova vicino alla riva, è più facile che abboccano. In estate cercano il fresco, quindi stanno in acque più profonde. Anche in inverno stanno nelle acque più profonde. Quando c’è vento e l’acqua è sporca, vedono male le ombre e quello che c’è fuori, quindi è più facile ingannarli.

Avvicinarsi all’acqua in modo più silenzioso possibile, attenzione alle ombre che si possono disegnare nell’acqua e ai metalli o altre cose luccicanti che possono attirare l’attenzione del pesce e indicare la nostra presenza.

Infine anche l’abbigliamento poco vistoso e che si confonde al meglio con l’ambiente influisce nel successo della pesca.

Kit da pesca di sopravvivenza: sarebbe ideale avere:
una confezione piccola con alcuni ami, piombi, filo da pesca in abbondante quantità, qualche esca artificiale che assomiglia a vermi, un multi-utensile con pinza e dove è possibile un bel pezzo di rete.

immagine presa da: https://extopian.com/outdoors/survival-emergency-fishing-techniques/

Il filo da pesca e gli ami se non si hanno si possono costruire il molti modi, basta arrangiarsi!
Le esche bisogna procurarsele e devono essere appetitose per i pesci: vermi, insetti, girini, mitili, pezzi di rana, larve, sanguisughe, pesciolini, avanzi di cibo, però anche cose non commestibili che luccicano e che sono molto colorate possono attirare il pesce.
Se l’esca è grande ci sono più possibilità di prendere pesci grandi, ma se si prevede che in una zona ci sono pesci più piccoli, non esagerare con la grandezza dell’esca, catturando alcuni pesci piccoli si mangia come avere un pesce grande.

pulire il pesce.
tutti i pesci hanno un buco vicino alla coda. Si mette qui la punta del coltello e si taglia il pesce nel senso della lunghezza fino a raggiungere le branchie. Si apre il pesce e si tirano fuori le interiora, che possono essere conservate anche come esca. Lavare e cuocere.

Se si dispone di buone quantità di pesci, i metodi di conservazione sono quelli della carne. Il migliore metodo e il più veloce è l’essiccazione per affumicatura.

Quello che segue è il link a 2 pagine del manuale:
Search and Rescue SURVIVAL TRAINING (AF REGULATION 64-4 VOLUME I, 15 July 1985)
che ho caricato sul server e dove si vedono alcune illustrazioni di vari metodi di pesca semplice a rete e con poche altre risorse.

Pemmican

Alimento ad alto potere energetico

Il pemmican in pratica come lo faccio io (dose per 1 kg.):

si prende la carne di manzo magra e si essicca, stendendola al sole ben coperta con una zanzariera o in ambienti freschi e senza insetti, dopo averla tagliata in strisce sottili e trattate con sale. Oppure si essicca con il metodo dell’affumicatura oppure mettendola direttamente in forno essiccatore o normale a 60/70°. Una volta essiccata si trita finemente. Il peso finale della carne deve essere di circa 550 grammi. Poi si prende 400 grammi di sugna di manzo (grasso bianco) e si rende liquida per riscaldamento. Si prende infine 50 grammi di frutta secca di bosco tritandola come la carne. Si mescolano bene questi 3 ingredienti e si fa raffreddare il tutto. Il grasso raffreddato fa si che il composto diventi solido e sia facilmente confezionabile e trasportabile. quando è ancora abbastanza morbido si può confezionare un “mattoncino” utilizzando carta da forno o carta oleata. Stimo che il pemmican così ottenuto fornisca circa 580 kcal ogni 100 grammi e se ben conservato dura molto tempo.

Si può cucinare in pentola con verdure e spezie. Se non si dispone del fuoco il pemmican è buono anche… da solo, in questo caso si mastica piano in piccole quantità e si beve acqua per quanto possibile.

Pemmican ricetta degli indiani d’america (articolo trovato in rete…)

Il pemmican è una miscela concentrata di grassi e proteine ​​utilizzate come alimento nutriente: il nome deriva dalla parola Cree pimîhkân, che deriva dalla stessa desinenza, “grasso”. Venne inventato dai popoli indigeni del Nord America e ampiamente adottato come alimento ad alto contenuto energetico dagli europei coinvolti nel commercio di pellicce e in seguito da esploratori dell’Artico e dell’Antartico, come ad esempio Robert Falcon Scott e Roald Amundsen.

Gli ingredienti specifici utilizzati erano di solito tutto ciò che poteva essere rinvenuto come cibo, la carne apparteneva spesso ai bisonti, ad alci o cervi. Frutti come mirtilli o altri appartenenti al sottobosco (chiamati saskatoon) venivano spesso aggiunti. Ciliegie, ribes e mirtilli, venivano utilizzati quasi esclusivamente nel pemmican cerimoniale servito nei matrimoni.

Tradizionalmente, veniva preparato con carne magra di selvaggina di grandi dimensioni come bufali, alci e cervi.

La carne veniva tagliata a fettine sottili ed essiccata a fuoco lento, o sotto il sole fino a quando non diventava dura e fragile. Circa cinque chili di carne erano necessari per produrre una libbra di carne (circa mezzo chilo) secca adatta per produrre pemmican. Poi veniva pestata in pezzi molto piccoli, quasi in polvere come consistenza, utilizzando pietre. La carne pestata era miscelata con grasso fuso in un approssimativo rapporto 1:1 (una libbra di carne, una libbra di grasso). In alcuni casi, frutta secca come i mirtilli, le ciliegie o choke (frutta non riconosciuta dal traduttore)  venivano ridotte in polvere e poi aggiunte alla carne miscelata. La miscela risultante era quindi confezionata in sacchetti di cuoio non conciato per la conservazione.

Melata e miele di melata

Procurarsi il cibo in situazioni di emergenza o sopravvivenza

All’interno dei boschi o in prossimità di questi, alcuni insetti, sopratutto i rincoti (https://it.wikipedia.org/wiki/Rhynchota#Interesse_alimentare) come la metcalfa, si nutrono della linfa vegetale prodotta dalle piante. Durante la digestione assimilano le proteine ma espellono gli zuccheri che sono indigesti. Il risultato di questa espulsione è una sostanza dolce e appiccicosa che si chiama melata e che rimane sulle foglie o lungo i rami di certe piante, sopratutto abete, pino, tiglio, olmo, acero, nocciolo, quercia, agrumi. In queste zone i fiori non sono così abbondanti e le api, che hanno necessità di produrre miele si approvigionano di melata che sostituiscono al nettare dei fiori. Il metodo di fabbricazione del miele di melata è per le api sempre il solito, portano cioè la melata dentro l’alveare, la mescolano ai loro enzimi (delle api) e il composto rimane lì finché non diventa miele.

Il miele di melata ha un colore più scuro di quello prodotto con i fiori, è meno dolce, il sapore è intenso, appena amarognolo e un po’ resinoso. E’ molto utilizzato e apprezzato nei paesi del nord Europa dove prevale la melata di abete.
Dal punto di vista della sopravvivenza nella natura, la melata e ancora meglio il miele di melata sono prodotti prelibati che, se si riescono a trovare, danno un eccezionale nutrimento.
la melata è una patina appiccicosa prodotta dagli insetti, che si riconosce abbastanza facilmente, ha un colore scuro quando si ossida e si trova sui lati delle foglie e sulla corteccia degli alberi. Gli alveari che fanno le api in natura sono simili a sacchi scuri appesi ai rami degli alberi, però a volte si possono trovare anche nelle cavità dei tronchi. Il miele le api lo producono per nutrirsi durante la stagione invernale o tra i periodi di fioritura.
La metcalfa pruinosa è il Rincoto Omottero più diffuso in Italia e produce la melata nel periodo estivo che va da luglio a settembre. Appartiene alla famiglia dei Flatidi e proviene dall’America settentrionale e centrale.

Mangiare o non mangiare: modalità digiuno

Survivalismo e digiuno forzato o voluto.

Nota introduttiva: nel survivalismo, a proposito di questo argomento è principalmente accettata una regola: se per procurarsi il cibo (l’energia e le calorie necessarie a far funzionare il corpo) si impiegano più risorse energetiche (si bruciano troppe calorie) di quelle che si ottengono con il cibo procurato, è meglio entrare in “modalità digiuno”, in attesa di momenti e occasioni migliori.

Non sono completamente d’accordo con questa regola.

Nell’articolo calorie: consumo e necessità
https://www.sopravvivere.org/calorie-consumo-e-necessita/
sono stati affrontati sommariamente (questa non è una rivista medica) gli argomenti del consumo di calorie durante le normali attività quotidiane e per quanto tempo si po’ vivere senza mangiare.

Cercherò ora di far capire il mio punto di vista riguardo l’approvvigionamento di cibo e se sia meglio procurarsi i nutrienti anche a costo di alti consumi energetici (dovuti alla difficoltà di reperimento) oppure risparmiare il più possibile le risorse energetiche incamerate, senza faticare per attività come caccia, pesca e raccolta ed entrando in modalità digiuno.

Quando si parla di sopravvivenza nella natura, la prima grossa fatica (fatica del corpo che varia in base alla forma fisica e all’ambiente circostante, moltiplicata per un periodo di tempo anch’esso variabile) che si deve affrontare è quella di muoversi per un periodo di tempo più o meno lungo alla ricerca di un luogo con caratteristiche idonee alla costruzione del campo (luogo dove vivere tanto o poco). Trovato il luogo idoneo (caratteristiche morfologiche, presenza di materiali e sopratutto di acqua), la seconda grossa fatica è quella dell’allestimento del campo con il riparo come elemento centrale, fatto il meglio possibile e che deve avere fin da subito caratteristiche idonee alla protezione del nostro corpo. La terza fatica che si può fondere anche con la seconda, è quella di procurare la legna e predisporre un fuoco. Alcune popolazioni (come gli eschimesi Inuit) utilizzano pochissimo il fuoco e non lo considerano risorsa principale. Secondo me il fuoco è molto importante e deve essere predisposto con la stessa priorità del riparo. E poi? Teoricamente, quando abbiamo creato l’ambiente idoneo a farci sentire “a casa” (… consumando una notevole quantità di calorie…), i nostri compiti più impegnativi sembrano terminati, ma non è così. Cosa importantissima, a questo punto della nostra nuova vita in emergenza dobbiamo già avere a disposizione l’acqua perché il luogo scelto deve essere vicino a una fonte d’acqua. Come già scritto in altre parti, senza acqua si muore dopo pochi giorni, ma, se non si è assunta una buona scorta, già dopo qualche ora si avvertono fenomeni di affaticamento e perdita della lucidità. Il corpo però ha bisogno, oltre che di essere idratato, anche di essere nutrito, perché senza cibo, si è destinati a morte certa (anche se dopo periodi di tempo molto più lunghi rispetto all’acqua).

In sopravvivenza la modalità digiuno ha più successo se:

  • il peso corporeo dell’individuo è “molto sopra la media” e la massa grassa (ma anche muscolare) è notevole
  • la persona gode di buona salute e in assenza di cibo riesce ad idratarsi regolarmente (almeno 1,5 litri di acqua al giorno).

Quando si mangia occorre invece più acqua di quanto indicato sopra perché questa è fondamentale durante la digestione, per l’assorbimento dei nutrienti e per il trasporto degli stessi.
La sensazione di fame si avverte dopo qualche ora di digiuno, quando cioè il glucosio è al limite dal fornire energia. La riserva di glucosio termina dopo circa tre giorni, il senso di fame è più insistente e marcato, il corpo entra nello stato metabolico di chetosi e inizia a consumare i grassi al posto dello zucchero (glucosio). Si comincia la fase di autofagia (letteralmente significa mangiare se stessi) e di consumo dei grassi e poi dei muscoli.
Una persona potrebbe sopravvivere senza mangiare per alcune settimane, però il sistema immunitario si indebolisce molto e potrebbero venire fuori varie malattie legate a gravi forme di malnutrizione (malattie tristemente note nei paesi in via di sviluppo). Queste malattie sono caratterizzate da edemi e diminuzioni sensibili della massa muscolare. Lo stare senza mangiare inoltre da mal di testa e altri dolori e ci si sente deboli e stanchi, senza la voglia di… “fare”.

Veniamo finalmente alla domanda che questo articolo si pone: quando per procurarsi il cibo si è costretti a consumi energetici superiori ai benefici che il cibo stesso ci può portare, conviene insistere a passare ore e ore di fatica per procurarci solo poche cose da mangiare, oppure conviene entrare in modalità digiuno?

Mors Kochanski è stato uno dei pochi grandi survivalisti che ha dibattuto la questione, con lo scopo di far riflettere e cercando lui stesso di dare risposte soddisfacenti. Kochanski sosteneva che se si deve consumare più energia di quanto si riesce a procurarla con la caccia, la pesca e la raccolta, è meglio lasciare che il corpo entri in modalità di digiuno.
Secondo me, quando si ha la speranza di procurarsi qualcosa da mangiare bisogna provarci, perché il cibo ha molte proprietà (oltre a quella di nutrire) fisiche e psichiche e genera calore corporeo, fondamentale nel survivalismo. Tutto questo per dire che:
in modalità digiuno si consumano le riserve del nostro corpo. In modalità ricerca del cibo si potrebbero effettivamente consumare più calorie di quelle che si procurano, con conseguente prelievo delle riserve corporee. Se in questo ultimo caso però si capisce che la differenza di consumo non si discosta molto dalla modalità digiuno (che è comunque una modalità di consumo), conviene tentare e cercare il cibo.
A volte va male, ma quando va bene si recupera e si pareggia quasi sempre il consumo calorico speso.

C’è anche un altro fattore di cui tenere conto: l’uomo vive meglio se ha degli scopi e si prefigge punti di arrivo. Procurare cibo e ogni altro mezzo di sostentamento, impegna la giornata, gratifica, fa sentire meglio e aumenta la speranza che ci sia un domani migliore. Entrare in modalità digiuno, potrebbe allungare anche la vita, ma rende un essere vivente inerme che non ha nessuno scopo e sta lì solamente a “galleggiare”.
In qualsiasi condizione ci si trova si dovrebbe curare e mantenere efficiente il proprio corpo cercando di non fargli mancare niente, comprese le attività di caccia, pesca e raccolta, di accumulo di scorte e tutto quanto può aiutare a migliorare le nostre giornate.

Non è detto poi che le giornate devono essere tutte uguali, ci possono essere giornate di attività e giornate di riposo e risparmio energetico. Ci possono essere anche giornate con condizioni meteorologiche sfavorevoli e stare dentro il rifugio potrebbe essere l’unica soluzione possibile (quando fuori è un tempaccio e il rifugio è molto protettivo, ci si sente comunque tranquilli e sereni).

L’ideale sarebbe quello di avere nel kit di sopravvivenza qualche alimento ad alto potere energetico per dare nutrimento in momenti di scarse riserve alimentari. Purtroppo non sempre questo è possibile.

E’ comunque di aiuto, anche morale, sapere che si può vivere molti giorni senza assumere cibo, vivendo ovviamente una vita senza sforzi, tranquilla e riposante, al riparo dal caldo o dal freddo.

Housing First (prima la casa)

L’Housing First nasce negli anni ’50 del secolo scorso negli Stati Uniti e negli anni ’90, Sam Tsemberis, sperimenta a New York i metodi per togliere dalla strada i senza tetto e dargli un alloggio (va bene portargli il cibo e le coperte ma prima se possibile toglierli dalla strada). Si tratta di fornire alle persone che vivono in strada e non hanno una casa dove andare, un alloggio veloce ma sopratutto permanente. Il nome dell’organizzazione da lui fondata è Pathways to Housing. L’organizzazione basa la propria attività sul fatto che la casa deve essere uno dei primi bisogni umani. L’Housing First non è sicuramente una soluzione finale e unica, però è dimostrato che la maggior parte degli interessati al progetto, mantengono la loro abitazione nel tempo e gettano le basi per un miglioramento della posizione. Dopo, una volta stabiliti, si può accedere al mondo del lavoro con più tranquillità. L’Housing First funziona abbastanza bene, da accesso ad una vita definita “più dignitosa” e ad un’assistenza sanitaria e organizzativa più mirata (ammesso che, chi vive in strada, voglia effettivamente cambiare le cose e il modo di vivere). La Finlandia è uno degli stati che meglio ha fatto funzionare questo modello e dispone di un ottimo welfare (letteralmente: benessere, è il sistema sociale che cerca di garantire alla persona i servizi sociali indispensabili). Ci sarebbe molto da discutere sui termini “reinserimento nel tessuto sociale” e simili, ma questi sono altri ragionamenti che non possono essere trattati qui.

La parte seguente è tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Housing_First:
L’Housing First riconosce l’homelessness (non avere una casa) come fenomeno complesso e multi fattoriale rispetto al quale logiche operative fondate sul modello “stair case” e sull’emergenzialità ed estemporaneità degli interventi si sono rivelate limitate, inefficaci e dispendiose. Il modello dell’Housing First propone, infatti, un sostanziale “rovesciamento” del tradizionale percorso a gradini o a tappe che vede, nella migliore delle ipotesi, la persona senza dimora “passare” dal marciapiede al dormitorio, da questo alle comunità, ai gruppi appartamento, a varie forme di convivenza e infine ad un alloggio. Trattasi di passaggi nei quali la persona è chiamata a dimostrare e a fornire agli operatori e alle istituzioni prove e volontà di uscire dalla strada, come ad esempio l’accettazione di un percorso di cura e trattamento, vincolante dell’inserimento abitativo. Elemento centrale e punto di partenza dell’approccio Housing First è, invece, l’inserimento immediato e diretto dalla strada all’appartamento gestito in autonomia. Ciò rappresenta un punto di rottura nella routine di una persona senza dimora, un cambiamento e uno stimolo delle proprie capacità di (auto)gestione e (auto)determinazione del proprio percorso di vita. Attraverso l’inserimento abitativo si creano, dunque, le condizioni affinché la persona possa esercitare pienamente le sue capacità di scelta e di azione e riconoscersi ed essere riconosciuta come protagonista.

In definitiva non c’è molto da capire e il metodo è abbastanza semplice (in teoria). L’abitazione è tutto? Non serve altro? Non lo so. Bisognerebbe sentire il parere di chi, pur avendo da sempre la sicurezza di un posto dove stare, più o meno stabilmente, riesce a tirare avanti in modo difficile e per niente sicuro e tranquillo.
Personalmente sono favorevole all’Housing First solo se c’è una chiara volontà di cambiamento del soggetto interessato. Insomma tutto questo non deve essere una forzatura, ognuno è libero di scegliere il tipo di vita che vuole e gli si deve dare aiuto e supporto solo se è lui in prima persona che lo richiede e lo vuole, qualunque aiuto chieda, non necessariamente la casa.
Sto raccogliendo testimonianze dirette e opinioni degli interessati (che al momento sono molto contrastanti, c’è chi vuole e chi non vuole…) per capire meglio se sia utile indirizzarli verso questo tipo di percorso, che poi a seguire, comporta degli obblighi di vita che magari non sono ricercati. Alcune città italiane, attraverso gli uffici casa dei rispettivi comuni, tentano un approccio all’Housing First, molte con successo, altre senza risultati apprezzabili, anche perché a volte si tenta di mettere in piedi strutture con personale scarsamente preparato e incompetente, messo lì così, tanto per fare, quasi come fosse solo una moda del momento disporre a tutti i costi di queste strutture.

Per approfondire:
https://www.fiopsd.org/housing-first/
https://www.housingfirstitalia.org/
https://www.lasvolta.it/2920/mai-piu-senzatetto-il-modello-finlandese
https://www.internazionale.it/notizie/jon-henley/2019/06/07/finlandia-senza-dimora-housing-first

si può leggere anche la scheda Housing first/Housing led del fio.psd (Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali), che ho salvato sul server.

Cibo commestibile in sopravvivenza

Procurarsi il cibo in situazioni di emergenza o sopravvivenza

In una situazione di emergenza e sopravvivenza, è necessario procurare il cibo, perchè, anche se in maniera non impellente, è fondamentale come l’acqua.
L’uomo è un animale onnivoro (lo sono anche altri animali, come ad esempio: corvo, suidi in generale, carpa, opossum, ursidi, ratto, topo domestico, blatta, riccio, gallina, struzzo, cane, gazza, piranha, tartaruga). Significa che la sua alimentazione è costituita da sostanze vegetali e animali. Questa varietà di alimentazione in un certo senso facilita la ricerca del cibo.
Questo articolo è il naturale proseguimento dell’articolo:

https://www.sopravvivere.org/calorie-consumo-e-necessita/

che ha descritto le varie necessità che può avere il corpo umano. E’ importante disporre di una buona quantità di cibo ed è altrettanto importante che questo sia più variato possibile, ci sia cioè un giusto apporto di carboidrati, grassi, proteine, minerali, vitamine.

i carboidrati vengono assunti tramite zuccheri (sciroppi, miele, melassa, frutta, zucchero) o tramite amidi (radici, tuberi, patate, semi di riso e cereali). L’apporto calorico è di 4 calorie ogni grammo.

i grassi vengono assunti tramite animali, pesci, uova, latte, vegetali, funghi. Necessitano di molta acqua per essere digeriti. L’apporto calorico è di 9 calorie ogni grammo.

le proteine si trovano in carne, pesce, uova, semi, legumi, funghi. L’apporto calorico è di 4 calorie ogni grammo.
I minerali e le vitamine necessitano in buona quantità, le vitamine D e K sono prodotte dal corpo, le altre provengono da fonti esterne.

Piante

le piante velenose, tossiche e nocive sono per numero e varietà, sicuramente inferiori a quelle commestibili. E’ più facile quindi imparare quali sono le piante velenose e nocive. Tutte quelle che rimangono sono ragionevolmente commestibili. Le piante commestibili non devono essere viscide o avere sostanze strane in superficie, non devono odorare di mandorla o di pesca, al loro interno non devono avere liquidi lattiginosi. Si può strofinare il liquido interno sulla pelle morbida, per esempio del braccio e, non si deve avvertire bruciore o notare irritazione e gonfiore. Successivamente si può passare un pezzetto della pianta sulle labbra succhiandola legermente e non si deve avvertire nessuna sensazione strana o fastidiosa, nemmeno dopo alcuni minuti dalla prova.
Le erbe spontanee e le piante in genere, andrebbero raccolte al mattino presto, quando sono ancora bagnate dalla rugiada della notte ed hanno una maggiore vitalità, il sole le indebolisce e le disidrata.

Carne

a parte il sapore assolutamente sgradevole che può avere la carne di qualche animale (esempio puzzole, cimici, pipistrelli, topi di fogna, …) e che bisognerebbe evitare di mangiare, anche perché possono diffondere malattie, praticamente quasi tutti gli animali di terra sono commestibili. Ci sono animali velenosi, come alcuni rettili, è ovvio che il loro veleno non deve venire a contatto con la carne che si dovrebbe mangiare una volta catturati. Per i pesci invece il discorso è diverso. Si stima che esistano oltre 1.000 specie di pesci velenosi. Questo significa che non è facile in un articolo classificare le specie dei pesci pericolosi e il luogo dove vivono. Se ne parlerà magari in un prossimo articolo specifico. Si può comunque affermare che i pesci di acqua dolce europei sono quasi tutti commestibili, anche se alcuni hanno un sapore orribile. Nel mare al contrario ci sono alcuni pesci che hanno parti velenose. Ci sono pochissime specie di uccelli velenosi, se non sbaglio si concentrano però nella Nuova Guinea e zone limitrofe.
La carne degli animali carnivori è uguale a quella degli animali erbivori ed è costituita da acqua, proteine, grassi e sali minerali. Molti pesci (orata, tonno) sono carnivori. Serpenti, cani e gatti non sono utilizzati nell’alimentazione europea, sono però utilizzati come cibo presso altri popoli.

Nel mondo vengono utilizzate per l’alimentazione (anche per problemi di sopravvivenza vera e propria) carni che vengono raggruppate sotto il termine di “bushmeat” o “carne di foresta”. E’ la carne che proviene da animali selvatici (Africa, Asia, Sudamerica), uccisi per la sussistenza o cacciati per essere vendute nei mercati (più o meno legalmente). Stiamo parlando di carne di elefante, gorilla, scimmie, ungulati, roditori, uccelli, iguana, lama, cammello, emu, yak, tartaruga, tigri, leoni. Sopratutto in Africa questa carne, che può essere affumicata, essiccata o cotta, fornisce un prezioso sostentamento per le persone nelle comunità rurali dove l’allevamento di animali domestici è troppo costoso o poco pratico. Anche la caccia e la vendita di selvaggina può fungere da importante fonte di reddito.
La carne, qualsiasi tipo di carne, deve essere cotta e cotta bene, per limitare al minimo i rischi per la salute.

Insetti e vermi
In moltissimi Paesi del mondo si mangiano circa 2.000 specie di insetti commestibili. In Europa e in Nord America questa pratica non si è mai diffusa. I più mangiati tra insetti e vermi sono larve, millepiedi, formiche rosse, scorpioni, farfalle, cimici, tarantole, larve di vespa, larve di molti insetti acquatici, bruchi di falena, formiche, locuste, grilli e cavallette. In Australia, le formiche honeypot (vaso di miele), che hanno un ventre grande come un chicco d’uva gonfio di nettare, sono consumate crude come dolci dagli aborigeni.

Calorie di alcuni alimenti

Calorie contenute nei vari alimenti, vegetali spontanei e animali che si trovano normalmente in tutti i territori, ma anche in ambienti ostili e di difficile abitabilità. La tabella che segue nella pratica della sopravvivenza ha poca utilità. E’ stata fatta solo per curiosità e per aiutare a capire meglio dove e come procurare energia per il nostro corpo. Per alcune piante spontanee sono indicate le qualità medicinali.

calorie indicate per 100 grammi

  • erbe spontaneee e verdure:
  • acetosella: diuretica, dissetante, astringente. 30 Kcal
  • aglio orsino: depurativo, diuretico, coleretico, ipotensivo. 12 Kcal
  • anice verde: digestivo, sedativo, lactagogo. 330 Kcal
  • asparago selvatico: depurativo, diuretico. 25/30 Kcal
  • barba di becco (tragopogon): depurativa, dimagrante, adatta ai diabetici. 45 Kcal
  • bardana: diuretica, depurativa, ipoglicemizzante, antiacne, lasastiva. 72 Kcal
  • basilico 23 kcal
  • bietola: emolliente, idratante, vitaminica. 17 Kcal
  • bistorta: astringente, lenitiva. 12 Kcal
  • borragine: emolliente, lassativa, depurativa, sudorifera, diuretica, antireumatica. 30/40 Kcal
  • calendula: decongestionante, emmenagoga, idratante, lenitiva, diuretica, coleretica. fiori 36 Kcal
  • cappero: aperitivo, diuretico. 23 Kcal
  • cardo mariano: depurativo epatico, diuretico. 17 Kcal
  • cicoria: depurativa, diuretica, coleretica, emolliente, lassativa. 12 Kcal
  • crescione d’acqua o nasturzio: depurativo, diuretico, rimineralizzante. 32 Kcal
  • dente di leone, tarassaco, piscialetto, cicoria selvatica: depurativo, diuretico, coleretico, lassativo, ipotensivo. 70 Kcal
  • erbe di provenza (timo, rosmarino, basilico, finocchio, salvia, maggiorana, menta, origano, santoreggia) 10/12 kcal
  • eufrasia: antiinfiammatoria nasale e oculare, astringente, digestiva. 15 Kcal
  • farfaraccio: diuretico, antiasmatico. 14 Kcal
  • finocchietto selvatico 30 kcal
  • finocchio: carminativo, digestivo, antispasmodico. 30 Kcal
  • in generale le erbe di campo (pimpinella, tarassaco, cicoria) contengono circa 12/15 kcal
  • maggiorana 200 kcal
  • malva: antiinfiammatoria, diuretica, lassativa, espettorante, emolliente. 20 Kcal
  • melissa o limoncella: antispasmodica, coleretica, distensiva. 30 Kcal
  • menta: digestiva, rinfrescante, eccitante 70 Kcal
  • ortica: antireumatica, diuretica, depurativa, lassativa. 42 Kcal
  • piantaggine o lingua di cane: astringente, depurativa, diuretica, emolliente. 24 Kcal
  • portulaca o porcellana: depurativa, diuretica, dissetante. 20 Kcal
  • prezzemolo 36 kcal
  • rosmarino 130 kcal
  • salvia (ricca di grassi) 315 kcal
  • timo 80 kcal
  • topinambur 70 Kcal
  • verdure selvatiche media del contenuto di varie verdure 16 kcal
  • frutta:
  • albicocca 43 kcal
  • arancia 45 kcal
  • banana 88 kcal
  • mela 52 kcal
  • pera 55 kcal
  • pesca 41 kcal
  • insetti, vermi & c.:
  • blatta 607 kcal
  • camola del miele (galleria mellonella) 706 kcal
  • camola della farina (tenebrio molitor) 649 kcal
  • cavallette 179 kcal
  • coleotteri 120kcal
  • crisalidi fresche di baco da seta 200 kcal
  • drosophila 512 kcal
  • grillo (acheta domenstica – gryllus assimilis) 534 kcal
  • in media un etto di insetti contiene 121 kcal
  • larve di falena 375kcal
  • larve di lepidotteri 250 kcal
  • larve fresche di certi coleotteri 250 kcal
  • lombrico 465 kcal
  • termiti 350 kcal
  • tubifex 557 kcal
  • carne cruda:
  • agnello 178 kcal
  • alce 111 kcal
  • antilope 114 kcal
  • bisonte 223 kcal
  • bufalo 99 kcal
  • castoro 146 kcal
  • cervo 120 kcal
  • cinghiale 122 kcal
  • coniglio 173 kcal
  • faraona coscia 158 kcal
  • grasso animale in genere 780/860 kcal
  • maiale (magro) 143 kcal
  • manzo 115 kcal
  • orso 161 kcal
  • piccione 294 kcal
  • piccione giovane 134 kcal
  • pollo 75 kcal
  • rettili in genere 90/110 kcal
  • scoiattolo 220 kcal
  • struzzo 92 kcal
  • tacchino 111 kcal
  • uccelli in genere 90/110 kcal
  • vitello 94 kcal
  • pesce, molluschi, mitili, crostacei:
  • acciughe 96 kcal
  • anguilla di fiume, 260 kcal
  • anguilla di mare, 237 kcal
  • aragosta 84 kcal
  • aringa 216 kcal
  • aringa affumicata 193 kcal
  • aringa sotto sale 217 kcal
  • astice 87 kcal
  • calamari 67 kcal
  • canocchie 70 kcal
  • capitone 247 kcal
  • carpa 139 kcal
  • cefalo o muggine 127 kcal
  • cernia 80 kcal
  • coda di rospo 103 kcal
  • corvina 88 kcal
  • cozze o mitili 83 kcal
  • dentice 100 kcal
  • gamberi 70 kcal
  • halibut 114 kcal
  • latterini 144 kcal
  • luccio 80 kcal
  • merluzzo 70 kcal
  • merluzzo 83 kcal
  • mormora 97 kcal
  • nasello 70 kcal
  • occhiata 117 kcal
  • orata 120 kcal
  • ostriche 69 kcal
  • pagello o fragolino 101 kcal
  • palombo 79 kcal
  • pesce persico 75 kcal
  • pesce rana 62 kcal
  • pesce san pietro 77 kcal
  • pesce spada 109 kcal
  • platessa 75 kcal
  • polpo 56 kcal
  • rana 63 kcal
  • rana pescatrice 62 kcal
  • razza 67 kcal
  • rombo 81 kcal
  • salmone 137 kcal
  • salmone 185 kcal
  • sarago 103 kcal
  • sarde 129 kcal
  • sardine 219 kcal
  • scampi 78 kcal
  • scorfano 82 kcal
  • seppie 72 kcal
  • sgombro 169 kcal
  • sogliola 83 kcal
  • spigola o branzino 81 kcal
  • tinca 79 kcal
  • tonno 144 kcal
  • tonno 159 kcal
  • totano 69 kcal
  • triglia 123 kcal
  • trota 50 kcal
  • trota 85 kcal
  • vongole 71 kcal
  • uova e latticini:
  • latte 47 kcal
  • uovo (di gallina o uccello medio) 155 kcal