Calorie: consumo e necessità

Consumo di calorie nelle normali attività di emergenza e sopravvivenza.

Quante calorie si possono consumare durante 1 ora di normali attività quotidiane che possono impegnare l’individuo in attività di emergenza e sopravvivenza? La tabella che segue è approssimativa e fatta solo per avere un’informazione di base.

le normali e necessarie attività come
dormire, stare seduti, mangiare, stare sdraiati e simili, necessitano di circa 70 calorie.
– per stare in piedi, servono 90 calorie
– per camminare lentamente, si arriva a 150/170 calorie.
vestirsi, lavarsi, provvedere all’igiene personale, lavare i panni, 150/180 calorie
cucire, lavorare a maglia, eseguire riparazioni di calzoleria-abbigliamento, 120/150 calorie
pescare, 150 calorie
spaccare la legna e dedicarsi alla costruzione di un riparo, circa 600 calorie
fare attività leggere da campo, come riparazioni, raccolta frasche ed erba, piccole tettoie, accendere un fuoco, 350 calorie
costruire e piazzare trappole, attività di caccia, 400 calorie

Utilizzando questa tabella, che sarà ampliata e migliorata, si capisce che, se si hanno giornate tranquille e di riposo, possono bastare anche 600/800 calorie al giorno, che non coprono assolutamente il fabbisogno giornaliero però sono sicuramente di aiuto a mantenere basso il consumo delle scorte corporee. Al contrario durante i primi giorni, quando c’è molto lavoro da fare con il riparo e le altre cose, servono almeno 2000 calorie per stare tranquilli. Ecco perché sarebbe utile una scorta piccola di razioni di emergenza, per superare i primi giorni, che sono frenetici, pieni di cose da fare e non danno tanto spazio all’acquisizione del cibo.

Quanto tempo si può vivere senza mangiare:

Alcune persone digiunando (per protesta) sono vissute oltre 70 giorni.

Quando si smette di mangiare si verificano alcuni processi che utilizzano le scorte del corpo per ottenere l’energia necessaria a sopravvivere.

Il glicogeno epatico (zucchero accumulato nel fegato) è la risorsa di più facile e rapido accesso, poi ci sono i grassi dei tessuti adiposi che sono un deposito più a lungo termine, poi ancora le proteine, soprattutto contenute nei muscoli, che rappresentano l’ultima spiaggia per mantenere in vita in qualche modo il corpo.

24/48 ore senza cibo: le scorte di glicogeno nel fegato si esauriscono.

Dopo 2-3 giorni: il corpo viene nutrito dagli acidi grassi. In questa fase, se una persona è in sovrappeso o obesa, resiste più a lungo di una persona con poco grasso.

dopo 10-20 giorni (dipende dal grasso corporeo): le proteine contenute principalmente nei muscoli diventano l’unica fonte di nutrimento. La massa muscolare si riduce e si verificano: debolezza, apatia.

Nell’ultima fase, infine, il corpo lotta per sopravvivere e rallenta il metabolismo, limita i consumi energetici, si nutre degli organi interni e per ultimo del cervello. Siamo arrivati veramente alla fine.

Animali: trattamento dopo la cattura

Animali: la preparazione della carne dopo la cattura

Non è facile, in un articolo, affrontare la preparazione della carne di un animale, dopo la cattura. L’ideale sarebbe frequentare persone nate e cresciute in campagna e che hanno praticato il metodo dell’autosufficienza (nello specifico, alimentare), o che lo praticano ancora oggi. Per metodo dell’autosufficienza intendo la coltivazione (legumi, ortaggi, verdure, cereali, frutta,…) e l’allevamento di animali (sopratutto in recinti all’aperto e nutriti con alimenti naturali), destinati all’alimentazione e al sostentamento della persona che lo produce e dei suoi familiari, oppure al fabbisogno comunitario, se si tratta di una comunità. In questo modo si può vedere dal vero come pulire un animale morto, ricoperto di pelle (bovini, equini e alcuni ungulati), di penne (uccelli) o di pelliccia (ovini, caprini, alcuni ungulati). Fondamentalmente, un animale morto può essere pulito ed eviscerato con due sistemi: con metodo sospeso o con metodo disteso. Il metodo sospeso ovviamente è migliore e consiste nell’appendere l’animale per le zampe posteriori allargate e con la pancia rivolta verso chi lo deve lavorare. Però in sopravvivenza non è sempre possibile fare questo, perché l’animale è pesante e magari da soli non si riesce, o perché non si è in posti dove si può appendere. Il metodo disteso invece, anche se più scomodo, si può utilizzare in qualsiasi ambiente e condizione. E’ importante anche saper preparare la pelle o la pelliccia per utilizzarla in futuro.

Tutto quanto suggerito nei link anche se non propriamente adatto, è sicuramente un ottimo aiuto per capire cosa fare dopo aver procurato carne per mangiare. Verranno scritti articoli più dettagliati e alcune cose sono state già pubblicate come per esempio nell’articolo sul pemmican.

Per una prima infarinatura si possono guardare i video che si trovano sul sito:
https://cacciareinsvizzera.ch/per-gli-aspiranti-cacciatori/filmati-didattici/

Poi ho caricato sul server tre vecchi opuscoli (utilizzo nel rispetto del Copyright e Diritto d’Autore):

Cinghiale abbattuto manipolazione ai soli fini di autoconsumo

Capriolo abbattuto manipolazione ai soli fini di autoconsumo

Gli opuscoli sopra sono del 2009 a cura di A. Brunori, M. Ferri, C. Fioravanti, A. Marliani, G. Poglayen, M.L. Zanni, con la collaborazione di L. Bettucci, A. Gelati, A. Imperiale. AUSL di Modena – Ausl di Bologna – RER Servizio Veterinario – RER Pianif.faunistica Univ. Bologna.

Il corretto trattamento igienico-sanitario delle carni di selvaggina, del 2005, autori Dr. Patrizia Bragagna, Dr. Paolo Capovilla, Prof. Valerio Giaccone. Amministrazione provinciale di Belluno Tutela e Gestione della Fauna e delle Risorse Idriche, in collaborazione con Università degli Studi di Padova Facoltà di Medicina Veterinaria, ULSS n. 1 Belluno Dipartimento di Prevenzione, Servizi Veterinari

Animali: uso delle trappole e delle altre forme di caccia

Nota aggiuntiva sul modo e l’utilità di servirsi delle trappole e delle altre forme di caccia:


non sono un cacciatore, non posso dire di essere contrario o favorevole alla caccia, ci sono troppe considerazioni da fare in un senso o nell’altro. Non mi sognerei mai, però, di cacciare gli animali per divertimento o qualsiasi altro scopo ludico o economico. Il rispetto per tutti gli esseri viventi, animali o vegetali che siano, dovrebbe essere un punto fermo per tutti. Non sono per contro ne vegano ne vegetariano. Sono una persona normale, che, come natura crea, si ciba di verdure, carne (poca) e qualsiasi altra cosa commestibile. Quando parlo di armi primitive e di trappole per cacciare gli animali, lo faccio unicamente perché in una situazione di sopravvivenza è necessario conoscere queste cose e acquisire le giuste abilità per salvare il nostro corpo ed andare avanti. In sopravvivenza non si uccidono animali per gioco o per commercializzare carni o pelli o corna o altre parti. La carne che si tenta di procurare è finalizzata al nutrimento individuale. Il survivalista non è un bracconiere, cerca solo di rimanere in vita con quello che la natura può offrire e prende dalla natura solo il minimo indispensabile nel rispetto della flora e della fauna che lo circonda.

Alimenti che non scadono mai o quasi

Gli alimenti per le scorte di emergenza devono essere in massima parte pronti al consumo (frutta secca, fette biscottate, latte a lunga conservazione, formaggi a pasta dura e salumi). Questo perché una possibile penuria di acqua corrente e di elettricità, non permetterebbe di cucinare. Poi, va da sé che si dovrebbe comunque fare scorta di pasta, riso, legumi e cereali secchi… Sono consigliati anche olio, sale e zucchero.

Ecco alcuni alimenti che non scadono mai o quasi:

Il miele, può essere conservato quanto si vuole senza perdere le sue caratteristiche nutrizionali e gustative (dentro le piramidi egiziane è stato ritrovato miele vecchio di tremila anni ancora commestibile). Con il tempo può diventare più solido ma se si riscalda a bagnomaria torna normale (non superare 35/40° durante il riscaldamento per non alterarlo).

Anche il sale e lo zucchero rientrano tra gli alimenti a lunghissima conservazione. Questi prodotti, se conservati in ambienti asciutti e privi di umidità, possono durare “per sempre”.
Il sale è un minerale, non subisce alterazioni nel tempo e nemmeno lo zucchero si rovina, però è soggetto all’indurimento per via dell’umidità, può essere facilmente ripristinato frantumandolo.

Altri esempi di cibi a lunghissima conservazione sono il riso bianco, i legumi secchi e alcuni tipi di cereali. Questi alimenti possono essere conservati per anni senza perdere le loro qualità organolettiche.

Il riso bianco, se conservato correttamente in un luogo fresco e asciutto, può durare decenni.

I legumi secchi mantengono intatte le loro proprietà nutrizionali per molti anni e, una volta cotti, diventano un’ottima fonte di proteine.

Il cioccolato fondente, è una fonte di energia ottima e immediata. Con il passare del tempo potrebbe assumere colorazioni a chiazze biancastre, ma questo non influisce nella qualità e può sempre essere consumato senza problemi.

Cibi in scatola come legumi, verdure, carne e pesce. Questi alimenti sono già pronti all’uso e possono essere conservati per moltissimo tempo senza perdere le loro proprietà nutritive. La varietà di cibi in scatola è enorme e include di tutto, dai fagioli ai pomodori fino al tonno e al salmone. Questo li rende una scelta eccellente per le scorte di emergenza in assenza di elettricità.

L’olio di oliva e gli oli vegetali in genere, anche se hanno indicata una data di scadenza di 18/24 mesi, non hanno in realtà una vera e propria scadenza anche se col tempo perdono alcune caratteristiche, Quando l’olio ha un colore scuro, un odore rancido o un sapore amaro, è preferibile evitare di consumarlo ed è meglio buttarlo.

Ricapitoliamo i prodotti alimentari che praticamente non hanno scadenza o quasi:
aceto, salsa di soia, legumi secchi, riso, pasta, sale, molte spezie, latte in polvere, uova intere di galina disidratate in polvere (in media 10 gr. di uova in polvere sono uguali ad un uovo intero), cioccolato fondente, zucchero, marmellate, vari prodotti disidratati come frutta secca, verdure disidratate, zuppe liofilizzate. Come già scritto gli alimenti in scatola come verdure, frutta, carne e pesce possono resistere per anni.

Sopravvivenza informatica

Sopravvivenza urbana:
quando un utilizzo particolare delle tecnologie informatiche può influire sulla organizzazione individuale.

Il mondo è ormai comandato dall’informatica e dalla tecnologia digitale. La stragrande maggioranza dei PC funziona perché ha, al suo interno, software proprietario (codice sorgente chiuso e impossibile da leggere o modificare). Bisognerebbe però capire come diventare padroni dell’hardware per utilizzarlo al meglio in tutte le situazioni, sopratutto quelle di emergenza. Mi riferisco alle più comuni situazioni: manipolazione delle informazioni, trasmissioni radio, radio cb (bande di frequenze radio, dall’inglese citizens’ band) accesso alle reti informatiche, ecc… . Parlo ovviamente di vita di tutti i giorni, ma che si può trasformare per qualsiasi causa in sopravvivenza urbana. Nel 1997 ho deciso di abbandonare il software proprietario e installare sui miei computer (fissi e successivamente anche portatili) una distribuzione UNIX libera nel codice sorgente, con la possibilità di essere copiata, modificata (se si è in grado di farlo) e distribuita ad altri: DEBIAN GNU/LINUX.

Debian Gnu/Linux installata nel 2007 per la mia prima volta su un notebook. Fino al 2007 avevo effettuato solo installazioni su macchine desktop

Il software libero è una questione di libertà: ognuno deve essere libero di utilizzare il software in ogni modo che sia socialmente utile. Il software differisce dagli oggetti materiali che siamo abituati a toccare con mano, in quanto può essere copiato e modificato molto più facilmente e chi usa software deve potersene avvantaggiare. Il “software libero” è una questione di libertà, non di prezzo. In inglese il termine free può significare sia libero che gratuito. Fortunatamente nella nostra lingua riusciamo a distinguere bene cosa vuol dire libero e cosa vuol dire gratuito.

Debian GNU/Linux nei miei due notebook nel 2007

L’espressione “software libero” si riferisce alla libertà dell’utente di eseguire, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il software. Più precisamente, esso si riferisce a quattro tipi di libertà per gli utenti del software:

– Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo .

– Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità. L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

– Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo.

– Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti (e le versioni modificate in genere), in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio. L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

Un programma è software libero se l’utente ha tutte queste libertà. In particolare, se è libero di ridistribuire copie, con o senza modifiche, gratis o addebitando delle spese di distribuzione a chiunque ed ovunque. Essere liberi di fare queste cose significa (tra l’altro) che non bisogna chiedere o pagare nessun permesso.

Al di là del software: I manuali del software devono essere liberi, per le medesime ragioni per cui il software deve essere libero, e perché i manuali sono parte del software. Lo stesso ragionamento si applica ad altri tipi di lavori di utilizzo pratico — lavori che raccolgono conoscenze utili, come opere didattiche e di riferimento. Wikipedia è l’esempio più noto. Ogni tipo di lavoro può essere libero, e la definizione di software libero è stata estesa per diventare una definizione di opera culturale libera che si può applicare ad ogni tipo di lavoro.

Debian GNU/Linux in un mio notebook nel 2022

In pratica, che cos’è questo “software libero”?

Può essere il sistema operativo che permette ai computer e altri dispositivi di funzionare.

Può essere tutto il resto del software che ci occorre dopo aver avviato il computer con il sistema operativo. Perché un computer può essere utilizzato per una serie infinita di operazioni e cose da fare.

Può essere il software che permette ai radioamatori di comunicare tra loro o alle stazioni radio di trasmettere o alle stazioni televisive di trasmettere o alle stazioni meteorologiche o di ricerca di raccogliere i dati che ci servono in un determinato momento sfavorevole.

Il software libero non ha proprietari, non è manipolato dalle potenze, il suo codice sorgente è aperto, nel breve periodo, chi sa studiarlo, capirebbe se ci sono truffe, raggiri o cose malvagie sotto.

Il Desktop della mia Debian GNU/Linux nel 2022

Esempi di software libero:

Prima di tutto il kernel Linux, poi il software GNU, poi tutto il software non GNU sotto licenza GPL e poi tutte le distribuzioni GNU/Linux. Si chiamano “distribuzioni” perché non sono solo sistema operativo fine a se sesso, hanno al loro interno tutto il software che può essere utile per eseguire una serie infinita di operazioni e, se questo software non fosse sufficiente, una distribuzione GNU/Linux contiene linguaggi di programmazione, compilatori, debugger e quant’altro per scrivere e far funzionare qualsiasi software può venire in mente. Va da se, che tutta questa libertà comporta il fatto che, casualmente questo software sia gratuito e tutti i popoli, ricchi o poveri, possono utilizzarlo a loro beneficio.

Esempi di software non libero (proprietario): la maggior parte dei sistemi operativi che si trovano dentro un personal computer o un notebook, soprattutto se preinstallati al momento dell’acquisto, con codice sorgente chiuso, che nessuno sa cosa ci sia dentro, fatto pagare profumatamente e senza che noi possiamo decidere se volerlo oppure cambiarlo. La maggior parte del software che gira sotto questi sistemi operativi sono a codice sorgente chiuso e proprietario. Negli ultimi anni gli sviluppatori hanno reso disponibili pacchetti di software libero o open-source che possono girare sotto sistemi operativi proprietari. Basta fare una ricerca per trovarli.

Cosa faccio dal 1997?

Quando acquisto un personal computer o un notebook (prestando attenzione a prendere macchine con determinate caratteristiche e che riducono al minimo le difficoltà per l’utilizzo di distribuzioni GNU/Linux), se non posso scegliere macchine vuote, cancello tutto il software che ci trovo dentro e, dopo aver preparato tutto ci installo la distribuzione Debian GNU/Linux. Una distribuzione GNU/Linux vale l’altra. Scelgo Debian perché l’ho sempre utilizzata e ormai mi trovo bene così.

Anche questa è sopravvivenza urbana. Perché? Basta riflettere bene su tutto quanto è stato scritto…

Debian e molte altre distribuzioni GNU/Linux sono distribuite anche attraverso i cosiddetti sistemi live, su dvd o su pennetta ottica. In questo modo si può avviare il dispositivo di distribuzione esternamente al sistema operativo installato sulla macchina, trovandosi così dentro la distribuzione vera e propria, con la possibilità di valutarla e decidere in modo più cosciente se installarla oppure no.

Per concludere: non è per niente facile installare da zero, configurare e rendere pienamente funzionante una distribuzione GNU/Linux, ma è vero anche che non è per niente facile installare da zero, configurare e rendere pienamente funzionante un sistema operativo proprietario. Chiunque, anche se poco esperto, informandosi e facendo qualche ricerca, troverà in rete o nella sua zona di residenza, qualcuno che sarà disposto ad aiutarlo per preparare una macchina pronta all’utilizzo del software libero e di una distribuzione GNU/Linux.

Per approfondire:

Debian il sistema operativo universale

Debian live

DistroWatch

Classificazione del Software Libero e non libero

Perché il software non deve avere padroni

Linux e Radioamatori

Acqua: trovarla, renderla sicura e conservarla.

Senza acqua si muore!

E non ci vuole nemmeno tanto tempo per morire quando non c’è l’acqua: qualcuno vive anche 6-8 giorni ma in media ad essere ottimisti, bastano 4 o 5 giorni per morire, o meglio, si può anche non morire e tirare più a lungo, ma, in che condizioni?

Tutti gli esseri viventi, sia che siano vegetali, sia che siano animali, hanno bisogno di acqua.

Il nostro pianeta è occupato per almeno il 70% dall’acqua. Di questo 70%, il 95-97% è costituito da acqua salata di mare. Le cose però non sono irreversibili e cioè: l’acqua di mare può diventare acqua dolce da bere.

Trovare l’acqua e renderla sicura

L’acqua è uno dei bisogni più urgenti in una situazione di sopravvivenza.

Non si può vivere a lungo senza acqua (come già scritto), soprattutto nelle zone calde dove si perde tanto attraverso la sudorazione. Anche nelle zone fredde, è necessario un minimo due litri di acqua al giorno per mantenere l’efficienza.

Si può ottenere acqua da sorgenti, torrenti, ruscelli, laghi o stagni, ghiaccio e neve, fogliame e vegetazione varia, frutta e verdura, …

Più l’acqua è vicina a una fonte sotterranea, più è probabile che sia sicura e non inquinata. Non dare mai per scontato che l’acqua sia pura.

Se possibile è meglio disinfettarla piuttosto che correre qualche rischio. Gruppi di alberi o vecchi letti di ruscelli sono una buona indicazione di presenza di acqua. L’acqua si può raccogliere, perché ci rimane, in ceppi cavi o depressioni rocciose. Il ghiaccio o la neve sono una buona fonte se sciolti prima. L’acqua non dovrebbe avere un colore scuro, un odore cattivo, una schiuma oleosa o contenere materiali galleggianti maleodoranti, qualsiasi di queste caratteristiche possono indicare un forte inquinamento. La rugiada mattutina fornisce sicuramente acqua. può essere utile legare stracci o ciuffi di erba sottile alle caviglie e camminare attraverso l’erba coperta di rugiada prima o subito dopo l’alba. Strizzare l’acqua raccolta in un contenitore non appena gli stracci si bagnano. La rugiada può essere trovata anche su rocce e piante. Si può raccogliere più di un litro d’acqua in questo modo. Se si dispone di un sacco di plastica, ci si può avvolgere un ramo foglioso, le foglie intrappolate nella plastica, per effetto del sole e del riscaldamento in generale, iniziano a buttare acqua che si raccoglie nel sacco ed è senz’altro buona da bere. Le formiche o le api che entrano in un buco in un albero possono indicare un foro pieno d’acqua. Si può ricavare acqua dalla spillatura dei tronchi di piante tipo acero o betulla. …

Ricapitoliamo i concetti principali:

Cosa non bere:

  • non bere mai acqua stagnante, sopratutto se non c’è vegetazione o se si ritiene che la vegetazione presente sia tossica o velenosa.
  • non bere acqua sporca e contaminata, in genere, l’acqua contaminata da batteri porta sintomi gastrointestinali (nausea, dolori alla pancia, vomito, diarrea), questi sintomi normalmente si risolvono da soli in due o tre giorni; talvolta si può avere febbre. Più raramente può comportare infezioni al sistema respiratorio o a quello urinario. In casi più gravi, l’acqua non potabile contaminata potrebbe causare epidemie che portano alla morte dei soggetti malati (tifo, epatite, colera, …).
  • non bere acqua di mare, il sale disidrata l’organismo e può provocare danni irreparabili. L’acqua di mare deve essere sempre dissalata.
  • non bere urina, l’urina disidrata, nell’urina c’è l’acqua ma ci sono anche molte sostanze dannose per l’organismo. Si potrebbe, al pari dell’acqua di mare, farla evaporare e utilizzare la parte evaporata pulita da queste sostanze.
  • non mangiare neve e ghiaccio, perché provocano una dispersione di calore nel corpo e avvicinano all’ipotermia, prima di bere è meglio scioglierli in un recipiente per alzare la temperatura. Se si pensa che ci siano impurità, si può potabilizzare per sicurezza.

Cosa bere:

  • Potabilizzazione dell’acqua con alcune sostanze chimiche idonee:
    ci sono in commercio compresse per la potabilizzazione dell’acqua, più o meno tutte a base di cloro, normalmente preparate in compresse (1 compressa da 8,5 mg. per 1 litro di acqua, oppure 1 compressa da 33 mg. in 4/5 litri d’acqua), o ancora 1 compressa da 167 mg. in 20 lt. acqua).
    Dicloroisocianurato di sodio (NaDCC), è il principale composto chimico utilizzato nella fabbricazione di queste compresse (e anche il più sicuro). È un solido incolore, solubile in acqua.
    Troclosene sodico, è sempre un dicloroisocianurato. In caso di acqua torbida, filtrarla prima per avere limpidezza e poi mettere la compressa.
    Clorossidante elettrolitico (esempio amuchina). E’ una preparazione di ipoclorito di sodio: per potabilizzare 1 litro di acqua è necessario aggiungere all’acqua da purificare 10 gocce di clorossidante elettrolitico in soluzione all’1,1%. Questa dose corrisponde a mezzo litro di prodotto per 1000 litri di acqua.
    Candeggina: per ogni litro di acqua si può aggiungere dalle 2 alle 4 gocce di candeggina (senza additivi e senza profumazione) che contiene ipoclorito di sodio al 5%, in altri termini, mezzo cucchiaino circa 2,5 ml di candeggina ogni 20 litri d’acqua. La candeggina ha componente principale l’ipoclorito di sodio (NaOCI). La percentuale di ipoclorito di sodio nella candeggina considerata in queste note è di circa il 5%. In commercio si trovano anche candeggine al 3%, per le quali ci si deve regolare di conseguenza.
    E’ possibile acquistare l’ipoclorito di sodio ad alta titolazione (intorno al 14-15%). In questo caso conviene preparare almeno due boccette da 100 o 200 ml ciascuna, rispettivamente al 6 e al 12%: in questo modo si eviterà di aprire il flacone principale a ogni uso e solo al momento della diluizione.
    Iodopovidone (la soluzione più conosciuta è il betadine): disinfettante e per disinfettare l’acqua. La soluzione di Iodopovidone al 10%, ha un dosaggio per ogni litro di 4 gocce per acqua limpida e 8 per acqua torbida (è buona regola filtrare anche con mezzi di fortuna l’acqua per renderla più limpida. Lasciare agire per almeno mezz’ora.Come regola generale: l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda come dose massima 5 mg di cloro per litro di acqua.
  • si può sempre tranquillamente bere l’acqua contenuta nella frutta.
  • si può bere senza ulteriori precauzioni l’acqua piovana che può essere raccolta attraverso vari metodi.
  • Acqua bollita per almeno 8/10 minuti e poi raffreddata, si può tranquillamente bere sempre ed è il metodo più efficace.
    Si può anche far bollire l’acqua mettendola a contatto con pietre calde, se non si ha a disposizione un pentolino, utilizzando un recipiente fatto con canne di bambù o simile, oppure con corteccia. Se si mettono alcune pietre sotto la brace, queste possono arrivare anche a 1000°. basta prenderle senza scottarsi con due bastoncini e metterle nei recipienti auto-costruiti e precedentemente riempiti di acqua. In questo modo si porterà l’acqua in ebollizione e i recipienti non bruceranno.
  • l’acqua sporca, se abbastanza potabile o da potabilizzare, si può depurare filtrandola, facendola passare dentro un filtro a 3 strati costruito con mezzi di fortuna:
    – erba secca, paglia, fieno, misti a sassolini o pietrisco
    – sabbia
    – carbone
    Evitare l’utilizzo delle foglie che, se contengono tannino, inquinano ancora di più l’acqua.
Esempi di filtri a 3 strati
  • La distillazione è un altro metodo efficace per ottenere acqua potabile (trova la sua utilità soprattutto quando si ha a che fare con acqua di mare salata). Si costruisce un sistema scavando una buca nel terreno di circa un metro di larghezza e uno di profondità. Sul fondo della buca bisogna inserire delle foglie umide o dell’erba che rilasciano umidità, oppure un recipiente con acqua di mare (il recipiente di partenza, diverso da quello di arrivo). Bisogna ora prendere un telo di plastica e stenderlo sopra la buca, in modo che la buca sia coperta. Fissare il telo con terra o pietre. Al centro del telo bisogna poi mettere un peso, in modo che il telo non sia teso sopra la buca ma formi un cono. In corrispondenza della punta del cono avremo piazzato il recipiente di raccolta. La temperatura all’interno della buca aumenterà e l’acqua contenuta nelle foglie o quella marina del recipiente inizierà ad evaporare depositandosi sulla parete interna del telo. Sul telo si formeranno delle gocce di condensa. le goccioline scenderanno lungo il cono del telo e andranno nel recipiente di raccolta.
https://it.wikipedia.org/wiki/Dissalatore_a_energia_solare. Spiegazione sommaria del disegno: la parte della buca sotto il telo di plastica, dove si trovano le frecce in alto dell’evaporazione, dovrebbe contenere: 1) niente se il terreno è molto umido. 2) erba e fogliame che riscaldandosi rilasciano umidità e vapore. 3) acqua di mare (il sale evapora a temperatura più alta dell’acqua, quindi avviene la separazione in modo naturale) che si dissala e diventa bevibile.

Immagini prese dal manuale: Tecniche di sopravvivenza di Brian Hildreth dove si illustra la costruzione di un distillatore solare

Differenza tra distillazione e dissalazione:
sebbene venga comunemente chiamato “distillatore”, l’operazione unitaria che si svolge in un distillatore ad energia solare è una dissalazione. Questa improprietà di linguaggio deriva dall’uso comune di chiamare con il nome di “distillazione dell’acqua” quella che invece è una “dissalazione dell’acqua”. La distillazione vera e propria è infatti un processo di separazione basato sulla differenza di volatilità tra le sostanze da separare, mentre la dissalazione avviene tramite un meccanismo di tipo diverso: infatti nella tecnica della dissalazione viene innalzata la temperatura in modo da fare evaporare l’acqua, mentre il sale rimane nella soluzione liquida, per cui raccogliendo l’acqua evaporata si otterrà acqua con una concentrazione minore di sali disciolti. https://it.wikipedia.org/wiki/Dissalatore_a_energia_solare

L’Istituto di tecnologia del Massachusetts è una delle più importanti università di ricerca del mondo con sede a Cambridge, nel Massachusetts, recentemente ha annunciato lo sviluppo di un dissalatore solare, realizzato spendendo 4 $ di materiali. Il sistema di evaporazione solare passivo potrebbe essere utilizzato per pulire le acque reflue, fornire acqua potabile o sterilizzare strumenti medici in aree fuori rete.

  • Filtri potabilizzatori: esistono in vendita diverse tipologie di filtri potabilizzatori. Ci sono filtri ai carboni attivi, filtri in ceramica, potabilizzatori a osmosi inversa, potabilizzatori con setacci e micropori e altri che trattano l’acqua con lo iodio o un’altra sostanza chimica in grado di disattivare agenti patogeni. I filtri potabilizzatori esistono anche per essere portati in viaggio, in campeggio, in situazioni di emergenza… Sono leggeri e occupano poco spazio, hanno la forma di piccoli tubi e si utilizzano come una cannuccia. Sono efficaci per molti litri (dipende dal tipo) di acqua.

Considerazioni finali: per una situazione di emergenza si potrebbero prevedere, per ogni persona, circa 3/4 litri di liquido al giorno. Se si considera solo l’acqua da bere nel totale dei liquidi, bisognerebbe prevedere almeno 1,5/2 litri al giorno per persona. La quantità di acqua necessaria varia a seconda che si tratti di bambini, di adulti, di persone anziane, di malati, ecc… Più i contenitori per stoccare l’acqua sono piccoli e più semplice sarà conservarla (formazione di batteri). I contenitori migliori da utilizzare sono quelli in vetro che si possono sigillare (bottiglie, vasi e vasetti per marmellate e conserve). Il vetro però è di difficile stoccaggio, perché fragile e pesante. Probabilmente convengono i contenitori di plastica per alimenti (i migliori sono le taniche, i fustini e i bottiglioni a collo largo da 5 lt.), che si trovano nuovi in vari negozi. I migliori contenitori di plastica per uso alimentare sono quelli in polietilene ad alta densità: l’HDPE (nella raccolta differenziata ha il simbolo 02). Oppure si possono riciclare bottiglie di plastica, in questo caso però, non va tutto bene, i contenitori che contengono latte, succhi e simili, sono difficili da pulire e rigenerare. Le bottiglie usate dell’acqua invece si possono rigenerare facilmente (attenzione che la plastica ha una scadenza e dopo un certo periodo non è più idonea a contenere acqua potabile). I contenitori usati di plastica si devono lavare con acqua e sapone piatti. Poi si devono igienizzare con sostanze tipo candeggina (un cucchiaio di candeggina ogni 4/5 litri di acqua) e dopo aver tenuto acqua e candeggina nel contenitore per qualche minuto, risciacquare bene. Una volta riempiti i contenitori con acqua di rubinetto o potabile di altra provenienza, si deve indicare la data di confezionamento e conservarli in luoghi bui e freschi. Si deve inoltre, disinfettare (potabilizzare) l’acqua prima di chiudere bene il contenitore, con i metodi indicati sopra, principalmente con candeggina (o varechina), perché è il disinfettante più facilmente reperibile. Con questo metodo, l’acqua si conserva per parecchi giorni e se correttamente conservata, anche per alcune settimane.

Leggere anche:
Istituto superiore di Sanità: Detergenti, disinfettanti e disinfestanti (Biocidi)

Animali: impronte, piste e tracce

Articolo scritto da Paolo Tarantohttp://www.fotografianaturalistica.org

Tracce e segni di presenza degli animali: impronte e piste

Introduzione

Uno dei segni di presenza più comunemente lasciati dagli animali sono le impronte, se il substrato è sufficientemente morbido; i migliori substrati per trovare impronte sono la sabbia, la neve e il fango: la neve fresca è la migliore, perché riesce a memorizzare con più dettaglio le orme e ogni loro particolare così come avviene nel fango liscio e a grana fine mentre la sabbia non consente di leggere molti dettagli delle impronte; la neve inoltre consente più facilmente di trovare altri tipi di segni lasciati dagli animali e di seguire più facilmente le piste.

Immagine a sinistra: Impronte su fango fresco. Come si vede il fango riesce a memorizzare molti più dettagli e rende le impronte molto ben leggibili. Le impronte “a tre dita” sono di fagiano, a fianco si vedono impronte di tasso (a 5 dita con grande cuscinetto centrale). Si può notare anche un’impronta di uccello molto più piccola dietro l’ultima orma di fagiano, presumibilmente un merlo. Immagine di destra: La sabbia lascia meno dettagli rispetto al fango ma a volte la conformazione particolare della pista aiuta molto a riconoscere la specie di appartenenza; nell’immagine si possono vedere le tipiche orme lasciate dai Lagomorfi (in questo caso un Coniglio selvatico) che si muovono “a balzi”.

Anatomia e tipologie di zampe

Avere una buona conoscenza dell’anatomia delle zampe consente di interpretare meglio le impronte. Le zampe dei Mammiferi possono essere di tre tipologie principali: i plantigradi (come l’orso, i mustelidi, il riccio) poggiano con tutto il palmo e le dita (dunque metacarpo, carpo e falangi poggiano tutti a terra), l’evoluzione verso una maggiore efficacia nella corsa ha portato ad un allungamento degli arti ma anche a poggiare a terra solo le dita, portando così ai digitigradi (ad esempio Canidi e Felidi) e successivamente sempre sotto la pressione selettiva verso una maggiore rapidità nella corsa si ridussero il numero di dita che poggiano a terra arrivando agli unguligradi, i cui arti poggiano sul terreno solo con le punte (provviste di zoccoli) di alcune dita ad esempio gli ungulati così detti artiodattili come il cervo poggiano sul terreno con le dita 3 e 4.

Le impronte dei piedi degli animali (a eccezione degli ungulati) sono dotate nella parte inferiore di cuscinetti, uno per ogni dito più una serie di cuscinetti trasversali che in alcune specie formano un unico cuscinetto detto cuscinetto principale o centrale. Le impronte con zoccoli sono facili da riconoscere, inoltre esse si imprimono più facilmente nel terreno anche se duro e le specie di ungulati europei sono poche rispetto ad altre specie di mammiferi; nei piedi degli ungulati sono presenti anche gli speroni, piccole formazioni cornee posizionate dietro le zampe sopra lo zoccolo, essi rappresentano i resti atrofizzati del secondo e del quinto dito; a meno che il terreno non sia particolarmente soffice o siamo in presenza di neve, solitamente gli speroni non rimangono impressi nelle orme. Tutti questi elementi anatomici (zoccoli, speroni, unghie, numero, disposizione e forma delle dita e dei cuscinetti) rappresentano parametri molto utili da considerare quando si studia un’impronta e si cerca di identificarla.

Immagine di sinistra: orma digitigrada (Lupo). Ci sono diversi parametri che aiutano a discriminare l’impronta di un lupo da quella di un grosso cane; nel lupo l’orma è sempre molto grande circa 8-10 cm di lunghezza e 6 cm di larghezza, è spesso più stretta rispetto all’orma di un grosso cane che tende a essere più “tondeggiante” (può arrivare a 7 cm di larghezza); nel lupo i polpastrelli delle due dita mediane sono uniti formando un “ponte carnoso” spesso assente nei cani; il cuscinetto centrale è di forma trapezoidale mentre nel cane ha una forma più variabile; ed infine nel lupo la linea alla base dei due cuscinetti centrali non interseca i cuscinetti delle dita esterne che sono poste in posizione più bassa. Immagine di destra: pista di ungulato. In questo caso la dimensione e forma delle impronte è compatibile con il capriolo. Come si può notare la pista è formata da impronte sovrapposte, questo perché nel passo normale di un animale tranquillo gli arti posteriori toccano il terreno più o meno nello stesso punto degli arti anteriori producendo così delle orme sovrapposte; questo non avviene quando l’animale corre o galoppa.

Gli uccelli hanno una conformazione diversa della zampa e sono anch’essi digitigradi (hanno solo 4 dita); le dita sono allungate e nel piede è presente un palmo o tallone anche se la variabilità nelle zampe degli uccelli è molto vasta, si pensi ad esempio alle zampe palmate degli Anatidi o alle zampe così dette “semi-palmate” delle folaghe, svassi o gallinelle d’acqua. Nella maggior parte dei casi le zampe degli uccelli hanno 3 dita rivolte in avanti e un dito (l’alluce) rivolto indietro e questa conformazione è detta anisodattila: nei picchi, specializzati nell’arrampicarsi verticalmente sui tronchi, la conformazione è invece detta zigodattila perché due dita sono rivolte in avanti e due all’indietro. Sul terreno gli uccelli si muovono in due modi diversi, possono infatti camminare, alternando il piede sinistro e quello destro, oppure saltellando, dunque lasciando due impronte appaiate.

Piste

Un insieme di più impronte forma una pista; in alcuni casi la singola impronta non può essere identificata con certezza, ad esempio è difficile dalla singola impronta distinguere un lupo da un cane di grosse dimensioni se non si riescono a vedere bene alcuni dettagli a causa del substrato non adatto e, in questi casi, la pista può offrire una maggiore quantità di informazioni e può quindi portare ad una identificazione più precisa; nella pista possiamo misurare infatti diversi parametri aggiuntivi come la simmetria, il passo, la larghezza. Dalla pista è inoltre possibile capire il modo in cui un animale si stava muovendo: passo normale, al trotto, di corsa, al galoppo. Quando un animale è tranquillo si muove lentamente, ad esempio mentre pascola; alcuni mammiferi con zampe corte possono anche lasciare sul terreno, se sufficientemente morbido (sabbia, neve, fango fresco), anche il segno del ventre e della coda. All’aumentare della velocità di movimento la falcata si allunga e quindi anche la distanza tra le impronte lasciate a terra, scompaiono i segni di trascinamento o della coda nel caso di animali con zampe corte, gli arti si muovono in modo opposto e alterno (anteriore destro con posteriore sinistro, poi anteriore sinistro con posteriore destro) e con l’aumentare della velocità anche la forza impressa da ciascuna zampa sul terreno è maggiore. Nel galoppo, quando un animale si muove ad alta velocità, a un certo punto tutte e quattro le zampe vengono sollevate da terra e per questo nella pista si troveranno ampi spazi vuoti; quando l’animale tocca terra lascerà un gruppo di quattro impronte simultaneamente, prive di qualsiasi sovrapposizione.

Pista di Lepre comune (Lepus europaeus)
Capriolo al galoppo colto nell’attimo in cui tutte e quattro le zampe sono sollevate da terra.
Tipica pista di andata e ritorno di un Lagomorfo (Lepre) sulla neve
Ognuna di queste “impronte” sulla neve è lunga circa 50 cm, ma no, non è passato un uomo delle nevi! Si tratta di un capriolo che si muoveva “a balzi” a causa della neve troppo alta, lasciando dunque impresso tutto il ventre.

Orme dei Mammiferi

Orma di Cervo

Cane/gatto

I gatti usano gli artigli per la caccia, dovendoli sempre tenere ben affilati e puliti essi vengono tenuti chiusi nelle loro guaine e tirati fuori solo al momento del bisogno; nelle loro impronte dunque gli artigli non sono mai visibili. I canidi invece usano le unghie per aumentare la presa sul terreno e non le hanno retrattili come i gatti dunque le unghie saranno quasi sempre impresse nell’orma di un canide, ma dipende molto dalla morbidezza del terreno. I gatti imprimono tutta la pianta del piede quando camminano dunque il cuscinetto interdigitale verrà quasi sempre impresso mentre i cani camminano quasi in punta di piedi e la parte posteriore del cuscinetto non si imprimerà sul terreno. Infine anche la posizione delle dita è indicativa: nelle impronte di canidi le dita hanno una disposizione tipica con due dita centrali e ravvicinate tra loro mentre le due dita laterali sono piuttosto distanziate mentre nel gatto le impronte delle dita sono equidistanti e hanno dimensioni simili.

Orme di gatto (Felis silvestris) sul fango
Orme di gatto (Felis silvestris) sulla neve

Cane/volpe

Le orme di volpe hanno forma ovale, sono strette, hanno cuscinetto interdigitale è piccolo, ha le dimensioni quasi delle dita; inoltre le dita anteriori sono separate dalle dita esterne, vi si potrebbe tracciare una linea che passa in mezzo senza toccare nessun cuscinetto. L’orma dei cani è più variabile in termini di dimensioni, in funzione della razza; è più tonda, meno ovale; il cuscinetto interdigitale è grosso e più grande dei cuscinetti delle dita e, inoltre, non è possibile tracciare una linea retta tra le dita anteriori e quelle esterne senza passare sopra i cuscinetti.

Confronto tra le orme di Lupo, Cane e Volpe

Cane o lupo?

Lupo e cane possono essere facilmente confusi nelle impronte; in modo particolare alcune razze di cani presentano impronte molto simili a quelle di lupo (Alaskan malamute, pastore tedesco, scozzese, cane lupo cecoslovacco, Siberian husky etc); in letteratura sono indicati diversi suggerimenti  per distinguere le due specie, ma, almeno per quanto riguarda le impronte singole, nessuno consente una determinazione assolutamente certa. E’ sempre consigliabile se possibile cercare la pista e, se possibile seguirla, cercare altri segni come ad esempio una fatta.

·    Il primo parametro che differenzia generalmente l’orma di lupo rispetto a quella del cane è la lunghezza, che nel lupo è maggiore (8-10 cm anziché 7-8) e la larghezza che nel  lupo è inferiore (6 cm contro i circa 7 di un grosso cane.

Nel Lupo i cuscinetti delle dita esterne si trovano sotto una linea immaginaria che li separa dai cuscinetti delle due dita centrali.

·    Nell’impronta del Lupo inoltre i segni delle dita allungate e degli unghielli grandi e appuntiti sono disposti molto parallelamente mentre nel cane sono più divergenti con unghielli più corti, irregolari.

·    Ponte carnoso: spesso nel lupo i polpastrelli delle due dita mediane sono uniti, permettendo di attribuire con maggior sicurezza l’impronta.

·    L’impronta del Lupo è più lunga che larga rispetto a quella del cane;

Nel Lupo il cuscinetto centrale ha forma triangolare lobata o trapezoidale mentre nel cane ha una forma più irregolare.

Nel lupo la linea mediana della pista è molto dritta per lunghi tratti, a differenza dei cani che tendono a camminare è a zig zag, con un passo variabile in base alla razza.

Zampa anteriore di Lupo (Canis lupus); si può notare la posizione delle dita laterali sotto la linea di separazione.

Tasso/Istrice

Tasso e Istrice hanno impronte molto simili, sia per conformazione (sono entrambi plantigradi) che per forma e dimensioni. Le zampe posteriori di tasso e istrice hanno 5 dita visibili sull’impronta, ma la zampa anteriore dell’istrice mostra solo 4 dita perché il pollice è atrofizzato.  Nell’orma di istrice il cuscinetto interdigitale ha 3 lobi quasi uniti e se la traccia è ben impressa si possono osservare anche due cuscinetti prossimali mentre nel tasso solo uno. I segni delle unghie sono visibili in entrambe le specie ma nel tasso rimangono impressi maggiormente.

Differenza nelle impronte tra Tasso (Meles meles) e Istrice (Hystrix cristata)

Tracce e orme di Uccelli

Le piste degli uccelli sono più facili da “leggere” poiché con solo due zampe la struttura è più semplice. Alcune specie come ad esempio i Galliformi, che vivono a terra, ma anche varie specie di Limicoli e uccelli acquatici, hanno una tipica andatura al passo mentre gli uccelli Passeriformi o quelle specie che passano molto tempo appollaiati sulla vegetazione non sono molto adatti a camminare e preferiscono  saltellare; poi ci sono specie che possono usare entrambe le modalità di locomozione come i corvidi e gli storni. Quando un uccello cammina lascia a terra una traccia formata da orme impresse ai lati di un asse mediano immaginario che si trova tra le due file di impronte. Quando un uccello saltella vince le orme delle due zampe saranno affiancate.

Orme di Fagiano (Phasianus colchicus) sul fango (a sinistra) e sulla neve (a destra)
L’involo di un Merlo (Turdus merula) ha lasciato una traccia ben visibile sulla neve dove è possibile vedere sia la pista sia il segno delle ali quando ha spiccato il volo
Orma di passeriforme (probabilmente un Merlo) sul fango
Pista di piccolo passeriforme sulla sabbia, probabilmente una Cappellaccia (Galerida cristata)

Orme di Anfibi

Le zampe di Rettili e Anfibi sono ricoperte da vari tubercoli che svolgono la stessa funzione dei cuscinetti dei Mammiferi ma raramente questi dettagli rimangono impressi nelle impronte. Le impronte di un rospo possono somigliare inizialmente a quelle di un uccello ma gli anfibi tendono a trascinare le dita quando si muovono camminando lasciando così delle striature. I segni più esterni e profondi sono prodotti alle zampe posteriori, più grandi e possenti perché adattate al salto, mentre i segni centrali sono prodotti dalle zampe anteriori. Quando si muovono saltando rane e rospi lasciano in evidenza le depressioni create dalle zampe posteriori che sono molto più grandi rispetto a quelle delle piccole zampe anteriori. Una rana o un rospo lasciano impronte lunghe circa 2-2,8 cm. I tritoni lasciano orme simili a quelle di rane e rospi ma molto pù piccole, circa 0,8-1 cm di lunghezza ma alcune specie lasciano orme ancora più piccole; a differenza però di rane e rospi, i tritoni lasciano il segno della coda, sottoforma di un solco ondulato, quasi da serpente, con al suo fianco le coppie di orme delle zampe.

Pista di rospo sulla sabbia

Tracce di Rettili

La pista tipica di una lucertola (visibile spesso sulla sabbia, ad esempio) è formata da una traccia netta e quasi rettilinea lasciata dalla coda e le orme delle zampe formano una serie ordinata di fossette parallele ai due lati.

I serpenti non hanno zampe e lasciano una traccia “filiforme” che può avere diverse forme in base al modo in cui il serpente si muove. I serpenti hanno infatti tre principali modalità di locomozione:

-Ondulatoria orizzontale: è il tipico modo di muoversi serpenteggiante di molte specie, il corpo si flette formando una serie di curve a S; il serpente sfrutta le squame per aggrapparsi agli elementi del terreno e ottenere così la spinta per procedere. La pista che si forma è ondulata ma presenta un piccolo accumulo di materiale in corrispondenza di ciascun punto dove il serpente ha preso la spinta; questo accumulo si trova in direzione contraria al movimento, rendendo così possibile individuare la direzione in cui procedeva il soggetto.

-A fisarmonica: quando devono arrampicarsi su un pendio sabbioso alcune specie di serpenti si muovono usando il corpo come una molla, flettendolo in una serie di pieghe laterali molto strette e allungandosi in avanti con la testa mentre fa leva sulla parte posteriore ripiegata; poi si raccoglie intorno al centro del suo corpo per portare avanti anche la parte posteriore e ricominciare il processo; ne risulta una pista formata da uno strano schiacciamento del terreno con varie creste lisce e curve di sabbia.

-Rettilinea: questa modalità di locomozione consente di procedere lentamente; il serpente si muove seguendo una linea più o meno dritta, facendo presa sugli elementi fermi del terreno con le scaglie ventrali. La pista prodotta sarà più o meno rettilinea ma in alcuni punti si può vedere qualche piccola ondulazione oppure si può alternare ad altre tecniche di locomozione.

Traccia di serpente sulla sabbia
Traccia di serpente sulla sabbia

Sentieri

La maggioranza dei Mammiferi si sposta nel proprio ambiente seguendo spesso sempre gli stessi percorsi; a forza di camminare sugli stessi punti il terreno e l’erba vengono schiacciati e si creano dei veri e proprio sentieri o corridoi; questi sentieri vengono usati da più specie ad esempio i cinghiali, grossi e pesanti, creano il sentiero iniziale, schiacciando l’erba e il terreno, spezzando rami al loro passaggio, eliminando dunque ostacoli che avrebbero impedito il passaggio di altre specie e, una volta creato il sentiero iniziale, questo verrà utilizzato da tutta una serie di altre specie quali il tasso o l’istrice ma anche caprioli, daini, volpe, lupo, faina etc. Poiché la maggior parte dei Mammiferi hanno abitudini notturne, essi si muovono lungo questi sentieri usando la vista ma soprattutto l’olfatto. I sentieri seguono sempre il tragitto più facile per gli animali e quindi risultano spesso pieni di curve per aggirare ostacoli quali rocce o ceppi. In parte a volta i sentieri degli animali seguono gli tessi sentieri tracciati dall’uomo, incluse strade e mulattiere. Anche i piccoli mammiferi come i roditori (ad esempio le arvicole) creano, nel loro piccolo, dei sentieri, dove l’erba è stata rosicchiata e il terreno è ben schiacciato; solitamente questi sentieri portano dalle tane (piccoli buchi nel terreno di 2-3 cm di diametro) ai punti di alimentazione.

Individuare i sentieri è piuttosto semplice, essi sono spesso molto evidenti proprio perché l’erba e il terreno sono schiacciati in loro corrispondenza.

Sentiero in mezzo a una siepe
Due tipi di sentiero di animali, all’aperto (a sinistra) e all’interno del bosco (a destra)

Animali: fatte, escrementi, deiezioni e borre

Articolo scritto da Paolo Taranto: http://www.fotografianaturalistica.org

Tracce e segni di presenza degli animali: fatte, escrementi, deiezioni e borre

Introduzione

Gli escrementi o fatte degli animali sono costituiti dalle parti solide indigeribili degli alimenti (resti vegetali, ossa, peli, penne etc) e rappresentano ottimi segnali che possono indicare la presenza di una specie in un determinato ambiente; oltre alla presenza di una specie gli escrementi consentono anche di conoscerne le abitudini alimentari poiché spesso al loro interno è possibile riconoscere e identificare i resti indigeriti che aiutano a comprendere le abitudini alimentari dell’animale; per fare ciò è necessario effettuare un’analisi microscopica e disporre delle chiavi al riconoscimento dei diversi tipi di resti; ad esempio esistono diversi testi per l’identificazione microscopica dei peli dei mammiferi, utili quando si analizza la dieta di predatori come il lupo attraverso le fatte, esistono anche banche dati sull’identificazione microscopica delle penne degli uccelli, e molti articoli e testi scientifici sull’identificazione dei crani dei micromammiferi, utili ad esempio quando si studia l’alimentazione dei rapaci notturni analizzando le loro borre.

Per identificare un escremento ci si basa su diversi parametri e sono tutti utili per esempio: la dimensione, la forma, la quantità (escrementi singoli o a gruppi), il contenuto. In particolare non bisogna lasciarsi ingannare dalle dimensioni poichè la differenza di dimensioni di un escremento da fresco a secco può essere davvero notevole!

Conoscere le basi della biologia della digestione è molto di aiuto per capire meglio gli animali. L’apparato digerente è costituito da una serie di tubi che attraversano il corpo partendo dalla bocca o dal becco e terminano nell’ano, creando un percorso lungo e tortuoso lungo il quale il cibo viene frantumato ed elaborato in vari modi con lo scopo di estrarre le sostanze nutritive in esso contenute che saranno poi usate come “carburante” per le cellule. A differenza del becco, che non ha nessuna funzione nella trasformazione del cibo, la bocca dei mammiferi svolge invece un compito molto importante perché grazie ai denti essa è in grado di triturare il cibo fornendo una pre-elaborazione che faciliterà il compito all’apparato digerente.In molte specie di mammiferi lo stomaco possiede una sola camera, ad esempio nei carnivori, mentre gli ungulati hanno lo stomaco suddiviso in 3-4 camere perché nutrendosi di vegetali che sono più difficili da digerire hanno necessità di una abbondante flora intestinale ospitata nelle camere; questa flora composta da miliardi di batteri aiuta nell’estrazione dei nutrienti dai vegetali.In molte specie di uccelli (per esempio Columbiformi e Falconiformi) è presente un gozzo che funge da contenitore di raccolta del cibo prima che prenda la strada per lo stomaco; lo stomaco è composto da due parti, nella prima parte vengono secreti succhi gastrici che servono per la digestione mentre nella seconda parte, chiamata ventriglio, avviene la triturazione meccanica grazie ai potenti muscoli di cui le pareti del ventriglio sono costituite. Per aiutarsi nella triturazione del cibo molte specie di uccelli (Galliformi e Falconiformi per esempio) ingeriscono ghiaia e sassolini, che vengono poi espulsi insieme agli altri resti indigeribili.

Mammiferi

Gli escrementi dei Mammiferi, soprattutto quando sono freschi, hanno un odore forte e pungente, questo odore ha un ruolo molto importante per la comunicazione olfattiva; molte specie di mammiferi hanno, infatti, in prossimità dell’orifizio anale, delle ghiandole odorifere il cui secreto viene trasferito alle feci nel momento dell’espulsione; il secreto delle ghiandole anali può avere tanti significati e trasportare molte informazioni ad esempio segnalare ai con specifici la disponibilità all’accoppiamento ma anche servire all’identificazione di altri esemplari, oppure è utilizzato per la marcatura territoriale come avviene ad esempio nel lupo, nella volpe e in diverse specie di mustelidi e ungulati; in questo caso, solitamente, gli escrementi vengono lasciati in posizione elevata ad esempio su un sasso o un tronco o un cespuglio in modo tale che il segnale olfattivo si diffonda a distanze maggiori.

Fatta di Lupo (Canis lupus) su cespuglio
Fatta di mustelide (Faina) su ciuffo d’erba

Le specie che si nutrono di vegetali, a causa del loro scarso valore nutrizionale, sono costrette a consumare grandi quantità di cibo e di conseguenza producono molto materiale fecale (ad esempio ungulati o roditori). Le specie carnivore invece producono minori quantità di fatte perché la carne ha valori nutritivi maggiori. La dimensione degli escrementi, in linea generale, dipende dalla dimensione della specie che li ha prodotti ma anche dall’età, un animale giovane infatti produrrà escrementi più piccoli rispetto a quelli di un adulto. La forma invece dipende dalla composizione della dieta per esempio l’erba fresca rende le feci più molli mentre l’erba più secca o il fieno ha come conseguenza escrementi duri e secchi. In linea generale gli escrementi degli animali erbivori sono piccoli e di forma arrotondata e al loro interno sono riconoscibili solo resti vegetali come fibre, semi, noccioli etc, mentre quelli dei carnivori sono solitamente cilindrici e di forma allungata spesso con una estremità appuntita e al loro interno sono riconoscibili ossa e/o peli delle prede. Il colore degli escrementi dipende da ciò di cui l’animale si è alimentato, ad esempio la frutta fresca come i mirtilli dà un colore molto acceso. Anche l’ubicazione degli escrementi è importante per aiutarci a identificare meglio chi li ha prodotti; alcune specie lasciano gli escrementi a caso, dove capita, altre specie, come si è già detto, lasciano i propri escrementi in posizione elevata a scopo di marcatura territoriale; animali come il tasso invece defecano spesso nello stesso punto creando delle latrine (lo stesso accade anche nel coniglio selvatico).

Capriolo (Capreolus capreolus) defeca durante la corsa. Le fatte, come si vede, sono molto piccole e con forma ovale
Ungulati
Tra gli ungulati la famiglia dei Cervidi è quella che include il maggior numero di specie in Italia; le fatte dei cervidi possono essere molto variabili nella forma in base a cosa hanno mangiato, da palline sparse e separate tra loro (nel caso di una dieta secca a base di rametti, ghiande, cortecce) fino a masse amorfe simili a letame di mucca, quando si sono nutriti brucando erba, foglie fresche o frutti; in media un cervide defeca circa 13 volte al giorno, le fatte sono composte da circa 75 pallottole (o pillole fecali) e questo dato può essere utile per monitorare il numero di cervidi presenti in un’area.
SpecieDimensioniForma e coloreContenutoInformazioni
Cervo2-3 cm x 1,3-1,8 cmSimili a ghiande come dimensioni, hanno un’estremità appuntita e una arrotondata o leggermente concavaFibre vegetaliDeposte in gruppi, circa 24-29 volte al giorno in estate, 19-25 in inverno.
Daino1-1,5 cm x 0,8-1,2 cmForma ovale, simili al cervo con una estremità appuntita e una concava Colore dal nero al marrone.Fibre vegetaliDepositate in gruppi, circa 22-28 volte al giorno in estate e 14-18 in inverno
Capriolo1-1,4 cm x 0,7-1 cmForma tondeggiante di colore lucido e nero, a volte cilindriche con una estremità arrotondataFibre vegetaliDepositate in gruppi, circa 17-23 volte al giorno. In primavera la dieta a base di vegetali freschi rende le fatte più scure e più agglomerate.
Cinghiale8-12cm x 6-8 cmForma allungata a salsiccia; sono formate da diversi dischi che tendono a separarsi quando la fatta è seccaFibre vegetali ma a volte possono contenere anche pelo di mammiferi quando i cinghiali si nutrono di carcasseRaramente depositate nei siti di foraggiamento, più comunemente si ritrovano sulle piste e sentieri. In inverno sono a forma di salsiccia composta da elementi più o meno sferici mentre in autunno si presentano come una poltiglia più o meno densa e in primavera in pallottole singole.
Lagomorfi
I Lagomorfi invece che ruminare il bolo alimentare gli fanno attraversare direttamente l’apparato digerente per 2 volte, i resti della prima digestione vengono espulsi sotto forma di pallottoline umide e morbide di colore marrone/verdastro (dette ceco tropi) le quali vengono nuovamente ingerite dall’animale per un secondo passaggio digestivo (comportamento noto come coprofagia) in tal modo da poter estrarre completamente gli scarsi nutrienti dell’erba.
SpecieDimensioniForma e coloreContenutoInformazioni
Coniglio selvatico1 cm di diametro circaForma quasi perfettamente sfericaFibre vegetaliDepositate in posti abituali (latrine), hanno anche un significato di marcatura territoriale.
Lepre1-1,5 cm di diametro circaForma rotondaFibre vegetaliDepositate in piccoli gruppi, non in latrine come nel coniglio selvatico
Lepre bianca1 cm di diametro circaForma rotondaFibre vegetalisimili alle fatte di coniglio male due specie non vivono negli stessi habitat.
Roditori
SpecieForma e coloreDimensioniContenutoInformazioni
Arvicola campestre6-7mm x 2-3 mmForma allungata di colore verde quando sono frescheSostanze vegetaliDepositate sulle piste in mezzo all’erba
Arvicola acquatica7-12mm x 3-4 mmForma cilindrica allungata con estremità smussate. Quando sono fresche sono di colore verde scuro, da secche possono rompersi in due parti e il colore diventa verde brillanteSostanze vegetaliDepositate in gruppi che fungono da marcatori territoriali, nei punti in cui gli animali entrano o escono dall’acqua
Arvicola dei boschi6-7mm x 2-3 mmForma allungata di colore verde-giallognoloSostanze vegetaliSimili all’arvicola campestre ma le due specie vivono in habitat diversi
Topo selvatico e dal collo giallo5-8mm x 2-3 mmCilindriche allungate di colore scuroSostanze vegetaliHanno un odore simile a carta di giornale bagnata
Topolino delle risaie1 mm x 3 mmMinuscole, forma allungataSostanze vegetaliDifficili da trovare, più probabile vicino al nido
Topo comune7 mm x 2-3 mmMolto simili alle fatte del topo selvaticoSostanze vegetaliDa fresche hanno un odore di muffa/ammoniaca
Ratto delle chiaviche3-4mm x 12-15 mmForma allungata con un’estremità appuntita;  colore variabile in base alla dieta, solitamente scureSostanze vegetali ma anche altro materiale organicoSolitamente depositate in agglomerati lungo le piste o nei luoghi di alimentazione; odore sgradevole, tendente al marcio
Ratto comune3-4 mm x 9-10 mmSimili al Rattus norvegicus ma più piccoleSostanze vegetali ma anche altro materiale organicoRaramente agglomerate in gruppi
Scoiattolo5-8mm x 5-6mmForma corta quasi sferica con un’estremità appiattita e l’altra appuntitaSostanze vegetali, fibre, semiRare da trovare se non nella neve o nei siti di alimentazione.
Ghiro5mm x 10 mmForma ovale allungata, di colore variabile in base alla dietaSostanze vegetali, fibre, semiRare da trovare, spesso depositate in cumuli
Istrice1-1,5 cm x 2-2,5 cmForma caratteristica simile ad una piccola ghiandaFibre vegetaliDeposti in piccoli ammassi formati da una decina di pezzi staccati uno dall’altro.
Nutria1,3cm x 5 cmForma allungata cilindrica con estremità arrotondate, superficie finemente rigata. Colore dal marrone al verde.Fibre vegetaliLe fatte si trovano sparse nelle aree di alimentazione, spesso vicino all’acqua o galleggianti sull’acqua stessa.
Carnivori
La dieta dei carnivori è più nutriente di quella degli erbivori essi quindi producono una minor quantità di materiale fecale; le fatte dei carnivori sono solitamente di forma allungata con una o entrambe le estremità appuntite; contengono solitamente resti indigeribili delle prede quali pelo, penne, ossa o frammenti di ossa. Tipicamente le fatte dei carnivori hanno un odore sgradevole e pungente.
SpecieDimensioniForma e coloreContenutoInformazioni
Volpe2-2,5 cm x 5-10 cmFatte allungate e attorcigliate con un’estremità appuntita; colore molto scuro, quasi nero da freschePossono contenere materiali indigeribili di diverso tipo, sia di origine animale (peli, penne, ossa, parti di invertebrati) che vegetale (fibre, semi etc).Spesso depositate in punti rialzati e dominanti come sassi, ceppi, ciuffi d’erba, cespugli. Odore pungente.
CaneDimensioni variabili in base alla razzaForma allungata con una estremità appuntita ma non sono attorcigliate come le fatte della volpeIn genere non contengono ossa o peli, ma hanno una grana fine dovuta all’alimentazione “casalinga” a base di crocchette.
Lupo3-4cm x 12-15 cmForma allungata simile alle fatte di volpe ma più grandi colore grigio scuro.Resti principalmente animali (pelo e frammenti di ossa), a volte anche resti vegetali (fibre, semi)Usate anche come marcatura territoriale e quindi deposte in punti dominanti su rocce o cespugli.
Procione1 cm x 5-8 cmAttorcigliate e di forma allungataContengono resti diverso tipo sia animali che vegetali (peli, piume, semi etc)Difficili da distinguere dalle fatte di altri carnivori
Gatto selvatico1,5 cm x 6-8 cmForma allungata, colore e consistenza variabili in base alla dietaPrincipalmente resti indigeribili di prede (peli, penne, piume, frammenti ossei)Difficili da trovare, spesso sotterrate e difficili da distinguere dalle fatte di gatto domestico..
Lince4-6cm x 18-25 cmLunghe e dritte con leggera torsione a entrambe le estremitàResti animali, soprattutto pelo di mammiferi e pezzi di ossa anche grandi
Orso brunoDimensioni variabili tra quelle di un grosso cane e un cavalloPunta tronca. Colore variabile in funzione della dietaResti misti sia animali che vegetaliNon usa latrine e non deposita le fatte in punti dominanti per marcare il territorio.
Piccoli carnivori (Mustelidi)
SpecieDimensioniForma e coloreContenutoInformazioni
Tasso2 cm x 6-8 cmSimili a quelle della volpe, un’estremità appuntita, tendono a spezzarsi. A volte sono più liquide, a poltiglia.Resti vari, sia animali che vegetaliDepositate spesso nello stesso punto, formano accumuli detti “latrine”; questi accumuli servono anche da marcatori territoriali. Molto spesso le latrine si trovano dentro una buca appositamente scavata.
Lontra2 cm x 5-9 cmPoco consistenti si disgregano facilmente soprattutto appena si seccano, passando dal colore verde scuro a grigio chiaroResti di pesci (lische, squame, otoliti) e crostacei (gambero della Louisiana per es., in questo caso il colore della fatta fresca tende al rossiccio).Le fatte di lontra sono anche chiamate “Spraint” e hanno anche un’importante funzione di comunicazione olfattiva e marcatura territoriale e per questo sono depositati in punti rialzati come i sassi.
Ermellino0,5 cm x 4-8 cmSottili e attorcigliate, almeno un’estremità appuntitaResti di animali (peli e piume)Solitamente si ritrovano vicino alle tane dove si accumulano in gran numero o vicino a una predazione
Donnola0,5 cm x 3-6 cmSimili a quelle dell’ermellino, lunghe attorcigliate e con estremità appuntitaResti di animali (peli e piume)Vicino alle tane o rifugi; si può discriminare tra donnola ed ermellino solo in base all’habitat e all’altitudine
Puzzola0,5 cm x 7 cmForma cilindrica e attorcigliata, estremità appuntita; colore e consistenza variabili in base alla dieta, odorano di muffaResti di animali soprattutto anfibi nella bella stagioneGeneralmente depositate in  gruppo (latrina) vicino a tana o rifugi.
Martora1-1,5cm x 4-12 cmLunghe e sottili, colore e consistenza variabile in base alla dieta, spesso intrecciate e di colore grigioResti animali, soprattutto pelo di piccoli mammiferi, a volte resti vegetaliUsate anche per marcare il territorio, hanno un odore fruttato; depositate in punti dominanti come sassi o ceppi ma anche a bordo dei sentieri.
Faina1-1,5cm x 4-12 cmSimili alla martora ma con minore torsione e non strettamente attorcigliate; di colore più scuro rispetto alla martora.Resti animali, soprattutto pelo di piccoli mammiferi, a volte resti vegetaliDepositate in latrine dove spesso si accumulano; odore tipico di muffa.
Altre specie
SpecieDimensioniForma e coloreContenutoInformazioni
Riccio1cm x 4-5 cmForma cilindrica allungata, attorcigliate e con le estremità arrotondate; colore nerastroResti di inverterbrati (che spesso le rendono scintillanti) per es coleotteri, lombrichi, gasteropodi, diplopodi etc.Non hanno odore particolarmente sgradevole, depositate a caso vicino ai punti di alimentazione.
ChirotteriVariabili in funzione della specie; da 6-8 mm a 9-13 mm di lunghezza e da 1,5-2 mm a 4 mm di spessoreForma cilindrica con estremità arrotondate, di colore scuro, simili a fatte di topi.Contengono frammenti di insetti; un modo per distinguere le fatte di chirotteri da quelle di topi è frantumarne una secca tra le dita, se si polverizza è di chirottero, se rimane fibrosa è di topoSi trovano solitamente sotto i dormitori, a volte in gran numero se il dormitorio conta numerosi individui.
Escrementi di Capriolo (Capreolus capreolus)
Escrementi di Cervo (Cervus elaphus)
Escremento invernale di Cinghiale (Sus scrofa) con la tipica forma “a salsicciotto”
Escrementi di Chirottero (Ferro di cavallo maggiore – Rhinolophus ferrumequinum) e resti di cibo (principalmente coleotteri)
Escrementi di Istrice (Hystrix cristata)
Escrementi di Lepre comune (Lepus euroapaeus)
Latrina con escrementi di Tasso (Meles meles)
Escremento (fatta) di Puzzola (Mustela putorius)
Escremento (fatta) di Orso bruno (Ursus arctos)

Uccelli

Mentre i Mammiferi espellono le scorie azotate (urina) separatamente dalle feci solide, negli uccelli invece i resti solidi del cibo e i prodotti urinari vengono espulsi da un unico orifizio, detto cloaca. Nella classica fatta di un uccello, infatti, è possibile distinguere due parti di diversi colori, una parte più scura che è costituita dai resti indigeriti del cibo e una parte bianca, più liquida o cremosa (quando la fatta è fresca) che invece contiene le scorie azotate, dunque  equivalente all’urina dei mammiferi. Le scorie azotate degli uccelli contengono urati che non sono tossici come l’urea dei mammiferi e dunque non hanno bisogno di essere lavati via dal corpo con abbondante acqua come, appunto, avviene nei mammiferi con l’urina.

Se dunque trovate una fatta con una parte bianca sicuramente appartiene ad un uccello; proprio questa parte bianca rende le fatte degli uccelli più visibili ai predatori; per questo motivo i pulli dei piccoli passeriformi quando sono dentro il nido espellono le loro fatte all’interno di un così detto “sacco fecale” composto da muco, che viene raccolto dagli adulti e ingerito oppure portato lontano fuori dal nido proprio per evitare di attrarre i predatori.

Le fatte degli uccelli si possono suddividere in tre tipologie principali: a) Liquide e bianche (deiezioni) b) Fatte classiche a forma di uovo al tegamino c) fatte fibrose compresse, solide e cilindriche.

a) Deiezioni

Gli uccelli che si nutrono di carne o pesce (rapaci diurni, rapaci notturni, gabbiani, cormorani, aironi solo per fare degli esempi) espellono delle fatte molto liquide e bianche, dette anche deiezioni, che non contengono parti solide; le parti solide cioè i resti indigeriti (squame, peli, penne, ossa etc) del loro cibo dal ventriglio (dove il cibo viene triturato) risalgono lungo la cavità orale dopo essere state pressate e vengono rigurgitate sotto forma di borra (o bolo). Per questo motivo gli uccelli carnivori e piscivori hanno escrementi molto liquidi che non contengono parti solide ma solo gli urati; queste deiezioni creano delle striature bianche ben visibili ad esempio intorno ai nidi o nei posatoi più frequentati.

Deiezioni sotto i posatoi di Falco pellegrino (Falco peregrinus) a sinistra e di Gheppio (Falco tinnunculus) a destra.
Deiezioni sotto i posatoi di Falco pellegrino (Falco peregrinus) a sinistra e di Gheppio (Falco tinnunculus) a destra.

Alcuni uccelli possono espellere le deiezioni letteralmente spruzzandole anche a qualche metro di distanza, è il caso degli Accipitridi come Astore e Sparviere, altri invece come i falchi (falco pellegrino, gheppio per esempio) o i rapaci notturni le lasciano semplicemente cadere in verticale dal loro posatoio.

Trovare i posatoi dei rapaciIl modo più facile per trovare i posatoi di gufi, allocchi, poiane o altri rapaci notturni e diurni è quello di cercare le loro deiezioni; il colore bianco e l’accumulo di deiezioni rendono infatti facilmente visibili i posatoi dei rapaci, sia in una parete rocciosa che in un bosco sotto un grande albero o un grosso ramo secco. I rapaci amano infatti utilizzare posatoi dominanti da cui possono avere una visuale maggiore su tutto il territorio circostante o, nel caso dei rapaci notturni, da cui possono ascoltare meglio durante la notte i rumori provocati dalle loro prede. Spesso sotto i posatoi si trovano anche le borre dei rapaci e a volte anche le penne di muta; questi elementi aiuteranno a capire con più precisione la specie che utilizza quel determinato posatoio.

b) Fatte classiche a forma di uovo al tegamino

Sono i classici escrementi della maggior parte degli uccelli, soprattutto i passeriformi; questo tipo di fatta è composta da due parti: una parte bianca liquida composta dagli urati (il corrispondente dell’urina dei mammiferi) che una volta caduta a terra si appiattisce diventando simile alla parte bianca dell’uovo al tegamino, l’altra parte invece è più solida e di colore più scuro, contiene gli scarti intestinali. Il colore della parte scura può variare in funzione della dieta cioè del cibo di cui si è nutrito l’uccello e visi possono riconoscere anche parti in digerite come semi o parti di insetti.

Fatta di piccolo passeriforme (Fringuello – Fringilla coelebs) con la tipica forma “a uovo al tegamino”
Fatta di Merlo (Turdus merula)

c) fatte fibrose compresse, solide e cilindriche

A volte capita di trovare sul terreno delle fatte cilindriche e compatte che somigliano a quelle di mammiferi ma in realtà appartengono a uccelli, in particolare a specie che si nutrono principalmente di vegetali duri e fibrosi come ad esempio molte specie di galliformi e tetraonidi o le oche. Quando sono fresche queste fatte presentano una parte bianca (contenente gli urati) che però può scomparire quando si seccano e in questo caso può essere più facile confonderle con fatte di mammiferi. Spesso queste fatte si trovano a gruppetti, depositati nei punti in cui gli uccelli passano più tempo a riposo o appollaiati, in altri casi si possono trovare sparse in una piccola rea, in questo caso si è in presenza di un sito di alimentazione o l’arena delle parate nuziali.

Fatta solida e fibrosa (escremento) di Fagiano comune (Phasianus colchicus)

Rettili

Gli escrementi dei rettili, ad esempio gechi, lucertole o serpenti sono costituiti da un mucchietto scuro con una piccola macchia chiara di colore giallo o bianco (che è la parte contenente gli urati). Tipicamente questi escrementi si possono trovare su muri, rocce o nei posti dove i rettili termoregolano.

Invertebrati

Gli invertebrati sono gli animali più abbondanti e il raggruppamento più ricco di specie sul pianeta; la loro varietà è estremamente diversificata per adattamenti, forme, dimensioni etc e per questo anche i loro escrementi sono estremamente diversi. Essendo piccoli, gli invertebrati producono escrementi a loro volta molto piccoli e per questo risulta difficile trovarli soprattutto in natura ma sarà più facile trovarli in posti chiusi per esempio in casa. Le fatte degli invertebrati, come abbiamo detto, possono essere di tante tipologie diverse, da piccoli puntini umidi (tipici dei ditteri come le mosche) a piccole macchie chiare (tipiche di molte specie di ragni); le farfalle all’uscita dalla loro pupa si liberano dei loro rifiuti liquidi, il loro escremento è chiamato meconio e ha la forma di una macchia di colore rosso o rosa; altre specie di insetti espellono una particolare sostanza detta melata, è il caso degli afidi (i pidocchi delle piante), di questa sostanza si nutrono alcune formiche che in cambio difendono gli afidi dai predatori come le coccinelle; le chiocciole e le lumache producono feci a forma di cordicelle piuttosto lunghe di colore variabile in base a ciò di cui si sono nutrite (nero/marrone in genere); i vermi (anellidi) producono feci di forma allungata.

Formica che si alimenta della melata espulsa dagli afidi

Le borre degli uccelli

Abbiamo già accennato a cosa sono le borre (o boli): materiale indigeribile composto da ossa, peli, penne, chitina di insetti, rigurgitato sottoforma di una “pallottola” compatta dalla cavità orale degli uccelli. Tipicamente le borre sono più conosciute nell’ambito degli uccelli rapaci, diurni e notturni ma, in realtà, sono numerosissime le specie di uccelli che rigurgitano borre, in generale tutti gli uccelli che si nutrono di altri animali (carne, pesce, insetti) rigurgitano borre contenenti i resti indigeriti delle loro prede, quindi, ad esempio i gabbiani, gli aironi, il martin pescatore, i corvidi, i turdidi, le averle etc.

Per il loro contenuto e la loro forma a volte le borre possono somigliare a escrementi di Mammiferi, ma un occhio attento e allenato può facilmente distinguerle. Le borre, ad esempio, non puzzano, non hanno odori sgradevoli, cosa che invece succede con le fatte dei mammiferi (anche se una vecchia fatta ormai non avrà più alcun odore). Il punto di ritrovamento di una borra è un altro importante parametro che aiuta a distinguerle dalle fatte dei mammiferi: gli uccelli, infatti, rigurgitano le borre sempre quando sono appollaiati dunque è difficile trovare una borra in campo aperto, ma solitamente si troveranno le borre sotto dei posatoi.  Alcune specie utilizzano posatoi abituali dove dunque è facile trovare le borre ad esempio la civetta o il barbagianni oppure i gufi comuni nei roost (dormitori invernali); altre specie invece possono rigurgitare le loro borre in posatoi casuali o sempre diversi come ad esempio l’allocco o l’assiolo e in questo caso sarà molto difficile trovare le loro borre nel bosco.

I rapaci come si è detto in precedenza hanno uno stomaco diviso in due camere dove il ventriglio, grazie alle sue pareti muscolose, comprime i resti non digeriti sotto forma di una pallottola (la borra appunto) che verrà poi rigurgitata. Quando un rapace sta per espellere una borra non può assumere altro cibo; in genere i rapaci espellono circa 2 borre al giorno (un gufo di palude per esempio espelle una borra ogni 30-90 grammi di cibo).

I  rapaci diurni hanno succhi gastrici molto acidi che permettono loro di digerire in parte anche le ossa delle prede; essi inoltre tendono a spiumare e spezzettare le prede grazie al loro becco adunco e per questo nelle loro borre sarà difficile ritrovare resti riconoscibili. I rapaci notturni invece non hanno succhi gastrici molto acidi e soprattutto ingoiano le prede per intero e per questo nelle loro borre è molto più facile riconoscere con precisione le prede di cui si nutrono (nel caso dei vertebrati, mentre gli invertebrati è più complicato).

Analizzare una borra

All’interno delle borre si possono trovare anche dei bruchi o larve pelose di insetti: si tratta di insetti che si nutrono della cheratina dei resti degli insetti, riciclandola, sono solitamente tarme dei tessuti come  l’antreno dei musei o bruchi di piccole farfalle come la tignola dei tappeti che nella borra compiono tutto il loro sviluppo.

Prede tipiche dei rapaci notturni

Quali sono i resti di prede che si possono trovare nelle borre dei rapaci? Ecco una breve carrellata

-Micromammiferi insettivori: come ad esempio i toporagni, le crocidure e le talpe; hanno crani piccoli e di forma allungata con denti affilati e appuntiti

-Micromammiferi roditori: come ad esempio topi, ratti, arvicole; i loro crani si distinguono per la presenza degli incisivi a scalpello tipici di questo Ordine.

-Uccelli: principalmente piccoli passeriformi, dalla taglia di una capinera fino a un merlo/tordo. Sono prede frequenti nella dieta dell’allocco, più rare ma comunque presenti anche nella dieta del gufo comune, della civetta e del barbagianni.

-Mammiferi di piccola taglia: più raramente si possono trovare altri resti di mammiferi di taglia maggiore rispetto ai micromamiferi come piccoli di coniglio, ricci e donnola.

-Pipistrelli: anche queste specie sono rare, ma può capitare che alcuni rapaci notturni catturino dei pipistrelli (ad es. il Barbagianni)

Rettili e anfibi: anche in questo caso si tratta di prede meno comuni ma nelle borre di allocco non è difficile trovare resti di rane, tritoni, lucertole, gechi e serpenti.

-Pesci: altra preda rara ma nelle borre di Allocco non è infrequente trovare squame o lische di pesci d’acqua dolce

-Invertebrati: possono costituire una parte importante della dieta soprattutto in specie come la civetta o l’assiolo ma non è raro trovarli anche nelle borre di altri rapaci notturni più grandi come l’allocco. Le borre contenenti lombrichi hanno un aspetto terroso; dei molluschi si possono trovare frammenti delle conchiglie; degli artropodi si possono trovare parti varie, solitamente quelle con la cheratina più spessa, ad esempio le ali, le teste o i segmenti addominali.

Identificare le borre

Riconoscere la specie che ha prodotto una borra e distinguere una borra da una fatta di mammifero può essere difficile e, in effetti, non è sempre possibile ma con un po’ di conoscenza ed esperienza è possibile risolvere la maggior parte delle situazioni.

Le borre possono essere facilmente confuse soprattutto con le fatte di Volpe; queste ultime però, se fresche, hanno un odore forte e pungente e si trovano sul campo libero, come escrementi singoli mentre le borre più tipicamente si trovano spesso in gruppi sotto i posatoi tipici dei rapaci. Gli escrementi dei Mammiferi hanno una struttura attorcigliata e almeno un’estremità è appuntita e assottigliata, cosa che non avviene nelle borre; gli escrementi presentano, inoltre, i resti allineati parallelamente all’asse longitudinale mentre nelle borre i resti non sono sempre paralleli all’asse longitudinale ma disposti in maniera casuale.

Borre di Barbagianni (Tyto alba), notare il loro colore molto scuro rispetto alle borre degli altri rapaci notturni
Borre di Civetta comune (Athene noctua) sotto un posatoio in un casolare
Borre di Gufo comune (Asio otus) sotto un dormitorio invernale (roost)
Borra di Falco pellegrino (Falco peregrinus)
Borra di Poiana comune (Buteo buteo)

Sono diversi i parametri che possono aiutare a capire chi ha prodotto una borra, in particolare:

-dimensione: è proporzionale alla dimensione della specie è dunque un parametro utilissimo! La borra di un gufo reale è enorme così come lo è il gufo reale, rispetto alla borra di un assiolo, per esempio

-colore: in genere è un parametro poco utile ma il colore aiuta molto a riconoscere le borre di Barbagianni (molto simili a quelle di gufo comune) in maniera molto precisa

-ambiente: anche l’habitat preferito da una specie è un parametro utilissimo per esempio le borre di Allocco possono essere molto simili per forma, colore e contenuto alle borre di gufo comune ma queste due specie di strigiformi frequentano habitat generalmente diversi, se trovate la borra in un bosco sarà quasi sicuramente di allocco, se la trovate sotto un gruppo di alberi isolati in campagna sarà molto probabilmente di gufo comune.

-resti contenuti: la dieta dei rapaci notturni è fondamentalmente basata su micromammiferi ma è, in realtà, molto varia; il contenuto della borra aiuterà meglio a identificare chi l’ha prodotta per esempio la borra di civetta contiene molti resti di invertebrati, quella di un assiolo contiene quasi esclusivamente resti di invertebrati mentre la borra in un barbagianni contiene quasi esclusivamente resti di vertebrati, soprattutto micromammiferi.

SpecieDimensioniForma e coloreContenutoHabitat/Posatoi
Barbagianni2,5 x 3-8 cmBorre molto scure quasi nere soprattutto quando sono fresche. Forma da ovale a oblungaContengono principalmente ossa di micromammiferi, più raramente qualche piccolo passeriformeCasolari abbandonati, stalle. Spesso sotto pali della luce, cartelli stradali.
Civetta1,5 x 2-5 cmBorre piccole e compatte, di colore grigio; molto simili a quelle del gheppio ma più corteContengono spesso molta sabbia proveniente dai lombrichi e resti di insettiCasolari abbandonati, edifici anche abitati, sotto i pali della luce o posatoi a bordo strada
Gufo comune2-3 cm x 4-7,5 cmForma oblunga, colore scuro quando è fresca ma non così scuro come nel BarbagianniSoprattutto ossa di micromammiferi, più raramente qualche piccolo passeriformeMolto facili da trovare sotto gli alberi dei dormitori (roost) invernali (alberi sempreverdi, soprattutto conifere)
Gufo di palude2-3 cm x 4-8 cmSomiglia molto alla borra del gufo comune ma è leggermente più lungaContiene quasi esclusivamente ossa di micromammiferiCampi e prati; il Gufo di palude, in Italia, è presente solo d’inverno
Allocco2-3 cm 4-6 cmAllungata, di colore grigioMolti micromammiferi ma anche uccelli e invertebratiBoschi maturi anche parchi urbani.
Gufo reale3-4 cm x 10 cmBorra di dimensioni molto grandi, difficile da confondere con altre specie di rapaci notturni.Forma oblunga con grande quantità di ossa.Boschi e foreste soprattutto nelle Alpi, più raro in Appennino
Gheppio2-4 cm x 1-2,5 c mQuando è fresca ha una forma a goccia. Il colore è grigio chiaroHa una grana fine e fibrosa dovuta ai micromammiferi; spesso contiene molti resti di insettiCampagna agricola, ambienti urbani e antropizzati, collina con prati intervallati a boschi. Sotto posatoi dominanti, pali della luce, cartelli stradali.
Falco pellegrino2,9 cm  x 1-3 cmForma ovale e colore molto variabile.Contiene principalmente piume, sono borre poco compatte e “leggere”, raramente qualche pezzo di ossoFalesie sul mare, pareti rocciose, ambienti urbani. Spesso si trovano le borre del falco pellegrino anche sotto i grandi tralicci in pianura
Lodolaio2-3 cm x 1-3 cmForma ovale, colore molto variabileContengono molte piume, come se fossero borre di falco pellegrino in miniatura. Ma hanno anche elevata percentuale di invertebrati (soprattutto odonati e coleotteri)Boschi aperti, campagna agricola, ambienti fluviali.
Poiana4,5-6 cm x 2,5-3 cmForma ovale/tondeggiante spesso con una estremità appuntita. Il colore è variabile in funzione delle predeVista l’enorme variabilità della dieta di questo rapace il contenuto può essere di vario tipo, da peli di mammiferi anche di grande taglia a micromammiferi, penne di uccelli, resti di invertebrati etcCampagna agricola, ambienti di pianura e ambienti collinari. Posatoi dominanti, cartelli a bordo strada, pali della luce etc.
Sparviere2-3,5 cm x 1-2 cmUn’estremità è ovale l’altra più appuntita.Ricche principalmente di piume di uccelli, raramente qualche osso o zampaBoschi di conifere, ambienti collinari, parchi urbani
Astore9-11 cm x 3,5-4 cmForma simile allo sparviere ma di dimensioni maggioriContengono principalmente penne e piume a volte anche pelo di mammiferi (Lepre, coniglio, scoiattolo)Boschi maturi, soprattutto con conifere
Aquila reale9-11 cm x 3,5-4 cmForma allungata e colore variabile in base alla predaSoprattutto piume di uccelli e pelo di mammiferi, spesso pezzi di ossa indigeritiAmbienti collinari e montani con boschi, radure e pareti rocciose.
Albanelle
Falco pescatore

Borre di uccelli non rapaci

Come si è già anticipato non sono solo i rapaci notturni e diurni a produrre borre ma tante altre specie ad alimentazione carnivora, piscivora, insettivora ma anche onnivora ad esempio:

-Ardeidi (Aironi): borre compatte e dense contenenti soprattutto pelo con poche ossa e resti di pesce

-Svassi: contengono soprattutto resti di pesci e insetti con grandi quantità di penne

-Gabbiani: borre poco compatte, non molto allungate; contengono resti di vegetali, invertebrati, pesci e altri vertebrati ma anche resti inorganici

-Limicoli: producono borre piccole e di forma varia. Contengono soprattutto resti di invertebrati (anche marini per le specie che frequentano gli ambienti costieri).

-Coraciformi: il martin pescatore avendo alimentazione piscivora produce borre compatte composte da ossa di pesci e squame. Anche i Gruccioni producono borre composte principalmente da resti di insetti indigeriti e risultano poco compatte. Upupa e Ghiandaia marina producono anch’essi delle borre ricche principalmente di resti di insetti nel caso dell’upupa mentre nel caso della Ghiandaia marina possono contenere oltre ai resti di insetti anche ossa di vertebrati come lucertole e rane.

-Corvidi: possono essere compatte o meno e contenere sia resti di vertebrati che di invertebrati ma anche materiali vegetali, semi, noccioli e a volte sassi (usati per facilitare la digestione)

-Averle: essendo Passeriformi predatori anche le Averle producono borre come i rapaci; esse sono però meno compatte perché contengono molti resti di insetti (soprattutto nel caso dell’Averla piccola).

-Turdidi e simili: merlo e tordi ma anche gli storni o piccoli passeriformi come il pettirosso o i codirossi producono piccole borre costituite principalmente da resti di insetti e resti vegetali.

Gruccione (Merops apiaster) che rigurgita una borra
Borra di Averla piccola (Lanius collurio)
Borra, orma e deiezione di Gabbiano reale

Psychology & Survival

scritto dal Dott. Mirco Turco Psicologo.

La chiave per ogni situazione di sopravvivenza è l’attitudine mentale dell’individuo!

Molti manuali di sopravvivenza militare fanno riferimento alle capacità mentali dell’individuo che si trova in particolari situazioni disagiate o ambienti ostili. D’altra parte, questo spiega perché persone addestrate che non fanno leva sulle proprie attitudini mentali, hanno meno successo rispetto a individui, che pur non avendo un addestramento specifico alla sopravvivenza, mettono in campo tale fattore.

Lo chiameremo, pertanto, SSE, Survival Self-Efficacy, la convinzione di essere efficaci in un determinato ambiente sconosciuto o ostile al fine della sopravvivenza.

La psicologia della sopravvivenza cerca di evidenziare come i diversi fattori di stress in una determinata situazione ad alto rischio incidono sulle capacità mentali dell’individuo.

Analogamente, si occupa di specificare come alcune strategie mentali particolari in situazioni ostili, possono essere determinanti al fine della sopravvivenza.

Lo stress, come specificato anche in altre trattazioni, non va considerato una malattia. E’ un naturale adattamento a situazioni nuove. E’ al contempo, un’esperienza psichica, emozionale, fisiologica in risposta alle diverse tensioni della vita.

Lo stress, di fatto, per alcuni livelli, è necessario (eustress) poiché fa funzionare meglio i meccanismi mentali e comportamentali dell’individuo. Attenzione, concentrazione, orientamento, memoria, apprendimento, funzionano meglio quando sperimentiamo un livello di stress. Superata la fatidica soglia dello stress (soglia soggettiva) però, qualsiasi tipo di performance subisce un decremento e mentalmente, cominciamo a vivere sensazioni e ad avere comportamenti “alterati” che, progressivamente, possono farci sperimentare stati di panico, angoscia, …

Livelli elevati di stress, in generale, producono:

  • Difficoltà nel prendere decisioni.
  • Scoppi d’ira e maggiore irascibilità.
  • Dimenticanze e sbadataggini.
  • Livello d’energia basso e riduzione arousal.
  • Continue preoccupazioni e pensiero negativo.
  • Inclinazione a sbagliare con maggiore percentuale di errori e disattenzione.
  • Pensieri autolesionisti (es. pensare con maggiore frequenza alla morte o al suicidio).
  • Atteggiamento aggressivo con altri individui.
  • Isolarsi dagli altri e tendenze autistiche.
  • Nascondersi dalle responsabilità e assunzione di comportamento passivo.
  • ….

Si parla di tolleranza allo stress o alla frustrazione e di addestramento sotto stress. Le nostre reazioni, infatti, o i nostri meccanismi difensivi devono (dovrebbero) essere maturi e congrui anche in situazioni ostili.

I fattori di stress nella sopravvivenza.

Una reazione che ci accomuna agli altri esseri animali è quella “attacco o fuga”, ovvero, quando percepiamo un pericolo o un fattore stressante, il nostro cervello si attiva per difendersi da esso. Di conseguenza, il nostro organismo, si prepara per lottare e fuggire. Il corpo rilascia una maggiore quantità di zuccheri e grassi per garantirci una maggiore spinta energetica; il respiro aumenta per l’aumento della richiesta di ossigeno nel sangue; la tensione muscolare aumenta per entrare in azione prontamente; aumenta la coagulazione del sangue per ridurre il sanguinamento delle ferite; le pupille si dilatano e l’udito si attiva meglio; si possono avere anche fenomeni di sinestesia particolari (es. gli odori prendono forma); mentre il ritmo cardiaco e la pressione sanguigna aumentano per portare maggiore quantità di sangue ai muscoli.

In questo modo diventiamo progressivamente più consapevoli dell’ambiente circostante e quindi anche più reattivi.

Come già visto in precedenza, però, non possiamo rimanere in tale fase di allarme per troppo tempo.

In situazioni ostili, gli stress si sommano e si moltiplicano mentre, al contempo, la nostra resistenza decresce e possiamo arrivare all’esasperazione e all’esaurimento. La fase successiva è l’angoscia che mista al panico porteranno l’individuo in una situazione di imminente pericolo di vita.

Anticipare lo stress o la situazione frustrante è un ottimo metodo per imparare a gestire situazioni ad alto rischio. Sembrerà banale, ma sapere cosa ci aspetta può ridurre il vissuto dello stress. Conoscere un territorio ostile, prima di addentrarsi, quindi, informarsi strategicamente, è altamente consigliato.

  • In situazioni ostili e critiche, le lesioni (personali o di persone che sono con noi), eventuali malattie e la morte, sono da considerarsi reali e anche altamente probabili. Il fatto di non pensarci non è sufficiente per evitare che ciò possa accadere.
  • Tali situazioni possono, inoltre, impedirci di procurarci cibo, acqua ed altre risorse per difenderci e sopravvivere. Allo stress, sopraggiunge la paura e lo sconforto.
  • Il territorio ostile è poco conosciuto e gli aspetti di esso appaiono imprevedibili, con poche informazioni e certezze. Ciò può determinare una perdita di controllo o la percezione che non si possa avere il controllo della situazione.
  • In generale, l’ambiente fisico (clima, terreno, varietà animali e vegetazione) è potenzialmente stressante. Volgere lo stesso a proprio favore risulta di strategica rilevanza per la sopravvivenza, anche quando dobbiamo procurarci cibo e acqua. Non avere provviste, ad esempio, o non sapere come procurarsele, è una sicura fonte di stress.
  • Un altro fattore stressante è la stanchezza che sopraggiunge non solo per esaurimento delle energie fisiche, ma anche come conseguenza dello sconforto in cui possiamo trovarci a causa delle diverse condizioni avverse.
  • In condizioni ostili di sopravvivenza dobbiamo anche affrontare un altro aspetto: la solitudine. Contare solo sulle proprie risorse è un’attitudine mentale ma è anche un tratto personologico. La sopravvivenza è più semplice, a volte, proprio perché si ha qualcuno al proprio fianco, unito nel destino e nello scopo (interdipendenza).

I meccanismi di sopravvivenza e le reazioni naturali.

Situazioni di rischio, pericolo e in generale condizioni ostili possono, in modo abbastanza naturale, esporci a reazioni particolari che solo se conosciute e gestite possono essere volte a nostro favore. Sapere che un fenomeno, una reazione, una qualsiasi cosa esiste, riduce la percezione dello stress, il senso di disorientamento, la frustrazione.

La paura è una naturale reazione a situazioni pericolose o rischiose per la nostra vita e/o quella degli altri. La paura è un’emozione che può durare un certo lasso di tempo, ovvero, possiamo essere in uno stato di paura anche se cessa lo stimolo pauroso. L’intensità della paura è variabile (da lieve apprensione al terrore), inoltre, può essere vissuta anche in commistione ad altre emozioni.

La paura può essere sperimentata anche in base a situazioni non reali e dunque immaginate o anticipate.

E’ positiva quando ci spinge ad essere cauti nel prendere decisioni azzardate, destinate cioè al fallimento. Provare paura, in determinate situazioni, è provvidenziale.

In altre occasioni, però, la paura può diventare invalidante e inibire ogni attività utile alla sopravvivenza. Per tali ragioni, occorre esplorare e conoscere le nostre paure e implementare progressivamente il senso di fiducia e di fronteggiamento. Tale processo è però graduale e richiede tempo e azioni sistematiche.

In situazioni ostili è naturale anche provare un certo stato di ansia. L’ansia è uno stato di agitazione psicomotoria che se ben canalizzata, ci spinge a raggiungere il nostro obiettivo ma se gestita male può complicare la sopravvivenza. L’ansia deriva, pertanto, soprattutto da un’anticipazione mentale delle conseguenze di alcune azioni e situazioni. Pensare ripetutamente alle lesioni che possiamo procurarci prima di fare una determinata azione, determina una reazione d’ansia che può inficiare sulla nostra performance.

L’allenamento e l’addestramento strutturato, anche nell’esecuzione di alcuni compiti e operazioni riduce, in modo sistematico, l’ansia.

Quando, invece, sperimentiamo una situazione di ansia persistente, cominciamo parallelamente a sperimentare confusione, senso di svuotamento mentale, difficoltà di pensiero e ragionamento.

Rabbia e frustrazione possono, invece, sopraggiungere quando non raggiungiamo in un certo lasso di tempo l’obiettivo prefissato. La differenza e la distonia tra quello che voglio e quello che sto ottenendo può determinare la frustrazione e di conseguenza, un meccanismo vorticoso di pensiero negativo di non farcela.

Livelli elevati di frustrazione possono, inoltre, attivare la rabbia che complica ancor di più la nostra situazione di sopravvivenza.

Subire danni all’attrezzatura, vivere un clima sfavorevole, muoversi in un terreno inospitale, essere in una zona con numerosi nemici o predatori, sono tutti elementi che possono aumentare la frustrazione vissuta.

Tali condizioni sfavorevoli, specie se la persona non è sufficientemente addestrata e non utilizza bene il classico fattore mentale, spingono verso comportamenti irrazionali e impulsivi, decisioni errate e incontrollate. La frustrazione e la rabbia, infine, consumano le nostre energie che, invece, dovrebbero essere impiegate diversamente e produttivamente.

Occorre considerare le reazioni alla frustrazione e distinguere, di conseguenza, quelle adeguate da quelle inadeguate in situazioni di sopravvivenza in territorio ostile.

  • Reazioni adeguate: intensificazione dello sforzo, riorganizzazione dei dati; sostituzione dei fini.
  • Reazioni inadeguate: rabbia, chiusura autistica, regressione.

Una situazione protratta di frustrazione potrebbe farci sperimentare uno stato depressivo. Finché conserviamo una certa dose di aggressività costruttiva (voglia e desiderio di sopravvivere) siamo immuni dalla depressione. Quando però sopraggiunge la sconfitta, in primis mentale, possiamo cadere in un profondo stato depressivo.

La persona comincia a mutare tipologia e contenuto di dialogo interno (parlare con se stessi). Sopraggiungono frasi del tipo “non posso fare nulla … ormai è finita …”. La speranza cede e con essa intervengono profonda tristezza e senso di sfinimento.

In condizioni depressive è molto difficile ritrovare una motivazione per continuare ad andare avanti e non abbandonare la speranza di sopravvivere.

Proprio in tali momenti occorre riagganciarci ad una qualsiasi ancora emotiva, spinta motivazionale, che non ci lasci sprofondare nella depressione.

In situazioni rischiose e in zone ostili la probabilità di rimanere soli è alta. Fare i conti con la solitudine è obbligatorio, soprattutto perché per l’essere umano è difficile pensare a situazioni di solitudine assoluta protratta, anche in virtù della natura apparentemente sociale dell’essere umano.

In situazioni di solitudine occorre considerare che possono emergere anche aspetti positivi del nostro carattere, anche risolutivi. La solitudine non è quindi da considerare necessariamente fattore con accezione negativa.

Se però la persona si lascia sopraffare dal vuoto della solitudine e da un senso di scarsa autoefficacia, la performance viene inficiata e si ha un progressivo aggravamento dello stato emotivo e cognitivo del soggetto stesso.

In fase di addestramento va considerato che non tutti possiedono in modo innato tale abilità di “camminare da soli”.

——————

Riferimento: PSSS, Psychology, Security, Self Defense, SurvivalGruppo Ed. L’Espresso. https://www.mircoturco.it

La piramide dei bisogni di Maslow

tratto da: https://it.wikipedia.org/wiki/Piramide_di_Maslow

La piramide di Maslow, o gerarchia delle necessità umane, è una teoria psicologica proposta da Abraham Maslow nella sua opera Teoria della motivazione umana (in inglese, A Theory of Human Motivation) del 1943, che posteriormente ampliò. Ottenne un importante notorietà, non solo nel campo della psicologia, ma anche nel settore commerciale, del marketing e della pubblicità. Maslow formula nella sua teoria una gerarchia di necessità umane evidenziando l’importanza di soddisfare prima le necessità più basiche (parte inferiore della piramide) e successivamente, gli uomini, dovrebbero soddisfare le necessità e i desideri più elevati (parte superiore della piramide)… continua su wikipedia

altro riferimento:

https://www.psicologiadellavoro.org/la-piramide-dei-bisogni-di-maslow/

Misura della povertà assoluta

La misura della povertà assoluta è una pubblicazione ISTAT del 2009.
Il volume inquadra la misura della povertà assoluta nel contesto più ampio delle misure di povertà, richiama i tratti essenziali del primo paniere messo a punto in Italia e le principali esperienze internazionali, diffonde i risultati di metodo e di stima del nuovo paniere di povertà assoluta come definito nell’ambito della Commissione di studio.
Povero è il senza dimora, colui che, privo di mezzi di sostentamento, si affida alla carità del prossimo per sopravvivere; povero è chi con una pensione minima non riesce a soddisfare i propri pur limitati bisogni. Povero è colui che non riesce ad acquisire i beni e servizi normalmente disponibili per gli individui appartenenti al suo contesto di riferimento. Povero, infine, è colui che non riesce a soddisfare specifici bisogni legati, ad esempio, alla condizione di disabilità. In altre parole, a seconda dei bisogni di volta in volta considerati essenziali, il confine che circoscrive l’universo dei poveri si sposta, individuando forme di povertà via via meno estreme, ma non meno degne di
attenzione.

https://www.sopravvivere.org/wp-content/uploads/2025/07/misura_della_poverta_assoluta.pdf

Crolli emotivi

La sopravvivenza, quella vera, non è fatta di video e raccontata da youtuber con la gelatina nei capelli e gli occhiali da sole sopra la testa, non è fatta di recensioni di kit e di attrezzature, o di brevi pernottamenti organizzati in tutta sicurezza nella natura, non è fatta di corsi organizzati di breve durata, frequentati quasi solo per giustificare un meritato allontanamento dalla routine quotidiana. La sopravvivenza, quella vera, è fatta anche di tante cose belle che capitano, ma anche di tante cose brutte e cattive. Voglio raccontare anche questo, per esperienza diretta o per esperienza di persone amiche a me vicine.

In una situazione di emergenza o sopravvivenza, ci sono giornate particolarmente dure…, non si riesce a trovare apparentemente nessuna via di fuga o soluzioni almeno accettabili. La paure sono tante: quella del dolore, quella della sofferenza, la mancanza della famiglia e dei propri cari e, quelle dell’affrontare le privazioni necessarie e indispensabili. Queste paure potrebbero sfociare anche nel panico vero e proprio, accompagnato da sintomi fisici e emotivi, che non fanno più ragionare come si vorrebbe e , in ultimo, potrebbero portare a commettere vere e proprie sciocchezze. Sentire la miseria, la tristezza, il dolore… scatena una tempesta insopportabile. Proviamo a capire perché in una situazione di emergenza o di sopravvivenza avvengono questi crolli emotivi.

  • motivi pratici: spesso è molto difficile, in situazioni di emergenza e di sopravvivenza, trovare fonti di approvvigionamento validi e soddisfacenti sopratutto con riferimento al cibo. Si può vivere anche qualche settimana senza cibo, ma la mancanza di cibo e il consumo delle riserve contenute nel corpo umano porta a stati di debolezza e rallentamenti funzionali e mentali difficilmente gestibili.
  • motivi dovuti a scarsa preparazione e conoscenza: è stata scritta in altri articoli e viene ripetuta qui, una famosa frase del survivalista Mors Kochanski: più sai meno porti con te. Estendiamo ulteriormente il concetto di questa frase, in modo che ci faccia da guida per capire meglio il senso di questo articolo e sopratutto per capire meglio quali potrebbero essere i nostri limiti mentali, spirituali, emotivi. Non siamo nati dentro una situazione di emergenza o di sopravvivenza. Se tutto questo è accaduto, ci è arrivato addosso all’improvviso. Prima che ci accadesse questo, avevamo “la nostra vita”. Siamo nati e cresciuti in un determinato ambiente, dentro una famiglia e una società. Non tutti abbiamo la stessa esperienza di vita e abbiamo imparato le stesse cose. E’ impossibile pensare che tutte le persone abbiano le stesse conoscenze, le stesse capacità e vedano la vita nello stesso modo. Dovendo affrontare una situazione di emergenza o sopravvivenza, le loro conoscenze e quello che hanno imparato, le faranno reagire in un modo completamente diverso. Abbiamo dei limiti che il nostro ambiente ci ha fissato, descritti prima come mentali, spirituali ed emotivi. Possiamo rimanere entro questi limiti, ma possiamo anche, attraverso la conoscenza (teoria e pratica) superare i nostri limiti. La frase “più sai e mono porti con te” potrebbe allora diventare anche “più sai, meno porti con te e meno paura avrai di quello che la vita ti può riservare”

Stiamo parlando di emergenza e sopravvivenza, dobbiamo estendere le nostre conoscenze verso queste particolari situazioni, ora, nel momento in cui ancora non ci siamo dentro. Questo ci aiuterà a ridurre al minimo i crolli emotivi, se dovesse accadere qualcosa che modifica drasticamente la nostra routine quotidiana.

In che modo si possono superare i limiti e le incertezze meglio che si può? Sicuramente in massima parte attraverso le conoscenze.

  • Le conoscenze sono informazioni che vengono apprese seguendo gli insegnamenti di chi conosce bene una determinata materia o argomento. Vengono trasmesse tramite frequentazione di scuole, corsi e simili. Vengono trasmesse tramite libri e altro materiale didattico. Oppure vengono trasmesse perchè tramandate da chi le ha acquisite in passato e le ha messe in pratica per una vita.
  • Le abilità sono le capacità di applicare le conoscenze apprese, in modo da risolvere al meglio i problemi e portare a termine i vari compiti.
  • Le competenze uniscono conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e metodologiche e permettono di utilizzarle al meglio in base ai vari problemi che si pongono.

Per concludere: leggere, informarsi, studiare, frequentare chi in materia ne sa più di voi (i più esperti, chi vive nelle campagne ed in ambienti a contatto con la natura, gli anziani che hanno fatto dell’arte dell’arrangiamento la loro ragione di vita), osservare e apprendere oltre che con lo studio anche con gli occhi.